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Barbara Frale

“Il Papato e il processo ai Templari. L’inedita assoluzione di Chinon alla luce della diplomatica pontificia”

Viella Editrice, Roma 2003

Estratto

Introduzione

Nel settembre del 2001 è stata riportata alla luce presso l’Archivio Segreto Vaticano una pergamena originale che la comunità scientifica credeva perduta da secoli. L’atto contiene l’assoluzione da parte di papa Clemente V all’ultimo Gran Maestro del Tempio e agli altri capi dell’ordine rinchiusi dal re di Francia nelle segrete del suo castello di Chinon. I risultati confermano quanto contenuto in un altro importante documento conservato nella cancelleria di Clemente V, un brogliaccio privato sul quale il papa lavorò con i suoi collaboratori giungendo alla conclusione che i Templari non erano eretici.

La scoperta apre una nuova dimensione della ricerca sul processo contro il Tempio: il “giallo storico” degli incontri segreti e dei documenti manomessi, da risolvere con gli strumenti dell’analisi diplomatica per illuminare i molti punti ancora oscuri di questa vicenda che fu uno dei più grandi intrighi internazionali del medioevo.

Più che un vero e proprio atto giudiziario, l’inchiesta tenuta nelle segrete dal fortilizio regio sembra il frutto di una negoziazione politica diretta dal pontefice e finalizzata a creare i presupposti giuridici per procedere alla riforma dell’ordine templare, in un momento storico in cui Clemente V credeva ancora possibile tutelarne la sopravvivenza. 

Dentro la leggenda

La vicenda dei Templari costituisce una delle pagine più desolate ed oscure nella storia dell’Occidente medievale: creato come ordine religioso-militare per la difesa della Terrasanta, dopo esser diventato una delle istituzioni più potenti ed autorevoli dell’intera cristianità il Tempio venne messo sotto processo agli inizi del XIV secolo e poi sospeso nel 1312 a causa delle gravi accuse che pesavano sui suoi membri. L’ultimo Gran Maestro Jacques de Molay, insieme ad uno dei più alti dignitari, Geoffrey de Charnay, scelse di morire per testimoniare l’innocenza sua e dei confratelli rispetto alle colpe che erano state imputate loro: eresia, adesione ad un credo anticristiano, depravazione dei costumi, idolatria. Condannato al rogo per aver voluto difendere fino in fondo l’onore del Tempio, poco prima di morire Molay avrebbe convocato Clemente V e Filippo il Bello dinanzi al Tribunale di Dio per rendere conto delle loro responsabilità. Entrambi morirono prima del volgere dell’anno: il racconto, tramandato in una cronaca coeva scritta da un probabile testimone oculare dell’esecuzione, generò ben presto leggende di grande fortuna che si tramandarono nel tempo ispirando l’inventiva dei creatori di sette segrete e dei novellisti dell’epoca romantica.

Fu il Rinascimento, con la sua grande passione per la magia e l’occultismo, a rispolverare le vecchie carte del processo fantasticando su quelle confessioni estorte dall’Inquisizione dove si leggeva di strani riti segreti, le quali però non avevano mai incantato gli uomini del primo Trecento che vissero realmente la vicenda: è il caso di Dante Alighieri, che nel canto XX del Purgatorio fa esprimere da Ugo Capeto la condanna verso l’erede Filippo IV per aver distrutto il Tempio a scopo di lucro, o quello di Boccaccio, il padre del quale si trovava a Parigi per esercitare la mercatura ed assistette al rogo dell’ultimo Gran Maestro.

Gli studi storici hanno dimostrato che queste presunte filiazioni esoteriche appartengono ad un sogno romantico; nondimeno, è un filone che ha la sua importanza e costituisce una pagina rilevante nella storia della cultura europea soprattutto per l’interesse che la tragica vicenda dei Templari è in grado di suscitare ancora oggi, dopo quasi settecento anni dalla sua fine.

