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LA DIFFERENZA OCCIDENTALE

di Gianteo Bordero – Ragionpolitica 14 settembre 2006

Il professor Ratzinger ieri l'altro ci ha spiegato, in una magistrale lezione tenuta all'università di Ratisbona, un paio di cosette di non poco conto per capire chi siamo, che cosa è l'Occidente e quali sono i suoi fondamenti storici, culturali, spirituali. Prima cosa: siamo figli del Cristianesimo e della filosofia greca, figli di quel connubio tra ragione greca e teologia cristiana fondato sul comune riconoscimento di un logos, di una ragione che fonda a un tempo la sensatezza dell'essere, della realtà, e il rapporto tra l'uomo e Dio. Seconda cosa: in quanto greci e in quanto cristiani, e proprio in forza del logos comune (ragione e linguaggio), siamo altra cosa rispetto all'Islam. Se il nostro Dio è il Dio logos di cui parla la Bibbia e con cui apre il suo Vangelo san Giovanni - il Dio, cioè, che entra in qualche modo in relazione con l'uomo e con la sua intelligenza, con la sua capacità di ricerca e con la sua stessa struttura fondamentale -, il Dio dell'Islam è radicalmente altra cosa: è pura volontà, che non stabilisce alcuna relazione con l'uomo se non attraverso la comunicazione del suo volere. Il Dio cristiano entra, per il fatto stesso di essere logos e di poter essere pensato e detto come tale, in rapporto con la creatura, si coinvolge con essa - un processo che culmina nell'incredibile annuncio che «il logos si è fatto carne»; il Dio dell'Islam, invece, rimane totalmente altro rispetto all'uomo, non ha addentellati con le categorie della ragione, è appunto pura volontà che chiede sottomissione, non relazione.

Ed ecco le conseguenze delle due osservazioni di Benedetto XVI. Primo: in quanto greci e in quanto cristiani, in quanto figli ed eredi dell'incontro tra pensiero greco e fatto cristiano, per essere noi stessi non possiamo che recuperare la tensione alla verità che ha contraddistinto la nostra storia spirituale e civile; non possiamo che tornare ad abbracciare un concetto di ragione che non sia soltanto quello che ha preso campo a partire dall'evo moderno in poi, con la riduzione di Dio e della verità ai meri aspetti sperimentabili e misurabili, ma che si apra alla totalità dei fattori della realtà e accolga la sfida e il richiamo di ciò che le sta oltre e in cui pure essa trova fondamento. L'Occidente non si può permettere, pena l'aridità e la perdita di vigore, di abbandonare il suo marchio d'origine, il suo essere aperto per natura, in forza del logos, all'universale e agli universali (il vero, il bello, il buono). Seconda conseguenza: in quanto figli del Dio che entra in relazione con l'uomo, e in forza dell'analogia dell'essere che intercorre tra lui e noi, non possiamo rinunciare a Dio come radice più profonda della nostra identità, della nostra cultura, del nostro edificio sociale. Non possiamo permetterci, in nome della ragione di Cartesio e di Kant, di ridurre Dio a una sorta di tappabuchi che non ha più attinenza con la nostra esistenza quotidiana, con le nostre attese più profonde e con la nostra ricerca di significato. Questo - ammonisce Papa Ratzinger - ci condurrebbe (se non ci ha già condotto) ad essere incapaci di dialogare con le altre culture e con le altre religioni sulla base della nostra identità. Senza coscienza dell'identità, il dialogo non condurrebbe da nessuna parte, o - nel peggiore dei casi - alla resa.

Infine un corollario che tiene insieme le due questioni sollevate da Benedetto XVI: proprio in quanto figli dell'incontro fruttuoso tra logos greco e logos cristiano, noi non siamo dalla parte della violenza e della jihad, perché - ha affermato Ratzinger riprendendo il dialogo su Cristianesimo e Islam tra l'imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un persiano colto - «la violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima». Noi siamo - l'Occidente è - dalla parte del logos, della ragione, e dalla parte di quel Dio che rifiuta la violenza in quanto contraria alla ragione. Per questo abbiamo costruito una grande civiltà, ed è in questo che possiamo trovare ancora la forza per essere noi stessi e fronteggiare la sfida di chi, invece, fa della violenza lo strumento principe della sua azione nel mondo.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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