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I NEOCON, RIVOLUZIONARI NATI DALLA SINISTRA NEWYORCHESE

Christian Rocca - Il Foglio, 28 aprile 2002

 

New York. Scrive il New Yorker che uno degli effetti collaterali della guerra in Iraq sia stato lo sdoganamento della parola "neoconservative", espressione coniata dall'intellettuale newyorchese Irving Kristol un bel po' di anni fa. Con il suo consueto snobismo radical chic, il New Yorker ha colto nel segno anche perché "neoconservative" non pare la definizione migliore per il piccolo, piccolissimo, gruppo di intellettuali, giornalisti e politici più chiacchierato del momento. Quella Spectre di falchi repubblicani che in Italia viene descritta né più né meno come una setta di fanatici piduisti, secondo l'Economist sarebbe meglio chiamarla "neo radicale", perché i teorici delle azioni preventive e dell'esportazione della libertà in Medio Oriente vogliono cambiare il mondo, pensano sia possibile farlo e non si rassegnano allo status quo. Sono idealisti e rivoluzionari, come ha riconosciuto Daniel Cohn Bendit in un forum con Richard Perle pubblicato da Foreign Police e dal Foglio.

Il New York Observer, settimanale della sinistra che spesso si distanzia dai radical chic, ha raccontato una cosa poco nota: i neoconservative non sono una cricca di washingtoniani con le mani in pasta nei palazzi del potere federale. E' vero che il loro think tank di riferimento è l'American Enterprise di Washington, l'istituto di studi dal quale l'Amministrazione Bush ha preso una ventina di persone. Ma il nucleo fondatore e i finanziatori del movimento sono newyorchesi. I neocon sono nati nella culla della sinistra americana, a Manhattan risiedono i principali sponsor editoriali ed economici.

Il movimento si è consolidato sulle ceneri delle idee visionarie di Barry Goldwater, il leggendario e discusso padre nobile della rivoluzione repubblicana poi attuata da Ronald Reagan. Ma le origini intellettuali sono degli anni Trenta/Quaranta. Quelli che sarebbero poi diventati i neoconservative hanno studiato al City College di New York, ha scritto Gary Dorrien nel suo libro "The Neoconservative Mind: Politics, Culture, and the War of Ideology". I neoconservatori nascono dalla vecchia sinistra newyorchese e da uno strano miscuglio di ex trotzkisti, sindacalisti e ala destra dei Democratici che negli anni Sessanta si opponeva ai movimenti antagonisti e alle gloriose e progressive sorti del socialismo. Detestavano lo snobismo dell'elite radical chic di New York e i sentimenti antiamericani della sinistra. I neocon della prima ora criticavano la "nuova classe non produttiva" che si andava affermando in città, quella che in Italia ora si chiama burocraticamente "ceto medio riflessivo" oppure "faccio cose, vedo gente". In altre parole, i neocon avevano sul gozzo la crema della New York liberal, quella eterna terrazza di Manhattan cui partecipavano intellettuali, burocrati, psicologi, giornalisti, consulenti e avvocati.

I neocon non hanno mai costituito un blocco di potere. Come dice John Podhoretz, figlio dei fondatori di Commentary, ex capo delle pagine editoriali del Wall Street Journal e oggi opinionista del New York Post, "Bush è arrivato a queste idee da solo, non ha avuto bisogno dei libri e delle riviste che abbiamo pubblicato. Forse la nostra influenza è una specie di illusione". I neoconservatori hanno soltanto preparato una cultura di cui il presidente si è servito al momento delle decisioni post 11 settembre.

Oltre ai due genitori di Podhoretz, l'altro padre nobile è Irving Kristol, padre del William Kristol che fu capo dello staff di Dan Quayle e oggi direttore di Weekly Standard, il giornale di idee neoconservative che sta a Bush junior così come Commentary stava a Reagan. Kristol padre ha scritto parecchi libri sull'argomento, tra cui "Neo-Conservatism: The Autobiography of an Idea", e una serie di dieci audio cassette dal titolo "Reflections of a Neoconservative". Con questi saggi e con il libro di Mark Gerson "The Essential Neoconservative Reader", una raccolta di articoli definita "il meglio del pensiero neoconservative", si può tracciare il profilo del perfetto neocon: è un ex militante di sinistra, anticomunista, ferocemente capitalista, contrario all'invadenza dello Stato, che crede nell'uso del potere e della forza per promuovere gli ideali americani di democrazia e libertà in giro per il mondo. Un'altra caratteristica è: ebreo. Gli avversari puntano molto su questo particolare, con toni che si credevano dimenticati nel mondo occidentale. Ma i neocon, da buoni ebrei, sembrano divertirsi e ormai le battute non si contano più. La più famosa è questa: l'unica differenza tra un conservatore e un neoconservatore è la circoncisione. Quando ad Ann Coulter, la cattivissima e biondissima autrice di destra che dopo l'11 settembre aveva chiesto a Bush di invadere i paesi musulmani, uccidere i loro leader e convertire i loro popoli, le hanno chiesto se lei fosse una neoconservative ha risposto: "No, io sono una gentile".

