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SE L’AMBIGUITÀ DEI CRISTIANI AIUTA HEZBOLLAH

di Massimo Introvigne – Giornale 5/09/2006

Per anni lo slogan «meglio rossi che morti» ha cercato di convincerci che, se il rischio era morire ammazzati, meglio piegarsi ai regimi comunisti. Anche nelle Chiese cristiane dei paesi comunisti, accanto a tanti martiri, c’era chi cantava le lodi dei regimi al potere. La legge islamica, la sharia, prevede per i cristiani e gli ebrei lo stato di dhimmi, «protetti». Non possono svolgere attività missionaria, né accedere alle cariche pubbliche più importanti, e devono pagare tasse più alte: insomma, sono cittadini di serie B, ma almeno salvano la pelle.

È sempre difficile criticare chi la pelle la rischia ogni giorno, e oggi è tentato da un «meglio dhimmi che morti». Tuttavia, quando questo disagio è sfruttato all’estero, non è giusto neppure tacere. In Palestina e in Libano non sono solo politici e militari cristiani - che danno l’impressione di cercare vendetta per non essere stati a suo tempo sostenuti dall’Occidente, come il generale Aoun - a mettersi al servizio degli Hezbollah, accettando di fatto la posizione di dhimmi ideologici oggi nella prospettiva di diventare dhimmi a pieno titolo domani.

Anche alcune autorità religiose cristiane parlano apparentemente di teologia ma lo fanno in un modo così ambiguo da favorire oggettivamente la propaganda degli Hezbollah e di Hamas. La settimana scorsa quattro vescovi della Palestina - quello latino-cattolico, Michel Sabbah, quello siro-ortodosso, un luterano e un anglicano - hanno pubblicato un documento contro il «sionismo cristiano», una teologia diffusa nella corrente cosiddetta evangelicale, cioè conservatrice, maggioritaria nel protestantesimo degli Stati Uniti, che si inquadra in una complessa visione della imminente fine del mondo all’interno della quale lo Stato di Israele ha un ruolo preparatorio voluto da Dio. Se si vuole dire che questa forma di millenarismo non è condivisa da cattolici e ortodossi (e neppure da anglicani e luterani), si afferma l’ovvio. Ma il momento scelto è sospetto, e si coglie l’occasione per scrivere che «i governi di Israele e Stati Uniti, attualmente stanno imponendo la loro dominazione sulla Palestina» e sono colpevoli di «colonizzazione, apartheid e imperialismo», frasi che non stonerebbero in un documento di Hamas o degli Hezbollah. Anche il gesuita nato in Egitto, ma che è vissuto a lungo in Libano, padre Samir Khalil Samir, stimato dal Papa - e anche da chi scrive - per la sua conoscenza enciclopedica dell’islam, ha proposto un programma di pace in dieci punti (alcuni dei quali ragionevoli) in cui però sostiene che l’unica e sola radice del problema medio-orientale non è il terrorismo ma la stessa creazione dopo l’Olocausto dello Stato di Israele nel 1948, «una ingiustizia contro la popolazione palestinese». Tra le sue proposte c'è il famoso «diritto al ritorno», almeno parziale, dei palestinesi che hanno lasciato Israele negli anni 1940 e 1950, condizione che distruggerebbe lo Stato ebraico trasformandolo in uno Stato islamico (con i cristiani, anche qui, nella condizione di dhimmi) e che nessun governante israeliano potrà mai accettare neppure di discutere.

Tutto questo non è tanto una critica dei dirigenti cristiani medio-orientali, che rischiano ogni giorno di essere accoltellati o peggio. È più colpevole chi sfrutta cinicamente le loro dichiarazioni in Occidente, per giustificare politiche «equivicine» a Israele e ai terroristi o per ripetere cantilene antisemite dove, di qualunque cosa succeda in Medio Oriente, i colpevoli sono sempre e solo gli ebrei.

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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