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QUELL'EMPIO PATTO TRA IL KGB E IL "PAPA BUONO"

di Antonio Socci  -  www.antoniosocci.it

Libero 11/10/2006

Il Cremlino (o il Kgb) si "infiltrò" al Concilio Vaticano II legando le mani alla Chiesa su una questione capitale, con gravi conseguenze per i cattolici negli anni successivi (conseguenze che arrivano fino ad oggi che siamo alla vigilia del convegno ecclesiale di Verona). Non è una spy story, è una vicenda che deve essere ancora raccontata dettagliatamente e compresa.

Vediamola. Giovanni XXIII annuncia il Concilio Vaticano II il 25 gennaio 1959. Inizia la preparazione. Papa Roncalli desidera avere al Concilio la presenza di rappresentanti della Chiesa ortodossa russa. Nel 1961 approfitta di un viaggio in Russia di Ettore Bernabei per far arrivare al metropolita Rodzinski tale richiesta. Naturalmente la Chiesa Ortodossa non può decidere nulla. È del tutto controllata dal Cremlino e dal Kgb. Il regime coglie dunque l'occasione per porre una condizione: che il Concilio si astenga dal condannare l'ideologia marxista e i sistemi comunisti.

Il Vaticano spedisce a Mosca il 27 settembre 1961 monsignor Willebrands a dare garanzie e nell'agosto 1962 a Metz, in Francia, il cardinale Tisserant, decano del Sacro Collegio, per conto della Santa Sede, e il metropolita Nicodemo, per conto della Chiesa Ortodossa, stipulano l'accordo: il Concilio non parlerà di comunismo.

Molto tempo dopo fu Romano Amerio a scriverne nel suo volume "Iota unum", dove, sulla base di testimonianze dirette, precisò che «l'iniziativa dei colloqui fu presa personalmente da Giovanni XXIII dietro suggerimento del cardinal Montini e che Tisserant "ha ricevuto degli ordini formali, tanto per firmare l'accordo che per sorvegliarne l'esatta esecuzione durante il Concilio"».

In effetti durante quell'Assise accadde l'incredibile. Quando fu depositata una petizione, firmata da 450 padri conciliari, nella quale si chiedeva la condanna esplicita e rinnovata del comunismo, anziché essere messa ai voti fu "insabbiata". La Segreteria del Concilio si nascose dietro incredibili scuse. Fu un'autentica e clamorosa violazione della legalità conciliare.

 

L'impegno scritto

Ma ancora più grave fu l'impegno sottoscritto dal Vaticano: di fatto, su richiesta di un regime persecutore e sanguinario, per ottenere un piatto di lenticchie (due osservatori russo-ortodossi ben controllati dal Kgb) si accettò di legare le mani al Concilio, di compromettere la libertà morale della Chiesa. Infischiandosene della "Chiesa del silenzio".

Nel 1938 Pio XI con la Divini Redemptoris aveva definito il comunismo «un flagello satanico». Scriveva: «il comunismo è intrinsecamente malvagio e nessuno che voglia salvare la civiltà cristiana deve collaborare con esso in qualsiasi impresa». Era dunque una questione dottrinale, ma anche pastorale. Il Concilio infatti non era di tipo dogmatico, ma pastorale. Dunque per sua natura doveva parlare della Chiesa nel mondo contemporaneo. Arrivava 50 anni dopo la rivoluzione bolscevica, dopo il più immane macello di cristiani della storia della Chiesa, mentre il comunismo aveva appena divorato mezza Europa (e aveva appena soffocato nel sangue la rivolta d'Ungheria), mentre aveva conquistato la Cina facendo carneficine orrende, mentre era arrivato in Corea, a Cuba - provocando una grave crisi internazionale - e divampava in Vietnam. Perfino l'Italia si era appena salvata da questo "flagello", ma si era avuta egualmente una lunga scia di sangue (come dimostrano i libri di Gianpaolo Pansa) con un immenso martirio di sacerdoti nel Centro Italia.

