1

II

I MONDIALISTI

Chi sono i mondialisti?

Qual è il rapporto tra mondialisti e borghesi?

I mondialisti non sono un partito a sé fra gli altri partiti liberaldemocratici.

Essi non hanno interessi separati da quelli dell'intera umanità.

Essi non propongono particolari princìpi su come modellare l’umana società.

I mondialisti si distinguono dai restanti partiti solo perché, d'un lato, nelle diverse lotte nazionali dei borghesi, dei liberali e dei democratici essi pongono in evidenza e affermano gli interessi comuni di tutta l’umanità, indipendentemente dalla nazionalità; dall'altro, perché essi esprimono sempre l'interesse complessivo del movimento ideale nelle diverse fasi in cui si sviluppa la lotta fra apertura e chiusura, fra società e comunità, fra libertà e tirannide.

I mondialisti sono pertanto nella pratica la parte più decisa e più avanzata dei partiti liberaldemocratici di ogni paese, e dal punto di vista teorico essi sono anticipatamente consapevoli delle condizioni, del corso e dei risultati complessivi del movimento per l’unificazione dell’intera specie umana in un solo Impero mondiale.

Avanguardie di questo possente movimento d’uomini e d’idee furono i membri del popolo d’Israele dispersi fra le genti, e le sette cristiane protestanti anglosassoni.

Gli Ebrei, costretti, a causa del divieto di esercitare qualsiasi mestiere “puro”, a svolgere le attività di cambiavalute e banchieri per vivere, furono per primi indotti a non radicarsi in una classe o corporazione, in una città o nazione particolare, ma ad essere pienamente individui cosmopolitici, e quindi anche cosmostorici (cioè autori e determinatori della storia del mondo).

Puritani e calvinisti, dal canto loro, perseguitati dai loro sovrani, costretti ad emigrare in nuove terre, scoprirono di non poter riporre la propria sicurezza in uno Stato-madre onnipotente e totalitario; compresero il valore immenso della libertà e l’infinita dignità dell’individuo solo in mezzo a una natura selvaggia da domare, ritto con la propria coscienza davanti a Dio; e diedero forma logica e giuridica a tali immortali princìpi, edificando una società nella quale la difesa delle istituzioni era affidata alla probità e al senso dell’onore di tutti i suoi cittadini, e dove chiunque, purché avesse talenti e forza di volontà per svilupparli, poteva ascendere ai massimi gradini della scala sociale, indipendentemente dal colore della pelle e dalla nazione di provenienza.

Per tal motivo comunisti e nazifascisti hanno perseguitato i figli d’Israele, e tentato – senza successo, Deo gratias – di cancellare il loro seme dalla faccia della terra: perché in essi, giustamente, vedevano gli esponenti della classe universale, banchieri, giornalisti, scrittori, filosofi, scienziati; uomini e donne non radicati in un luogo, in uno spazio determinato, non legati ai falsi miti del sangue e del suolo, ma pienamente, autenticamente cittadini del mondo. E per lo stesso motivo le armate nere, rosse e adesso verdi hanno tentato e tentano di distruggere gli Stati Uniti d’America, dolce terra di libertà, e lo Stato d’Israele, unico avamposto di democrazia in un Oriente oppresso da regimi tirannici, assassini e totalitari. Contro questi assalti brutali e sanguinari deve innalzarsi possente la barriera, lo scudo del movimento mondialista. 

Il primo compito dei mondialisti è identico a quello di tutti gli altri partiti liberaldemocratici: costituzione della borghesia in classe, annientamento del dominio della tirannide, conquista del potere politico da parte della borghesia.

Le formulazioni teoriche dei mondialisti non riposano affatto su idee, su princìpi scoperti da questo o quel riformatore del mondo. Essi sono solo l'espressione generale di rapporti effettivi di una lotta fra princìpi contrapposti – fra chiusura e apertura – che esiste, di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi. 

Mondialismo e Tradizione

I tradizionalisti inorridiscono perché noi vogliamo eliminare il Sacro dal mondo. Ma nelle società occidentali la sacralità della natura è stata già abolita duemila anni fa dal Cristianesimo; anzi, esso può parlare, e parla, di sacralità della vita umana proprio in quanto tale sacralità non esiste per i leoni, le farfalle, gli tsunami e il vibrione del colera. Essi ci accusano dunque di voler abolire la sacralità del mondo non umano, in nome della quale si commettono aborti e sterilizzazioni forzate, per salvaguardare la sacralità dei singoli, concreti individui umani.

In una parola, essi ci accusano di voler abolire la base del loro dominio. È proprio quello che vogliamo.

Dal momento in cui il mondo non-umano non può più essere trasformato in feticcio, tabù, Korbàn – in breve, in un potere sociale monopolizzabile –, cioè dal momento in cui la sacralità dell’uomo non può tramutarsi in sacralità della natura, da quel momento essi dichiarano che ad essere abolito è il Sacro.

Essi ammettono così di considerare come sacro nient'altro che il non-umano, il mondo non-umano. E pertanto questa sacralità deve essere abolita.

