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IL MIGLIOR OCCIDENTE

di Massimo Teodori – Giornale 30/08/2006

La guerra di difesa dalla pioggia di katiusha degli hezbollah ha dimostrato ancora una volta la grande forza di Israele. Non quella militare dello Tsahal, invincibile fino a quando ha dovuto fronteggiare i terroristi ignominiosamente mescolati ai civili. Ma la forza ben più significativa della democrazia in un Paese che, in una situazione drammatica, ha salvaguardato le istituzioni libere e la dialettica delle posizioni conflittuali, ed ha tutelato il pluralismo democratico in una difficile società aperta e multietnica.

In quale altro Paese assediato sarebbero state possibili le manifestazioni in piazza dei riservisti e degli oppositori politici, sarebbe stata permessa l'aperta critica al premier per la conduzione della guerra e, addirittura, la contestazione del presidente della Repubblica e di un ministro per scandaletti sessuali minori?

Tutto ciò fa di Israele una parte integrante del migliore Occidente. È bene ricordarlo nel momento in cui in Italia il ministro degli Esteri, definito filo-arabo, misura la sproporzione della reazione difensiva israeliana, ed accade che nella consulta islamica sia legittimata l'Ucoii di cui non era difficile prevedere l'atteggiamento antisemita per le sue note ascendenze dai fratelli musulmani. O, ancora, è all'opera un governo che poco si preoccupa delle regole d'ingaggio per quel che riguarda la risposta al fuoco degli hezbollah, dato che, secondo il presidente Cossiga, è ispirato in maggioranza dall'anti-israelismo che maschera il più profondo antisionismo.

Lo Stato di Israele con i 7 milioni di abitanti anche arabi è sotto scacco permanente da parte di un miliardo di islamici e di quasi tutti gli Stati che lo circondano. Il folle presidente Ahmadinejad, che ripete di avere come obiettivo la sua cancellazione, è in procinto di costruire la Bomba e i relativi missili per lanciarla. L'asse terroristico Iran-Siria-Hezbollah-Hamas-Al Qaida mantiene una minaccia permanente, tutt'altro che teorica. E tutte le volte che gli israeliani tentano un compromesso pacifico (con il ritiro unilaterale dal Libano, con Arafat a Camp David, con Sharon e Abu Mazen) vengono puntualmente respinti al punto di partenza dalle contromosse dei fondamentalisti. Il quadro non sarebbe completo se non si ricordasse il completo isolamento della piccola nazione, appoggiata solo dagli Stati Uniti ma guardata con indifferenza quando non con ostilità dall'Europa.

È perciò che in queste ore l'accettazione della risoluzione Onu 1701 è un'altra prova di buona volontà israeliana, dopo che la risoluzione 1559 è rimasta carta straccia per il disarmo degli hezbollah e la missione Unifil non si è dimostrata neppure capace di impedire la costruzione di un'enorme fortificazione terrorista a due passi dal suo quartiere generale. Malgrado ciò Israele sta dando credito al tentativo messo in atto dagli europei, quindi anche dagli italiani.

Ma a casa nostra, nonostante la retorica della portata storica sui nostri soldati sempre bravissimi, non c'è da stare allegri. L'atmosfera dominante nel nuovo governo è assai ambigua sul punto cruciale: la difesa a qualsiasi costo dell'esistenza di Israele. Ed è proprio ciò che vanno ripetendo due coraggiosi e fantasiosi politici di rango. Francesco Cossiga che da «democratico, cristiano e occidentale» è andato a testimoniare il suo impegno in quella martoriata terra. E Marco Pannella che con l'accanimento dell'utopia, nonostante il muro di silenzio che circonda il suo Satyagraha, continua a proporre l'ingresso di Israele nell'Unione Europea come garanzia di difesa e sicurezza.

m.teodori@mclink.it

Russia, ovvero Kgb

di Gabriele Cazzulini - Ragionpolitica 21 dicembre 2006

Democrazia, libero mercato, libertà e legalità. In una parola sola: nulla, se questa filiera della politica è tenuta in mano da un potere fuori dalle regole. E' anche una questione di tempi. Quando l'evoluzione liberaldemocratica è ancora agli stadi primitivi, ed è così corta da finire schiacciata dall'arbitrio, è naturale che la democrazia resti un progetto. E' il caso della Russia, dominata da un'élite che non solo è riuscita a conservare il suo antico potere dopo l'estinzione dell'Urss, ma è anche riuscita ad espanderlo proprio quando sarebbe logicamente impossibile farlo, perché all'interno di un regime democratico.