La causa prima dell’attacco contro il Tempio, solidamente identificata nel bisogno di capitali della Francia di Filippo il Bello, era evidente anche per la società del tempo; ma vi sono molti aspetti del lungo processo, durato tecnicamente ben sette anni, che attendono ancora di essere chiariti.

Il sottile meccanismo dell’arresto

Il 13 ottobre 1307, con un atto completamente illegale ed improvviso, tutti i Templari di Francia furono imprigionati in un sol giorno per ordine di Filippo il Bello; grazie ad un accordo che il sovrano aveva stretto in maniera autonoma dall’autorità pontificia con il capo dell’Inquisizione di Francia, il domenicano Guillaume de Paris, fu innescato contro i prigionieri il terribile meccanismo del Tribunale che si applicava alle persone sospette di eresia. L’arresto costituiva un sopruso in quanto i Templari erano un ordine religioso, inoltre una serie di privilegi accordati dai papi ne avevano riservato il giudizio al solo pontefice.

L’ordine del Tempio osservava sin dalla sua fondazione un voto di fedeltà assoluta alla persona del papa, probabilmente un’eredità lasciata da san Bernardo di Clairvaux che fu fondatore spirituale dell’ordine e suo primo patrono; nell’etica specifica dei Templari, infatti, il papa non era semplicemente il Vicario di Pietro ma la sua persona si identificava con quella del santo, tanto che si rivolgevano a lui chiamandolo Nostro Padre l’Apostolo.

La normativa esprimeva questo legame in maniera molto evidente, come quando sanciva, ad esempio, che il papa era padrone assoluto dell’ordine subito dopo Nostro Signore; in effetti queste norme trovano un riscontro preciso nelle parole pronunciate dai capi dell’ordine durante il Concilio di Lione del 1274, quando si vagliava quel progetto di fusione che rischiava di ridurre il Tempio ad un vasto salvadanaio senza serratura che i sovrani europei avrebbero saccheggiato per i loro interessi. Amareggiato e scoraggiato dinanzi ad una simile prospettiva, tuttavia il Gran Maestro aveva ribadito: 

Siamo figli sottomessi di Santa Romana Chiesa, e lo saremo sempre, con l’aiuto di Dio. Siamo figli dell’obbedienza, lo saremo ancora: e terremo fede a quel voto fatto per tutta la vita di servire la difesa della Terrasanta. Per essa daremo tutto ciò che abbiamo, pronti ad offrire con gioia anche la vita secondo la volontà del Padre Nostro.

Proprio in virtù del legame speciale stabilito con la Sede Apostolica l’ordine del Tempio aveva ricevuto il privilegio di essere esente dalla giurisdizione sia laica che ecclesiastica, concessione in virtù della quale diveniva praticamente inattaccabile e sottomesso solo all’autorità del papa; in questa corazza d’invulnerabilità che rivestiva l’ordine c’era però un punto debole derivante da un episodio accaduto nei primi decenni del Duecento.

Al tempo di Onorio III diverse regioni della cristianità occidentale, e in particolare della Francia, erano state interessate dalla propagazione dell’eresia catara che aveva fatto molti proseliti anche tra le fila della Chiesa; nel 1221, data la gravità del momento, il pontefice aveva concesso all’inquisitore della Tuscia la facoltà straordinaria di procedere con le indagini persino nei confronti degli ordini esenti da qualunque giurisdizione, cioè i Templari, gli Ospitalieri e i Cistercensi.

Si trattava di un provvedimento d’emergenza e soprattutto dettato da una situazione particolare, tuttavia quella facoltà in seguito non venne mai revocata dai pontefici e perciò rimase in vigore, come una specie di arma latente che in futuro avrebbe anche potuto essere usata contro i tre ordini privilegiati.