Tutte le obiezioni rivolte contro il modo mondialista di appropriazione e di produzione dei prodotti materiali sono state sviluppate allo stesso titolo nei confronti dell'appropriazione e della produzione dei prodotti spirituali. Come per il tradizionalista la fine della sacralità della natura significa la fine del Sacro stesso, così per lui la fine della cultura nazionale è identica alla fine della cultura in quanto tale. La cultura di cui egli lamenta la perdita è per l'enorme maggioranza dei popoli del pianeta la preparazione a diventare un soldato, un assassino; uno sterminatore di inglesi in nome della Francia, uno sterminatore di francesi in nome della Heimat, uno sterminatore di austriaci in nome dell’Italietta, uno sterminatore di ebrei in nome della razza ariana o della Umma islamica. Di questa cultura un mondo unito farà volentieri a meno.

I nemici del mondialismo ci accusano anche di volere la distruzione delle culture indigene o in genere minoritarie, come quella dei nomadi o zingari. Essi accusano noi mondialisti di essere degli sradicati, ed elogiano il radicamento di quelli in un sistema ben compatto di tradizioni e modi di comportamento. In verità, criticandoci, essi ci elogiano. Le culture ancestrali che essi venerano sono come mummie rinchiuse in teche di vetro, che a contatto con l’aria si dissolvono; così si sono disfatte le società Inca e Maya. L’Occidente è libero e vivo come il vento che soffia dove vuole, poiché esso circonda e abbraccia il mondo intero con tutte le sue epoche.

Mondialismo e nazionalismo

Si è inoltre rimproverato ai mondialisti di voler liquidare la patria, la nazionalità.

I poveri, i reietti, gli apolidi, i perseguitati di tutti i luoghi e di tutte le epoche non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno. Il tempo del genocidio armeno, dei gulag, di Auschwitz, delle fosse comuni e delle pulizie etniche è finito. È ora di cambiare! Il sangue versato dagli innocenti, le grida di sofferenza che nessuno ha mai udito, non dovranno più essere inghiottite impunemente nel passato. I mondialisti hanno intenzione di sfondare i vecchi muri dell’indifferenza nazionale e aprire una nuova strada per questa gente.

Le divisioni e gli antagonismi nazionali fra i popoli tendono sempre più a scomparire già con lo sviluppo della borghesia, con la libertà del commercio, con il mercato mondiale, con l'uniformità della produzione industriale e delle condizioni di vita che ne derivano.

L’instaurazione di un Impero mondiale li farà scomparire ancora di più. L'azione comune almeno dei paesi più civilizzati è una delle prime condizioni per la liberazione dei popoli sottosviluppati dalla maledizione degli odi tribali e delle pulizie etniche.

In tanto in quanto viene eliminato lo sfruttamento del singolo individuo da parte di un altro, e sostituito da un sistema di dipendenza onnilaterale e impersonale mediato dal denaro, svanisce anche lo sfruttamento di una nazione da parte di un'altra.

Mondialismo e Religione

Si è ancora rimproverato a noi mondialisti di voler abolire la religione organizzata in generale, di voler distruggere la Chiesa e le altre comunità religiose; la religione che costituirebbe la base di ogni libertà e dignità personale.

Religione organizzata! Ma di quale religione parlate? Del Cristianesimo, diviso tra cattolici, ortodossi, anglicani, protestanti di mille sette? Non abbiamo intenzione di abolirlo, anzi lo consideriamo padre e mallevadore del mondialismo per aver combattuto il panteismo pagano, introdotto la distinzione fra il Creatore e le creature, e per conseguenza iniziato quel processo di desacralizzazione della natura e, nel contempo, di assoggettamento di essa alle leggi eterne di un Dio fedele che ha prodotto lo sviluppo della scienza e dell'industria, della libertà dalle malattie e dalla povertà cui assistiamo da cinquecento anni. L’ultimo Pontefice, poi, ha tessuto il più bell’elogio dell’economia di mercato che è la base materiale delle moderne società d’Occidente, mostrando che la storia del capitalismo è ben lungi dal rassomigliare ad una squallida e ridicola shark tale.

Siamo ben consapevoli del fatto che nessuna società aperta, complessa e differenziata al suo interno può sopravvivere senza un consenso di fondo su principi e valori strutturanti la convivenza; principi e valori che sono propri di tutti gli uomini come individui, ma che solo il Cristianesimo come religione organizzata ha fatto emergere alla luce della consapevolezza e innalzato a pilastri angolari di una civiltà universale. Il mondialista non sarà mai un ateo ignorante, un libertino senza cervello, un maiale sazio e annoiato.

Oppure parlate della religione come custode dei valori tradizionali, delle culture terzomondiste?

Ma dove c’è corruzione diffusa, persecuzione delle minoranze religiose, uso sistematico del terrore sui propri cittadini e del terrorismo verso gli stranieri, la religione, il culto a Dio, assicura il rispetto di qualche valore? Niente affatto. Essa crea solo il vestito nuovo del re, il manto invisibile che dovrebbe coprire le vergogne di quei regimi e che invece, dalla bocca dei bambini e dei lattanti, degli uomini semplici e onesti (alieni dalle fumisterie degli intellettuali veteroeuropei), ne svela ineluttabilmente la nudità e la miseria spirituale.

Ciò che vogliono i mondialisti non è l’abolizione della religione in generale, e neppure di una particolare fede religiosa; essi mirano all’abolizione di quella specifica patologia della religione che è il fondamentalismo, vale a dire l’indebita commistione tra religione e scienza, religione e filosofia, religione e diritto, religione e politica. Questo ci porta al primo punto della nostra strategia: la soluzione della questione islamica.