La Russia di oggi non sta subendo un colpo di Stato, un colpo di mano o un colpo di coda del passato. Sta sperimentando l'attuazione di un disegno che ha emesso i suoi primi vagiti quando Andropov raggiunse l'apoteosi del potere. Non fu però la conquista di un uomo, quanto della struttura che aveva plasmato quell'uomo e un'intera élite di potere: il Kgb. La fonte della fama di Andropov iniziò a sgorgare nel '56 di Budapest, si diffuse nel '68 di Praga per poi dilagare negli apparati sovietici nel 1982. Andropov, direttore del Kgb, diviene anche segretario generale del Pcus. E' la prima volta nella storia dell'Urss. Ma la storia stava correndo incontro al suo drammatico epilogo. Lo stallo a Kabul e l'avvitamento insostenibile dei rapporti con gli Usa, i venti di una crisi economica di enormi proporzioni, che avrebbe spinto la popolazione sul baratro della fame, un tessuto industriale asfittico e una tecnologia obsoleta. Cambiare era l'imperativo. Ma ancor più imperativo era cambiare per sopravvivere, cioè per far sopravvivere il Kgb come struttura portante dell'Urss. Arriva Gorbachev e la crisi esplode. Ma Gorbachev non è la colomba che l'Occidente vuole credere. E' una creatura di Andropov, che ha salito i gradini della gerarchia più potente perché accompagnato ad ogni passo dalla mano del Kgb.

Da Gorbachev a Eltsin le scosse devastano l'edificio comunista, che crolla in un buco nero dal quale non sembra esservi via d'uscita. Ma una porta si apre, anche se invisibile ai più. E' quella da cui rientra in gioco l'oligarchia del Kgb. Dopo l'anarchia del turbocapitalismo e l'overdose democratica dei primi anni Novanta, sopraggiunge l'inversione di marcia. Arriva lenta, col passo felpato. Ma è uno stillicidio che nessuno può fermare. Ad una ad una rotolano giù le teste dei più ferventi democratici, recise dalla scure degli antichi padroni spodestati. Insieme a loro cadono in disgrazia i nuovi ricchi che hanno fatto razzia dei monopoli sovietici alleandosi con i democratici. Al loro posto ritornano gli uomini del Kgb: Primakov, Stepashin e un certo Putin. Non c'è restaurazione, ma riaffermazione. Il Kgb cambia nome diventando Fsb. In due lettere che cambiano è racchiusa un'enorme trasformazione. Due le vie. Anzitutto i finanziamenti, dirottati dal defunto comitato centrale del Pcus. Poi il materiale e i poteri. L'Fsb incamera gli archivi e i dossier dell'Urss, elimina ogni altra agenzia concorrente ed estende oltre ogni limite il raggio del suo intervento. Tutto è intercettato dall'echelon informatica che sorveglia la Russia e che è monopolizzata dall'Fsb. Implosa l'Urss, il suo organo più importante, il Kgb, sopravvive trapiantandosi nel corpo gracile della democrazia. Democrazia? Autocrazia? Entrambe convivono in Russia, anche se la democrazia è sempre più una crosta sotto la quale si muove un potere anti-democratico.

L'egemonia dell'Fsb è un potere sopra ogni altro potere. L'Fsb è una rete di agenti con un addestramento e una formazione culturale di altissimo livello, una dote che li rende adattabili a molteplici contesti, dall'economia alla politica e ai media, dai governi regionali fino alle Ong e persino alla cultura e all'ambiente. E' proprio l'economia il terreno più fertile in cui far attecchire le nuove radici del potere. La fioritura è arrivata presto. Oggi qualunque grande compagnia russa include membri dell'Fsb, perché nessuna grande compagnia è rimasta fuori dal diretto controllo statale. Il Centro per lo studio delle Elites ha analizzato le biografie di 1061 figure di spicco dell'establishment russo. Il risultato è incredibile: il 78% della classe dirigente russa mantiene rapporti con l'Fsb o proviene dal Kgb.

L'icona dello zar, che incarna il potere del carisma personale, va incastonata in questa cornice politica ed organizzativa. Lo stesso vale quando il potere russo viene fatto sgorgare dai rubinetti delle sue risorse naturali. La Russia come proprietà privata di un Putin in abiti da gangster dell'energia (è la copertina dell'Economist) è un'immagine irrealistica, perché sgancia il potere di Putin dal suo sostegno. Il problema della Russia non è Putin, ma l'élite di potere senza la quale neppure Putin può governare.

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