Mors tua, vita mea

Durante i decenni seguenti del XIII secolo, quando la potenza e l’ascendente politico dei Templari erano notevoli in seno alla società cristiana, nessuno pensò a quel precedente giuridico che in ogni caso rimaneva valido poiché il privilegio non era mai stato abrogato o cassato per l’emissione di un decreto contrario. Ancora sotto il regno di san Luigi IX, una personalità incline al misticismo e soprattutto molto sensibile alle necessità della Terrasanta, la collaborazione fra il Tempio e la corona francese rimaneva stretta e cordiale; già sotto il successore Filippo III i rapporti cominciarono ad incrinarsi, almeno stando all’evidenza che il sovrano cercò di impedire ai Templari di acquisire i beni della manomorta com’era accaduto in passato. Il figlio Filippo IV ripeté più tardi la medesima manovra, ma fu con lo scoppiare del conflitto franco-inglese seguito all’invasione della Guienna, nel 1294, che si innescò un meccanismo terribile dalle conseguenze di portata internazionale.

Esausta per le spese della guerra che si prolungava ben oltre le previsioni del re, la Francia si trovava sull’orlo della bancarotta e gli avvocati vicini alla corona indussero il sovrano a tassare indebitamente il clero del regno; dinanzi alla fiera reazione di papa Bonifacio VIII (Benedetto Caetani, 1294-1303) contro l’abuso ai danni della Chiesa, la manovra venne impostata da parte regia come una lotta spiccatamente politica e formalmente mirata a detronizzare quel papa presentandolo come l’usurpatore del soglio pontificio dopo l’abdicazione di Celestino V. La situazione andò progressivamente peggiorando fino alla scomunica di Filippo il Bello (con la bolla Super Petri solio, redatta ma non promulgata) e l’attentato di Anagni (1303).

Pressato dalle gravi emergenze economiche, il re di Francia aveva realizzato che una grossa fetta della Chiesa del regno, cioè i Templari e gli Ospitalieri, possedeva un patrimonio consistente di unità produttive e capitali liquidi ma non era affatto tassabile proprio in virtù di specifici privilegi che riservavano tutte le risorse degli ordini militari alle necessità della Terrasanta. Il re ambiva a porre quel patrimonio sotto il controllo della corona caldeggiando l’unificazione di Tempio ed Ospedale che era stata discussa in seno al Concilio di Lione, e che Filippo intendeva pilotare imponendo quale capo dell’ordine unico un membro della sua famiglia: egli stesso, se necessario, dopo aver abdicato al trono in favore del primogenito; ma il piano cadde per la ferma opposizione dei Templari e l’indecisione dei pontefici.

Dinanzi a quel fallimento venne concepita all’interno del Consiglio reale, o più probabilmente nella cerchia degli avvocati regi, una strategia alternativa che avrebbe consentito al sovrano di arrivare a gestire il patrimonio dei due ordini militari anche se fosse caduta l’ipotesi della fusione: Filippo il Bello fece entrare segretamente nel Tempio dodici spie che divennero frati ma lavorarono con pazienza a raccogliere tutto quanto potesse servire per un’eventuale manovra contro l’ordine.

Nel 1306 la situazione della Francia giunse ad un livello tale di gravità che vi fu una rivolta della popolazione parigina e Filippo IV fu costretto a rifugiarsi nella Torre del Tempio con la sua corte per sfuggire l’assalto della folla; in quell’occasione probabilmente fece pesanti pressioni sul Tesoriere centrale del Tempio, frate Jean de La Tour, affinché gli rilasciasse un prestito per arginare almeno le prime necessità. L’importo preteso dal sovrano, 300.000 fiorini d’oro, era enorme e sicuramente sbilanciava la solvibilità della casa capitana di Parigi perché i Templari svolgevano anche ruolo di banca e dovevano assicurare il pieno rimborso dei capitali ai loro creditori; se si considera che la somma corrisponde a quel tempo al bilancio annuo della repubblica marinara di Pisa, non è affatto azzardato supporre che l’esazione del re di Francia avesse praticamente ripulito le casse del Tempio di Parigi. Ma la cosa più grave, senza giustificazioni e capace di provocare l’espulsione del Tesoriere dall’ordine, era la dinamica assolutamente illegale del prestito, compiuto in violazione del regolamento templare e cioè lasciandone il Gran Maestro completamente all’oscuro.