1. Mondialismo e Islam

L'eliminazione del potere delle gerarchie religiose nei paesi islamici non è qualcosa di specificamente mondialista.

Tutta la storia dell’umanità è storia di una progressiva emancipazione della sfera politico-giuridica da quella dei rapporti fra l’uomo e la Divinità, e per conseguenza di un allargamento degli spazi di libertà per quanti non professavano la religione della maggioranza, in un luogo e un’epoca determinati.

Ad esempio, in Atene e a Roma i re-sacerdoti furono ridotti a funzioni rituali e simboliche, a vantaggio delle assemblee elettive e dei rappresentanti del popolo. Così pure, per contrasto, nel Medioevo il tracollo dell’Impero sacro e romano fu determinato dalla sorda opposizione dei vertici della Chiesa latina ad un pieno dispiegarsi della potestà imperiale sull’Italia, che i Papi consideravano loro possesso inalienabile; da qui lo smembramento dell’Europa nei vari Stati nazionali, e lo sforzo dei sovrani assoluti di emanciparsi dalla potestas indirecta della Santa Sede.

Ciò che distingue il mondialismo non è l'eliminazione del potere dei clerici in quanto tale, bensì l'abolizione del potere dei clerici islamici, mullah e ayatollah.

Ma l’attuale potere dei religiosi islamici è l'ultima e più compiuta espressione della chiusura comunitaristica di quelle società, fondata su contrapposizioni di religione che diventano anche contrapposizioni di classe, sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della maggioranza da parte della minoranza.

In tal senso i mondialisti possono riassumere la loro teoria in questa singola espressione: abolizione della sharia, separazione tra sfera religiosa e sfera laica, esautoramento della casta militare e dei mullah dalle leve del potere, a favore di un potere civile colto e illuminato.

Abolizione della famiglia! I musulmani si indignano per questo scandaloso intento dei mondialisti.

Su che cosa poggia la famiglia islamica attuale? Sulla disuguaglianza, sulla superiorità dei mariti e sulla sottomissione delle mogli. In senso pieno essa esiste solo per gli uomini; ma essa trova il suo completamento nell'imposizione alle donne di non avere una dignità e nella schiavitù delle mogli.

La famiglia islamica, gerarchica decade naturalmente con l'eliminazione di questo suo proprio completamento ed entrambi scompaiono con la scomparsa della disuguaglianza fra uomini e donne.

I muslims ci rimproverano di voler abolire lo sfruttamento delle mogli da parte dei loro mariti, lo sfruttamento delle figlie da parte dei loro padri? Confessiamo questo crimine.

Ma essi dicono che noi aboliamo i rapporti più cari sostituendo con l'educazione laica quella impartita dai dottori del Corano.

E forse che la loro stessa educazione non è determinata dalla società? Dai rapporti sociali nel cui ambito essi educano, dall'interferenza più o meno diretta o indiretta della società per mezzo delle scuole coraniche e così via? Non sono i mondialisti a inventare l'intervento della società nell'educazione; ne cambiano solo il carattere, sottraggono l'educazione all'influsso di una religione dominante.

"Ma voi mondialisti volete introdurre la scostumatezza delle donne!", strepita in coro contro di noi l'intelligentsija islamica.

Il buon musulmano vede in sua moglie un puro strumento di soddisfazione del suo piacere. Egli sente dire che le donne devono essere parificate agli uomini e non può naturalmente fare a meno di pensare che esse acquisiranno i suoi stessi vizi. Non gli viene in mente che si tratta proprio di abolire la posizione delle donne come puri strumenti di soddisfazione del piacere.

Nella sua forma attuale, la religione islamica deriva dalla contrapposizione di “fedeli” e “infedeli”. Osserviamo i due lati di questa opposizione.

Essere un “fedele” per l’Islam (un muslim, un sottomesso) significa assumere sulla scena politica una posizione non solo puramente personale, ma sociale. Il potere politico è un prodotto collettivo e può essere messo in moto solo grazie a una comune attività di molti, anzi in ultima istanza di tutti i membri della società.

Il potere politico non è quindi un potere solo personale, è un potere sociale.

Nell’Islam potere politico e appartenenza alla “vera” religione sono inestricabilmente legati. Gli islamici non hanno ancora assorbito l’aurea massima di Gesù Cristo: date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio. In Occidente questa massima significa che Cesare, cioè il sovrano terreno, ha dei diritti inalienabili, che gli spettano in virtù della sua intrinseca natura e funzione: assicurare la tranquillità della vita terrena contro i pericoli interni ed esterni. Questi diritti, e i corrispondenti poteri, riguardano le tasse e il loro uso per l’utilità pubblica, la protezione delle vite e dei beni dei cittadini contro i violenti e i briganti, la pace e la guerra. Nel mondo musulmano, viceversa, tutto viene considerato proprietà di Dio; il che vuol dire, in pratica, che tutto appartiene a colui il quale, in un certo luogo e momento storico, riesce ad imporsi, con la forza o con la truffa, come “bocca” dell’Altissimo. Tutto: diritti, libertà, denaro sonante e corpi di donne e bambini.