In questa situazione in cui Kruscev, al potere a Mosca, aveva addirittura rilanciato la persecuzione anticristiana in Russia, mentre tanti vescovi e preti erano in carcere, il Concilio viene imbavagliato, non può occuparsi del comunismo e accade - osserva Amerio che «negli Atti non se ne trova nemmeno il vocabolo che tanto spesseggiava nei documenti papali sino a quel momento. La grande Assemblea si pronunciò specificatamente sul totalitarismo, sul capitalismo, sul colonialismo, ma celò il suo giudizio sul comunismo dentro il giudizio generico sulle ideologie totalitarie».

 

Misericordia e severità

Papa Roncalli nel solenne discorso di apertura, dando implicitamente un pesante giudizio sui predecessori, affermò: «La Chiesa preferisce oggi far uso della medicina della misericordia, invece che dell'arma della severità» e proporre «insegnamenti piuttosto che condanne». Dunque non più censure e scomuniche per nessuno, solo che nel frattempo, sotto il pontificato del "Papa buono", si ricominciava a perseguitare ferocemente padre Pio. Ma per il comunismo nessuna condanna.

Roncalli aggiunse, nel suo beato ottimismo: «Non già che manchino dottrine fallaci, opinioni e concetti pericolosi (...) ma (...) ormai gli uomini da se stessi sembra siano propensi a condannarli». A parte il "talento profetico" che qui Papa Roncalli dimostra (di lì a poco scoppia il '68 e il mondo intero si ubriaca di ideologie terrificanti), a prendere alla lettera quelle parole del Papa si dedurrebbe che non c'è più bisogno della Chiesa Madre e Maestra, visto che gli uomini sanno camminare "da se stessi".

Che effetto produsse questa abdicazione, questa decisione di non illuminare i cristiani su cui, di lì a poco, si sarebbe abbattuto il '68? Disastroso. Dieci anni dopo il Concilio, Paolo VI esterna pubblicamente la sua disperata sensazione che la Chiesa stia subendo i colpi dell’"autodemolizione" e «che da qualche parte sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio». Ma chi aveva aperto la porta? Ancora Paolo VI dolorosamente confessò: «L'apertura al mondo è diventata una vera e propria invasione del pensiero secolare nella Chiesa. Siamo stati forse troppo deboli ed imprudenti».

 

 

L'arrivo di Paolo VI

Roncalli aveva tuonato contro i "profeti di sventura" (ce l'aveva con il messaggio della Madonna a Fatima, che metteva in guardia proprio dal comunismo) e fece lui le sue euforiche "profezie" di «una nuova primavera della Chiesa», «una nuova Pentecoste». È arrivato l'inverno gelido e buio. Pochi anni dopo Paolo VI, anche lui un tempo ottimista, fece questo bilancio: «Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio».

Proprio dai primi anni Sessanta, Pio XII era stato attaccato, in modo furibondo, perché - a dire dei critici - non avrebbe formulato condanne chiare e pubbliche del nazismo durante la guerra (cosa peraltro non vera). Invece Giovanni XXIII, che pattuì col Cremlino quel "silenzio" sul comunismo, viene esaltato da decenni come grande papa del dialogo.

Eppure il fatto era trapelato. Il 16 gennaio 1963 "France Nouvelle", organo dei comunisti francesi, ne aveva scritto trionfalmente come un successo del "sistema socialista mondiale". Il Vaticano - riferiva quel giornale - «ha preso l'impegno che nel Concilio non ci sarebbe stato alcun attacco diretto contro il regime comunista». E anche il quotidiano cattolico La Croix, il 15 febbraio 1963, informava che erano state «date garanzie» sulla natura "apolitica" del Concilio. Eppure nessuno denunciò il fatto.

Probabilmente è proprio da questo "silenzio" del Concilio che nel mondo cattolico è diventato prevalente un pensiero di tipo non cattolico. E la Chiesa italiana, al convegno di Verona, si troverà ancora alle prese con le conseguenze drammatiche di quell'errore.

Cosa concluderne? Si attribuisce a Pio XII una battuta formidabile, fra il serio e il faceto, ma profondamente vera: «La prova che la Chiesa è un'opera divina è che neanche gli ecclesiastici sono riusciti a distruggerla».

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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