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(CLT) Cristiani d’America: i migliori amici d’Israele

Roma, 4 set (Velino) - Nel marzo scorso due accademici americani avevano riaperto la polemica sulla “lobby ebraica” che avrebbe sequestrato la politica degli Stati Uniti. Un articolo pubblicato dalla London Review of Books di due esperti di strategia internazionale, John Mearsheimer (Università di Chicago) e Stephen Walt (Harvard), parlava di “un’alleanza di uomini e organizzazioni che lavorano dal 1967, dai tempi della Guerra dei Sei Giorni, per dirottare la politica estera di Washington”. Ma se si guarda soprattutto a quanto accade in un hotel di Washington, si direbbe che negli Stati Uniti i più accesi sostenitori dello Stato d’Israele siano i cosiddetti “cristiano-evangelici”, la cui influenza all’interno del Partito repubblicano è ritenuta decisiva per le elezioni congressuali e presidenziali. Il loro appoggio ad Israele più che da ragioni politiche deriva da un’interpretazione letterale della Bibbia, in particolare dal Levitico e dal Deuteronomio. Appoggiano lo Stato d’Israele perché credono che la terra donata agli ebrei da Dio stesso. Se la materia è trattata dal New Yorker diventa al massimo folklore fanatico. Cinque anni fa il settimanale chic della sinistra americana scrisse che 500 mucche gravide erano partite dal Mississipi per Israele in seguito a un accordo fra sionisti cristiani ed ebrei ortodossi. Si voleva far nascere nella Cisgiordania la “vacca dell’apocalisse”. Dove siano finite quelle mucche nessuno lo ha mai capito. La verità è che c’è un impressionante sostegno popolare, culturale e politico che lo stato ebraico incassa dagli evangelici americani. L’allora primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu fondò nel 1996 l’Israel Christian Advocacy Council e nel 1997 invitò diciassette leader evangelici per un soggiorno in Israele. Nel dicembre 2000 Ariel Sharon prese la parola davanti a 1.500 cristiani sionisti che erano arrivati in Israele, e disse loro: “Vi consideriamo tra i nostri migliori amici al mondo”.

 

Quando nel 1981 Israele inviò aerei da guerra in Iraq per bombardare un reattore nucleare, il televangelista del Texas John Hagee spedì lettere ad altri 150 predicatori per esortarli a dare il proprio appoggio allo stato ebraico. Erano gli anni in cui il ministero del Turismo israeliani organizzava viaggi della “familiarizzazione” negli Stati Uniti per stabilire rapporti con gli evangelici. Uno dei primi gruppi cristiani a favore di Israele è stata la National Leadership Conference for Israel, fondata dal predicatore pentecostale David Lewis. Poi ampio eco sulla stampa ottenne il Christians for Israel, che aiutava gli ebrei russi a fuggire dal regime sovietico. Il suo programma di “esodo” ne portava 1.200 al mese a Gerusalemme. Ma forse la lobby più influente è costituita dalla National Unity Coalition for Israel. Il rabbino Yehiel Eckstein ha contribuito a rafforzare le relazioni fra gli evangelici e lo stato d’Israele attraverso un “Fondo di amicizia” che ogni anno devolve aiuti economici ad israeliani in stato di indigenza per cifre complessive di decine di milioni di dollari. In particolare Eckstein è riuscito a convincere i bisognosi ebrei che gli evangelici non praticano in Israele alcuna attività missionaria. Un paio di settimane fa, mentre le forze armate israeliane entravano in Libano, Hagee ha presieduto a quello che lui stesso ha definito un “miracolo di Dio”: la riunione di 3.500 cristiani evangelici in un hotel di Washington per acclamare Israele. Parlando da un palco decorato da un’enorme bandiera israeliana, Hagee ha ringraziato Israele per compiere l’opera di Dio in una “guerra tra il bene e il male”. Il presidente Bush ha inviato un messaggio nel quale ha elogiato Hagee e i suoi seguaci per il loro contributo nel “diffondere la speranza nell’amore di Dio e nel dono universale della libertà”.