(Le principali organizzazioni di tutela dei diritti umani hanno informato per tempo la sonnacchiosa opinione pubblica dell’Occidente che gli ayatollah iraniani son soliti approfittare delle loro posizioni di potere non soltanto per stuprare giovani vergini – coloro che si ribellano vengono accusate di adulterio e lapidate –, ma anche per compiere atti di pederastia nei confronti di bambini di pochi anni e di bambine non ancora mestruate. Così pure è nota l’accusa rivolta da un ministro pachistano alle madrasse del suo paese, di ospitare e coprire molestie sessuali da parte degli insegnanti del Corano nei confronti dei giovani allievi.)

Se allora la religione viene separata dalla politica, e trasformata in un fatto che riguarda i singoli e gli associati come uomini, e non più come cittadini, in tal modo non si abbatte la religione (nemmeno la religione islamica). Cambia solo il carattere sociale della religione. Essa perde il suo carattere di passe-partout per l’esercizio del potere politico.

Veniamo ai cosiddetti “infedeli”.

Con "libertà" si intende nell'ambito degli attuali rapporti islamici con il resto del mondo il libero proselitismo, la libertà di convertire gli “infedeli” all’Islam. Una simile libertà di evangelizzare e convertire non è riconosciuta, nei paesi islamici, ai fedeli di altre religioni come invece lo è in Occidente ai muslims, anzi l’abbandono della fede in Allah è punita con la morte.

Nei paesi islamici, inoltre, gli “infedeli” sono relegati al gradino più basso della scala sociale: ad essi sono riservate le professioni che il buon muslim, il sottomesso ad Allah e al califfo del momento, considera impure (sono, non casualmente, quei mestieri e quelle professioni che hanno fatto la fortuna della borghesia occidentale, e che oggi determinano la relativa prosperità delle minoranze religiose nei paesi arabi). I loro diritti civili, in società dominate da monarchie assolute o da dittature militari, sono praticamente inesistenti; ad essi non è riconosciuto neppure quel minimo di solidarietà che si riserva a chi patisce la medesima dura sorte, perché sono appunto fuori dalla cerchia dei “fedeli” e pertanto rubare i loro beni non è ritenuto un furto, ma una restituzione, la loro uccisione non è considerata omicidio, ma eroismo.

Il medesimo complesso di superiorità che il muslim ostenta nei confronti dei nasrani – espressione invero di profonda insicurezza e di scarsa autostima –  è all’origine di una corsa, da parte di musulmani benestanti ed acculturati, ad arruolarsi come uomini-bomba, ad uccidersi al solo scopo di massacrare il maggior numero di cristiani, di ebrei o di indù, o anche di sciiti e di musulmani “moderati” che ai loro occhi sono peggio che infedeli, sono apostati indegni perfino di esser convertiti. È una palese ovvietà il fatto che non tutti i seguaci di Maometto siano dei terroristi assassini; ma è ben più di un’ovvietà il fatto che tutti gli attentati più sanguinari degli ultimi trent’anni (dai dirottamenti aerei all’abbattimento delle Due Torri, da Bali a Casablanca, fino agli sgozzamenti in Iraq) sono stati compiuti da seguaci di Maometto. Anche il talebano bianco John Walker, prima di andare a combattere contro i suoi fratelli americani tra le montagne dell’Afghanistan, si era convertito al Corano.

Nella società islamica è dunque il passato che domina sul presente, in quelle occidentali è il presente che domina sul passato. Nella società islamica il potere politico è indipendente e personale, mentre l'individuo attivo è dipendente e impersonale.

E l'abolizione di questo rapporto la intellighentsija islamica la chiama abolizione della religione e della fede in Dio! E a ragione. Si tratta però dell'abolizione della religione e fede integraliste, che negano la legittima autonomia delle realtà temporali.

Ma se scompare l’integralismo, allora si apre per tutte le religioni la libera concorrenza nel procacciarsi nuovi adepti; e come in ogni sfera in cui si affermi il principio di una concorrenza libera da ceppi monopolistici od oligopolistici, chi ha più filo da tessere più tesserà; chi propone valori più saldi, più forti, più conformi alla natura razionale e spirituale dell’uomo conquisterà anche più fedeli. Le religioni meno competitive sotto questo profilo scompariranno, come i telai a mano nel 1700 hanno lasciato il posto ai telai meccanici.

Coloro che nel Settecento distruggevano i telai a vapore in nome dell’antico uso erano dei criminali – e dai loro zoccoli, i sabots, è derivato il termine “sabotatore” –; allo stesso modo lo sono oggi i gruppi fondamentaslisti islamici che invocano l’intervento dello Stato contro i convertiti al Cristianesimo o ad altre religioni, e la repressione di questi gruppi deve essere l’obiettivo prioritario che uno Stato occidentale ispirato ai princìpi mondialisti deve perseguire nei suoi rapporti con l’Arabia Saudita e con gli altri paesi di questa risma.

Ciò non avverrà sicuramente senza spargimento di sangue; ma sarà un eccidio infinitamente minore di quello che si compie attualmente con gli attentati terroristici, le torture, i rapimenti e gli sgozzamenti ripresi in videocamera. Chi oggi ritiene che non valesse la pena di morire per Bagdad appartiene alla stessa genìa di coloro che ieri non ritenevano necessario morire per Praga o per Danzica, e poi morirono a milioni per Parigi, Londra e Roma. Chi viene a patti con gli assassini sperando di esserne risparmiato, chi collabora per viltà al massacro dei propri fratelli, dei propri connazionali, sta solo posticipando la sua fine. Noi mondialisti sappiamo che la guerra sarà lunga e dura, che essa conoscerà avanzate e ritirate, che costerà a molti di noi il sacrificio della vita; ma siamo certi che alla fine la bandiera verde sarà ammainata, come lo furono la bruna e la rossa.