Molti neocon sono di religione ebraica, quasi tutti sionisti e sostenitori di Benjamin Netanyahu. Ora si fidano anche di Ariel Sharon, al punto che il New York Sun, altro piccolo giornale di idee neoconservative, sostiene che il primo ad aver parlato di democratizzare il Medio Oriente è stato, il 18 ottobre 1991 all'Oxford University, "Woodrow Wilson Sharon" (dal nome del presidente americano di sinistra che nei primi anni del secolo scorso voleva esportare gli ideali democratici e liberali nel mondo).

Uno degli sponsor dei neocon è Rupert Murdoch, editore di Weekly Standard, e soprattutto proprietario di News Corp. la società dei newyorchesi Fox News e New York Post (hanno sede sulla Sesta Avenue). Né Fox né il Post sono organi neoconservative, ma certamente non hanno avuto un atteggiamento negativo nei confronti di Paul Wolfowitz, Richard Perle, Robert Kagan, Douglas Feith, Kristol, Michael Ledeen e degli altri. Secondo il New York Observer, tra gli uomini dello squalo Murdoch ci sono anche dei neocon dichiarati come Roger Ailes, presidente e amministratore delegato di Fox News Corporation; Bob McManus, capo delle pagine degli editoriali del New York Post. Anche il Weekly Standard, il giornale più intrinsicamente neoconservative, ha un'origine manhattanites. Il settimanale di Kristol è stato fondato in un bar dell'Upper West Side, per la precisione sulla 72esima strada, che non poteva avere un nome migliore per l'organo dei nuovi rivoluzionari: "Utopia Coffee Shop".

Le altre centrali newyorchesi del neoconservatorismo sono le pagine degli editoriali e dei commenti del Wall Street Journal, la rivista Commentary fondata da Norman Podhoretz e da sua moglie Midge Decter, e il New York Sun diretto da Seth Lipsky e finanziato da Bruce Kovner, presidente della Caxton Corporation, e Roger Hertog, vicepresidente di Alliance Capital Management. I due partecipano anche al capitale di The New Republic, autorevole settimanale della sinistra neo liberal che storicamente guarda a destra. Il legame tra i neoconservative e The New Republic, di proprietà del grande amico di Al Gore, Martin Peretz, è così forte che il direttore, Lawrence Kaplan, qualche mese fa ha scritto "The War over Iraq: Saddam's Tyranny & America's Mission", uno dei libri che meglio di altri ha spiegato la nuova politica estera americana, insieme con William Kristol, direttore del concorrente Weekly Standard. A New York c'è anche un think tank che, al pari dell'American Enterprise, diffonde le idee dei neoconservative, il Manhattan Institute for Policy Research, nel cui board siedono Kovner, Hertog, William Kristol e Mark Gerson. Hertog e Kovner sono anche nel board dell'American Enterprise, mentre il solo Hertog è uno dei principali finanziatori di Shalem Center, una specie di American Enterprise israeliano. Un altro finanziatore dei neocon è Lord Conrad Black, il magnate canadese dei media, investitore nel New York Sun, e presidente della Hollinger International, nel cui board dei direttori siede Richard Perle.

Da qualche tempo anche la rivista National Review, (splendido il sito internet curato da Kathryn Jean Lopez), una volta vetero conservatrice, strizza l'occhio ai neocon sulla politica estera. Merito di Jonah Goldberg, figlio di Lucianne Goldberg, la celebre agente letteraria dell'Upper West Side che ha consigliato a Linda Tripp di registrare quelle conversazioni con Monica Lewinsky che hanno poi portato all'impeachment di Bill Clinton. Lucianne Goldberg (secondo il NY Observer "la Elaine Stricht del movimento neoconservatore") ha anche un weblog (Lucianne.com) ed è così tosta che "se per neoconservative si intende chi ama uccidere la gente e rompere le cose, eccomi io sono una neoconservative".

Tra le case editrici vicine ai neoconservative c'è la Doubleday (Random House), guidata da Adam Bellow, figlio di Saul. Lo stesso si può dire di Crown House (a giugno esce un libro della Coulter sul tradimento della sinistra). Ora anche la Penguin si è attrezzata con una collana che darà spazio alle idee dei nuovi idealisti. Uno dei quali è Max Boot, ragazzo prodigio dell'ambiente neoconservatore, 33enne, ha già diretto le pagine degli editoriali del Wall Street Journal. Eleana Benador è la pr che cura l'immagine di Perle, James Woolsey, Ledeen, Charles Krauthammer del Washington Post, dell'esule iracheno Kanan Makiya, dell'iraniano Amir Taheri e dello stesso Boot. Quei maligni dell'Observer hanno messo dentro la galassia anche due liberal doc che sull'esportazione della libertà, nonostante i mille tentennamenti, da tempo sostengono idee simili a quelle della Spectre: sono Thomas Friedman del New York Times e Fareed Zakaria di Newsweek.

 

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