Anche il primo ministro israeliano ha inviato un messaggio di ringraziamento. In America il sionismo cristiano esiste da molti anni, ma sta ottenendo maggiore eco ora che può contare sul fascino di Hagee, il quale a San Antonio dirige una mega-chiesa (con 19 mila membri) ed è capo di una compagnia televisiva e possiede notevoli agganci con i più importanti esponenti del Partito repubblicano. “Lasciate che Israele faccia quel che deve fare”, ha detto Hagee ai suoi sostenitori la scorsa settimana. Figlio di un predicatore fondamentalista, Hagee ha visitato per la prima volta Israele nel 1978. Dice di esserci andato “come turista e di essere tornato come sionista”. Hagee è stato al muro del pianto di Gerusalemme, a proposito del quale dice di non aver mai provato una “vicinanza a Dio così intensa in nessun altro luogo della terra”. Ricorda ancora Hagee, “il Signore mi ha ordinato di fare tutto quanto potevo per unire insieme cristiani ed ebrei”. Quando il premier israeliano Menachem Begin ordinò alle forze aeree israeliane di bombardare il reattore nucleare di Osirak, fatto costruire da Saddam Hussein, Hagee rimase inorridito dalle diffuse critiche che furono rivolte a Israele. Dopo aver letto su un giornale di San Antonio un articolo nel quale si definiva l’attacco israeliano come un atto di “diplomazia dei cannoni”, Hagee decise di organizzare un raduno a favore di Israele. Nel marzo 2003 Hagee e altri leader evangelici hanno spedito una lettera al presidente Bush nella quale applaudivano l’invasione dell’Iraq ma criticavano il piano di pace per il conflitto israelo-palestinese, e affermavano che sarebbe stato “moralmente sbagliato” se gli Stati Uniti si fossero mostrati “imparziali” tra Israele e “l’infrastruttura governativa palestinese infestata da terroristi”. “God’s Country” è il titolo di un saggio-copertina della rivista Foreign Affaire che analizza l’influenza degli evangelici nella politica estera americana.


Dalla fine della guerra civile in Sudan agli sforzi economici e missionari contro l’Aids, dall’International religious freedom act del 1998 al sostegno indefesso a Israele, dalla campagna contro il totalitarismo della Corea del nord alla lotta contro il traffico di esseri umani del 2000, dalla politica a favore dell’immigrazione messicana, sono solo alcuni dei risultati della pressione e della cultura evangelica sull’amministrazione americana. Insieme ad Hagee, Jerry Falwell resta senza dubbio il predicatore e leader della destra cristiana più vicino a Israele. Nel 1981 Israele ha dato a Falwell il premio prestigioso intitolato a Vladimir Jabotinsky. Durante il bombardamento del reattore iracheno nel 1981, Ronald Reagan chiese a Falwell di “spiegare al pubblico cristiano i motivi del bombardamento”. Nel marzo del 1985, mentre parlava all’assemblea rabbinica conservatrice a Miami, Falwell si è impegnato a “mobilitare 70 milioni di cristiani per Israele e contro l’antisemitismo”. Anche Ronald Reagan si definiva un sionista cristiano. Durante il Natale del 1974, quando era ancora forte la paura della guerra del Kippur, il televangelista Pat Robertson, che in questi giorni era in visita in Israele, ebbe il privilegio di intervistare Yitzhak Rabin per il suo programma televisivo “700 Club”. Robertson chiese a Rabin cosa sperava che facessero gli Stati Uniti per Israele. Rabin rispose: “Siate forti, siate forti”. Hagee sta preparando la prossima convention di sostegno a Israele. In un’intervista ha appena detto che “c’è un nuovo Hitler in Medio oriente che sta parlando di uccidere gli ebrei. Il presidente dell’Iran vuole un olocausto nucleare e l’unico modo per fermarlo è un attacco preventivo”.

(Giulio Meotti)

4 set 12:27

 

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