2. Mondialismo e Cina

La separazione della sfera religiosa da quella temporale, l’instaurazione di regimi sanamente laici nelle società islamiche è solo il primo passo che i mondialisti dovranno compiere al fine di dare soluzione ai problemi di miseria spirituale e materiale che affliggono i quattro quinti degli abitanti del pianeta, oppressi da regimi tirannici e corrotti, e per evitare che dittatori e demagoghi sfruttino la facile retorica del contrasto tra ricchi e poveri per sottrarsi al castigo dei loro crimini, indirizzando la rabbia dei loro popoli contro un Occidente presentato come sazio ed egoista. Perché tutto cambi, è necessario che nulla rimanga com’è ora.

I mondialisti non possono accontentarsi di qualcosa di meno o di diverso da una rivoluzione planetaria, che allinei tutti i paesi della terra al modello di democrazia liberale, fondata sullo Stato di diritto e sul rispetto degli immortali diritti dell’uomo, che costituisce la creazione e il vanto della borghesia angloamericana, e che assicuri libertà e prosperità a quanti ora ne sono privi. La seconda tappa dell’agenda mondialista è dunque costituita dalla soluzione del problema Cina.

Nei quattromila anni della sua storia il popolo cinese è sempre stato caratterizzato da un rigido collettivismo che aveva la sua fonte nella concezione patriarcale del potere politico, impersonato da un imperatore investito dal Cielo e padrone assoluto della vita e dei beni dei suoi sudditi. Il carattere collettivista della società cinese era particolarmente evidente nelle campagne, dove si esprimeva apertamente nella proprietà comune dei campi; ma anche nelle città, dove più fervevano i commerci ed esisteva una borghesia colta e raffinata, il controllo della società sull’individuo portava ad una chiusura del paese nei confronti degli stranieri e, per logica connessione, ad una compressione delle spinte innovatrici pur presenti nelle arti e nelle scienze. Basti ricordare che i cinesi, pur avendo sviluppato notevoli conoscenze astronomiche secoli prima degli europei, le utilizzarono esclusivamente per la formulazione di oroscopi, al fine di sanzionare davanti al popolo superstizioso la legittimità delle dinastie di volta in volta regnanti.

Sotto questo profilo, la presa del potere da parte dei comunisti non ha modificato la struttura della società cinese: la proprietà collettiva delle terre è rimasta, all’imperatore si è sostituito il partito-Stato ugualmente onnipotente, ugualmente paternalista e tirannico. Lo spazio recentemente lasciato alla libera imprenditoria capitalistica nelle ricche e popolate città della costa non è diversa da quella dei mercanti nel Celeste Impero, per non parlare del fatto che, nella maggioranza dei casi, i nuovi ricchi sono funzionari di partito o loro accoliti. Allora come oggi, ciò che si concede con riluttanza nel campo economico viene negato con i mezzi più abietti in ogni altro settore della vita personale e sociale: dalla libertà di decidere il numero dei propri figli, conculcata col carcere e con aborti coatti, alla libertà di nominare i propri governanti e di sottoporli al giudizio dell’urna, repressa nel sangue in piazza Tienanmen. Anche la possibilità di stabilire un rapporto con il Trascendente, di adorare la Divinità nel modo dettato a ciascuno dalla propria retta coscienza, è lì punita con torture e omicidi sommari, poiché la religione è considerata, oggi come mille anni fa, un instrumentum regni privo di valore autonomo.

A quanto detto si deve aggiungere l’atteggiamento fortemente aggressivo, imperialistico ed espansionista del regime comunista cinese, tanto verso lo sfortunato popolo del Tibet quanto verso la piccola isola di Taiwan, ancora considerata una “provincia ribelle” da riconquistare con la forza o con l’inganno, come si è fatto con Hong Kong e Macao, approfittando della ipocrita acquiescenza della vecchia Europa desiderosa di fare affari, non importa che si tratti di vendere automobili o missili. Le campagne, intanto, restano abbandonate a se stesse, in preda alla miseria e all’Aids rapidamente diffusosi, con i contadini che continuano ad annegare le figlie appena nate per non dover sfamare bocche improduttive e risparmiare il costo della dote.

Tutti questi orrori dimostrano a sufficienza che la società cinese è ancora dominata dal primato del gruppo sull’individuo, che essa non ha ancora assorbito i princìpi dell’infinito valore e dell’inviolabile dignità di ogni singolo essere umano, dell’uguaglianza davanti alla legge e della sottomissione della politica al diritto che costituiscono la forza della liberaldemocrazia occidentale. È pertanto necessario che i mondialisti esercitino ogni pressione – diplomatica, propagandistica, economica – per sostenere e irrobustire un’opposizione politica e culturale al regime, per indurlo a liberare i dissidenti prigionieri e a concedere una sempre maggiore libertà religiosa e di coscienza, e al contempo per rendere la società cinese sempre più dipendente per il proprio benessere dal legame con l’Occidente. Più i cinesi assaggeranno la libertà in vari campi, più ne gradiranno il sapore e desidereranno gustarne in ogni ambito della vita; e quando il desiderio di libertà sempre maggiori entrerà fatalmente in conflitto con l’ortodossia ideologica, spingendo i vecchi burocrati e le gerarchie militari a tentare di risollevare il loro prestigio con un’avventura militare, la forza congiunta della sollevazione popolare e della sconfitta in campo aperto darà il colpo finale al regime, e la Cina si aprirà definitivamente alla democrazia.