Lo scandalo del Tesoriere centrale dette origine ad una situazione burrascosa che rese tesissimi i rapporti fra il Tempio e la corona: quando il Gran Maestro rientrò da Cipro, agli inizi del 1307, verificò i libri contabili e si accorse dell’enorme ammanco aperto proditoriamente a vantaggio del re. Filippo il Bello aveva preteso quel denaro senza dare alcuna garanzia, senza ad esempio impegnare qualcuno dei beni della corona che avrebbe permesso ai Templari di giustificare quel prestito.

Il sovrano in passato aveva lottato contro Bonifacio VIII convinto di poter tassare a suo piacimento il clero francese per sovvenire le necessità finanziarie del regno; vinta la contesa,120 intendeva passare al patrimonio di quell’ordine privilegiato che custodiva la Tesoreria del regno e ricavava una ricca parte dei proventi da beni situati in territorio francese. Aveva agito con un’arroganza inaudita e la reazione del Gran Maestro fu talmente dura che il pontefice in persona dovette intervenire per tamponare la crisi. Il Tesoriere La Tour fu riammesso nell’ordine proprio grazie all’intercessione di Clemente V, provvedimento che in sostanza faceva figurare tutto l’evento come un incidente avvenuto per un malinteso e che, almeno nelle speranze del papa, avrebbe salvato i rapporti fra Jacques de Molay e Filippo il Bello:121 ma il re aveva compreso che quel Gran Maestro si sarebbe fieramente opposto al controllo della corona sul Tempio, e che con lui alla dirigenza dell’ordine i beni templari non sarebbero mai stati una riserva d’emergenza per le necessità della politica francese.

L’attacco che il sovrano compirà di lì a poco probabilmente non derivava da un qualche ostilità ideologica preconcetta, nonostante gli storici tendano a disegnarlo come una personalità irascibile e incline al fanatismo religioso. Con la stessa strategia Filippo il Bello aveva requisito i beni di importanti gruppi finanziari del regno, cioè gli ebrei e i banchieri fiorentini, mettendoli sotto processo ed espropriandone i beni: nella mente del sovrano, o se preferiamo nella sottile costruzione teorica dei suoi avvocati, nessun prezzo pareva troppo alto per promuovere la potenza della Francia.

L’assoluzione

Nel settembre 2001 è stato ritrovato presso il fondo di Castel Sant’Angelo dell’Archivio Segreto Vaticano un documento originale che la comunità scientifica credeva perduto da molto tempo: si tratta di una pergamena contenente l’assoluzione concessa per autorità di papa Clemente V a Jacques de Molay e ai maggiori dignitari del Tempio detenuti dal re di Francia nelle segrete del suo fortilizio di Chinon. Il documento è parte integrante dell’inchiesta pontificia avvenuta a Poitiers nell’estate del 1308, della quale costituisce una sorta di sessione speciale istituita in separata sede per cause di forza maggiore; in questa pubblicazione viene edito per la prima volta reinserendolo all’interno del contesto cui appartiene.

Che Clemente V avesse fatto assolvere i capi templari dalla scomunica era noto da fonti indirette, riguardo alle quali tuttavia gli storici hanno sempre mostrato una lodevole diffidenza: l’assenza dell’originale, unita alle successive vicende dello scioglimento e del rogo dell’ultimo Gran Maestro, giustamente spingevano a dubitare che un simile documento fosse mai stato scritto.

Subito dopo l’identificazione sono stati consultati quattro studiosi di fama internazionale, specialisti di storia del Tempio, dai quali potevano venire il sicuro conforto ma anche la verifica per la questione che si poneva: Malcom Barber docente di Cambridge e poi di Reading, Alain Demurger della Sorbona, Franco Cardini dell’università di Firenze e Francesco Tommasi dell’ateneo di Perugia; da loro è giunta la conferma che, almeno stando alla bibliografia corrente, il documento risulta inedito.7 Passata al vaglio dell’analisi diplomatica, paleografica e codicologica, la pergamena di Chinon è risultata genuina in ogni suo aspetto e non presenta punti dubbi.

 

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