3. Mondialismo e Russia

La medesima peste collettivistica che infetta la Cina rappresenta la causa della miseria spirituale e materiale del popolo russo. Fin dai tempi di Ivan il Terribile questo grande paese è stato dominato dalla paura nei confronti dell’individualità, che si trattasse dei contadini proprietari della loro terra (come i kulaki sacrificati ai kolchoz), di una religione non ridotta a strumento del potere politico (come i cattolici di fronte ai cesaropapisti ortodossi), degli intellettuali o della borghesia mercantile e industriale. L’unica eccezione a questo primato del collettivo sul singolo è stata rappresentata dal regno di Pietro il Grande e dal suo sguardo rivolto alla civilizzazione, per apprendere e progredire; non a caso i bolscevichi si fecero un vanto di aver spostato la capitale da San Pietroburgo a Mosca e, insieme, di avere sterminato l’élite colta ed occidentalizzata delle città.

Con l’ammainarsi della bandiera rossa e la sostituzione dell’ultimo comunista Gorbaciov con il liberale Eltsin, sembrò per un decennio che la Russia avesse iniziato il lungo, faticoso ma produttivo processo di occidentalizzazione: riconoscimento – seppur parziale – della proprietà privata, collocamento sul mercato dei colossi industriali di Stato, sviluppo della libera iniziativa e di una borghesia dinamica e innovatrice. Tutto questo rischia ora di essere soffocato sotto il pugno di ferro del nuovo zar Putin, l’agente del Kgb che fa politica come le vecchie, decrepite, mortali spie russe di ieri e di oggi, dai Romanov a Gorbaciov: con gli ombrelli dalla punta avvelenata, con le stufe a gas che uccidono nel sonno i ministri georgiani, con i banchetti alla diossina per eliminare gli Yushchenko di turno; o, se preferite, con le false accuse, i processi-farsa, le condanne giudiziarie dei capitani d’industria al solo scopo di confiscare i loro patrimoni. Una politica a colpi di proscrizioni, degna di Silla e dei giacobini!

Il processo di occidentalizzazione della Russia non può riprendere se non accompagnato da un parallelo cammino di affrancamento dall’Orso di tutti i paesi “satelliti”, siano essi l’Ucraina, la Georgia e l’Armenia, siano essi le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale. In questo senso il pacifico cambiamento di regime recentemente avvenuto in Kirghizistan rappresenta un altro passo decisivo. Solo in quanto verrà spogliata di tutte le sue protezioni, di tutti i suoi Stati-cuscinetto, e i suoi confini verranno a coincidere con i confini del mondo occidentale, la Russia sarà ad un tempo invogliata e costretta a farsi anch’essa Occidente.

4. Mondialismo ed Europa

In questa lunga serie di rivolgimenti politici e sociali, di cambiamenti di regime e di faticoso cammino di gran parte dell’umanità verso il progresso e l’integrazione delle etnie e delle religioni, che ruolo sta giocando, che ruolo potrà giocare l’Europa, la culla della borghesia dinamica e innovatrice? Purtroppo da gran tempo quell’Europa non esiste più; anzi, forse non è mai esistita.

Da quando il glorioso impero, sacro e romano, di Carlo Magno fu smembrato tra i suoi discendenti, da quando Francia e Germania si separarono e si formarono le prime monarchie “nazionali”, la vecchia Europa è stata dilaniata da mille differenziazioni: etniche, religiose, politiche. Anche la Chiesa di Roma, per mantenere un dominio morale se non giuridico sull’Italia, ha contribuito a questa lacerazione appoggiandosi alla monarchia francese per contrastare il primato universale dell’Impero, e così facendo ha contribuito ad attirarsi quelle accuse di simonia e commistione fra sacro e profano che hanno prodotto l’ulteriore frattura tra protestanti, cattolici e anglicani.

La borghesia, nell’Europa continentale, ha attecchito solo nelle libere città anseatiche, nei comuni dell’Italia settentrionale; ma è stato uno splendore di breve durata, soffocato dal crescente potere della burocrazia assolutistica. L’unico paese europeo nel quale la borghesia ha prosperato e plasmato la società e le istituzioni a sua immagine è stata l’Inghilterra; ma l’Inghilterra è, non a caso, un’isola. Il mare che la circonda rende inutile un esercito permanente, e senza esercito non si danno neppure burocrazia e assolutismo. Per questo è più corretto affermare che, se l’Europa è il continente, l’Inghilterra non è mai stata un paese europeo, bensì oceanico.

Oggi gli europei si gloriano delle loro differenze, le considerano una ricchezza; dimenticano, o fingono di aver dimenticato, che esse hanno prodotto per mille anni lutti infiniti, guerre di religione, massacri per stabilire se il re d’Inghilterra potesse o meno governare i suoi possedimenti francesi, se il Reno dovesse essere un fiume tedesco oppure un confine tra Francia e Germania. Anche la storia insanguinata del Novecento è stata determinata dalle rivalità nazionalistiche tra potenze europee.

Data questa situazione storica inconfutabile, l’unico ruolo che la vecchia Europa può svolgere nella lotta tra mondialisti e antimondialisti è quella del ritardatore, del freno, del bastone gettato fra le ruote del mondialismo per impedire la sua avanzata. Lo si è visto perfettamente a partire dagli anni ’90, quando gli europei si sono dimostrati ridicolmente incapaci di fermare il genocidio in Bosnia-Erzegovina e hanno dovuto chiedere aiuto agli Stati Uniti d’America, salvo accusarli d’imperialismo a cose fatte. Lo si è visto nuovamente quando gli Stati Uniti hanno deciso di farla finita con il tiranno Saddam: il re di Francia Chirac, degno erede della tronfia grandeur di De Gaulle, e il cancelliere prussiano Schroeder si sono alleati con lo zar Putin e con i mandarini cinesi per mantenere in sella un torturatore, un assassino dei suoi stessi parenti, uno sterminatore di donne e bambini con bombe e gas. Lo si è visto, infine, quando il califfo sanguinario ha colpito la città di Madrid: invece di stringersi come un sol uomo intorno al proprio governo per combattere il terrorismo assassino, gli spagnoli hanno cambiato il loro primo ministro e hanno patteggiato un’ignominiosa ritirata, una tregua che li ha coperti di vergogna e che li preserverà da altri attentati solo a condizione di privarli della loro dignità e libertà.

Già ora, divisa com’è in venticinque Stati che perseguono ciascuno il proprio “sacro”, nefando egoismo nazionale, l’Europa costituisce un formidabile ostacolo alle misure che il mondialismo ritiene necessarie per l’unificazione e pacificazione dell’umanità. Ma ancor più grande sarebbe il pericolo, se questi frammenti sparsi riuscissero a delegare una parte cospicua della loro sovranità in politica estera ad una entità sopranazionale; poiché una tale unità – lo dimostra la Storia, che è maestra di vita – potrebbe formarsi solo contro qualcuno: contro gli Stati Uniti d’America, il solo paese che per cento anni ha difeso, praticamente da solo, libertà e democrazia nel Vecchio Continente, il solo popolo ad essersi assunto l’onore e l’onere di lottare contro il terrorismo assassino anche per coloro che li dileggiano e li accusano di essere, contemporaneamente, idealisti e cinici, ingenui e arroganti, isolazionisti e imperialisti, tutto e il contrario di tutto.

Nella misura in cui il movimento mondialista necessita di una base statuale, di uno Stato virtuoso che combatta e sconfigga gli Stati canaglia, amici del terrore e della dittatura, esso non potrà trovare tale base né in uno specifico paese europeo, né tantomeno in un superstato Europa la cui unica preoccupazione sarebbe di ostacolare, per quanto possibile, l’azione degli Stati Uniti d’America contro il terrorismo e per l’esportazione di libertà e democrazia. Pertanto è a questi ultimi che i mondialisti di tutti i paesi devono ora rivolgersi con rinnovata fiducia.

5. Mondialismo e America

Gli Stati Uniti d’America sono stati per i primi centocinquant’anni della loro storia un paese ferreamente isolazionista. Protesi com’erano nella grandiosa opera di espansione verso l’Ovest, di assoggettamento di una natura selvaggia e di costruzione del primo Stato democratico e liberale di grandi dimensioni, gli americani hanno sdegnato con tutte le proprie forze d’ingerirsi nei conflitti che dilaniavano la vecchia Europa. Questo non impedì loro di liberare il popolo messicano dalla schiavitù degli Asburgo e d’inviare navi e uomini nel Mediterraneo per sgominare le orde di pirati barbareschi, che dalle coste africane esercitavano la tratta degli schiavi; fin dall’inizio i marines hanno rappresentato una speranza di libertà per il resto del mondo, «dai palazzi di Montezuma alle spiagge di Libia». È tuttavia vero che, fino ai primi anni del Novecento, alla diplomazia delle cannoniere essi preferirono quella del dollaro, alla conquista di territori la penetrazione in sempre nuovi mercati.

Sono state le due guerre mondiali, e la necessità di contenere l’avanzata del comunismo – un’avanzata condotta nel modo più sporco e abietto, con oppositori fatti volar giù dalle finestre, elezioni truccate e finanziamento di organizzazioni terroristiche nel mondo libero – a far loro comprendere pienamente che la loro libertà e la loro sicurezza sarebbero state sempre in pericolo finché tutto il mondo non fosse stato liberato dai tiranni e dai dittatori, finché non fosse stata assicurata libertà e giustizia per tutti. Da questo punto di vista, la distruzione delle Due Torri non ha fatto altro che ricordare al popolo americano quell’antica lezione, e il programma dell’attuale presidente George Walker Bush non è che l’attualizzazione di una strategia inaugurata da Wilson e Truman.

Gli Stati Uniti d’America hanno tutti i requisiti per aspirare al dominio del mondo. La loro democrazia costituzionale e repubblicana ha superato indenne le prove dell’espansione continentale, della guerra civile, dell’allargamento del suffragio, dell’industrializzazione di massa. La loro economia è la più prospera e libera del pianeta, la più dinamica e aperta all’innovazione, al rimescolamento delle élites e all’ingresso di nuovi ricchi. Solo in America un ragazzo che giocava con i transistors nell’autorimessa di famiglia poteva diventare il re dei personal computers e uno degli uomini più facoltosi della storia; solo in America una fanciulla colored poteva diventare Segretario di Stato. La loro società, pluralista senza lotte di classe e laica senza laicismi, riesce egregiamente a bilanciare il massimo grado di libertà individuale con la necessità di rispettare leggi e istituzioni comuni, a far coesistere una giusta separazione tra sfera sacra e sfera secolare con una religiosità diffusa e profondamente radicata nelle menti e nei cuori dei cittadini.

La loro politica estera è stata sempre orientata dall’imperativo supremo di accrescere nel mondo libertà e democrazia, di allargare lo spazio del libero commercio e di preservare la libertà di coscienza, come è dimostrato a sufficienza dal loro sacrificio d’uomini e di mezzi nella lotta contro gli Imperi Centrali, contro i totalitarismi nazifascista e comunista, per l’indipendenza delle repubbliche baltiche e l’affrancamento dell’Europa orientale dall’egemonia sovietica. L’appoggio degli Stati Uniti è stato determinante per la riuscita della “rivoluzione delle rose” in Georgia; il monito di Washington ha indotto lo zar Putin a rinunciare ai suoi sporchi trucchi per far vincere il suo uomo di paglia a Kiev, e ad accettare il verdetto del popolo ucraino; la semplice presenza di basi militari americane in Kirghizistan è stata sufficiente per dare alla popolazione il coraggio di ribellarsi all’ennesimo broglio elettorale, e di rovesciare un regime corrotto e autoritario.

Solo gli Stati Uniti d’America possiedono la forza economica e militare necessaria per sconfiggere gli Stati canaglia che foraggiano il terrorismo islamico; per liberare i paesi come Cuba e il Vietnam ancora schiavi del comunismo; per difendere la libertà di Taiwan dalle grinfie del drago cinese, e costringerlo a togliere le sue zanne dal Tibet; per distruggere l’autocrazia in Russia e le dittature in tutti i paesi del Terzo Mondo; per impedire che l’Europa sviluppi la propria unità politica in funzione antiamericana, trasformandosi nel banchiere di tutti i tiranni e nel complice di tutte le pulizie etniche. Solo gli Stati Uniti d’America hanno la forza e la volontà per attuare quella che l’ultimo Pontefice ha chiamato «ingerenza umanitaria» a favore dei poveri, degli oppressi, dei perseguitati da regimi tirannici e sanguinari. Lo hanno fatto in Bosnia e in Kossovo, in Afghanistan e in Iraq; lo faranno ancora e sempre, ovunque siano conculcati i diritti imprescrittibili di ogni uomo alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità.

Per tutti questi motivi essi devono ricevere dai mondialisti il più sincero appoggio, la più sicura fedeltà e la massima collaborazione nella loro azione politica su scala planetaria. Per gli stessi motivi essi devono diventare la base avanzata, la portaerei e la punta di lancia per la costruzione di un Impero mondiale che li veda assumere la guida dell’umanità.

Questo compito non è superiore alle forze del popolo americano; esso richiede tuttavia scelte coraggiose e ineludibili.

Richiede che si denunci con franchezza e senza falsi rispetti lo stato di miseria morale e spirituale in cui versa l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che essi hanno pur creato, ma che da decenni è ostaggio dei peggiori tiranni e dittatori, oltre che del potere di veto di francesi, russi e cinesi; compari che si coprono le spalle l’un l’altro, complici nella spoliazione dei popoli del Terzo e Quarto Mondo, alleati nella guerra contro la società libera e aperta rappresentata dalla bandiera a stelle e strisce che i loro servi senza cervello, i loro utili idioti bruciano invano nelle piazze.

Richiede che si lavori per la creazione di una Lega delle democrazie a guida americana, che abbia il coraggio di lottare contro i terroristi fanatici e i loro padrini statali anche a costo di esser considerati dei fuorilegge dai sacerdoti del vecchio diritto internazionale in disfacimento, di essere etichettati come cowboys dal grilletto facile da chi è pronto ad allearsi con i peggiori assassini pur di aver salva la vita.

Richiede che si abbandoni, nella teoria e nella prassi, il falso mito della sovranità nazionale e dei mille egoismi localistici, e che si intraprenda coraggiosamente e con dovizia di mezzi e d’uomini la creazione di basi militari permanenti in Iraq, in Afghanistan e in tutti i paesi progressivamente liberati dai tiranni. Solo se i riottosi capitribù e potenti locali constateranno che la presenza americana sul loro suolo non è una parentesi, essi potranno persuadersi con buona coscienza a collaborare all’edificazione di società civili aperte e democratiche.

Richiede, soprattutto, che il popolo degli Stati Uniti d’America prenda finalmente coscienza della missione provvidenziale ad esso affidata: essere la cittadella sul monte, il faro destinato ad illuminare le genti, l’ostetrico del parto di un’umanità finalmente riunita e in pace.

 

 

*****************************************************************************

 

Indietro