I

SOLDATI E BORGHESI

 

La storia di ogni società è stata finora la storia di una lotta all’ultimo sangue fra soldati e borghesi.

Greci contro Persiani, Sparta contro Atene, Chiesa e Impero, feudatari e cittadini, ariani ed Ebrei, in breve chiusura e apertura si sono sempre reciprocamente contrapposte, hanno combattuto una battaglia ininterrotta, aperta o nascosta, una battaglia che si è conclusa di volta in volta con un allargamento degli spazi di libertà per gli individui e un aumento di benessere dell'intera società.

Nelle precedenti epoche storiche noi troviamo dovunque una suddivisione completa dell’umanità fra popoli “chiusi” e “aperti” e un conseguente diverso  atteggiarsi dei loro cittadini nei confronti delle res novae e delle questioni fondamentali che agitavano ciascuna società. Nel sesto secolo avanti Cristo, in Oriente, le SS assire furono debellate dai Persiani e Ciro – detto poi non a torto il Grande – creò il primo impero multietnico della storia, giungendo a finanziare personalmente il ritorno degli esuli in Israele e la ricostruzione del Tempio. Cento anni dopo, in Grecia, Sparta – metà comune sessantottina, metà caserma – tentò invano di distruggere la florida democrazia ateniese, rea di permettere ai propri cittadini di vivere ciascuno come voleva. Roma unì genti di ogni lingua, razza e religione in un solo popolo, fece del mondo intero una sola città, e col suo fascino riuscì, morente, a instillare nei barbari assassini il desiderio di farla rinascere.

Dopo i secoli bui del Medioevo, il Duecento vide la nascita della borghesia: i servi della gleba, in fuga dalle corvées feudali, si affrancarono trasferendosi nei Comuni italiani e nelle ricche città commerciali dell’Hansa, e fecero la fortuna loro e quella dei propri discendenti; da qui si affermò il luogo comune “l’aria della città rende liberi”.

La scoperta dell'America, il periplo dell'Africa crearono un nuovo terreno per la borghesia rampante. Il mercato delle Indie orientali e quello cinese, la colonizzazione dell'America, il commercio con le colonie, la moltiplicazione dei mezzi di scambio e delle stesse merci diedero un impulso fino ad allora sconosciuto al commercio, alla navigazione, all'industria, e quindi favorirono un rapido sviluppo dell'elemento innovatore nella decadente società feudale.

L'innovazione non riguardò solo la sfera economica della vita: pittura, scultura e architettura abbandonarono gli stilemi romanico-gotici e si aprirono alla prospettiva; la cosmologia tolemaica, con le sue sfere cristalline e la Terra al centro dell’universo, lasciò il posto ad uno spazio infinito, nel quale potevano trovar posto persino nuovi mondi, nuove Terre da esplorare. Anche in letteratura soffiò un vento nuovo: ai romanzi cavallereschi, all’armi e agli amori dei nobili si sostituirono i viaggi in paesi lontani di mercanti e naturalisti; i nuovi eroi non si chiamarono più Orlando e Lancillotto, ma Ferdinando Magellano e Robinson Crusoe.

Ma i mercati continuavano a crescere e con essi le aspettative. Anche la manifattura non bastava più. Il vapore e le macchine rivoluzionavano la produzione industriale. La grande industria ha creato il mercato mondiale, il cui avvento era stato preparato dalla scoperta dell'America. Il mercato mondiale ha dato uno smisurato impulso allo sviluppo del commercio, della navigazione, delle comunicazioni terrestri. Tale sviluppo ha a sua volta retroagìto sulla crescita dell'industria. E nella stessa misura in cui crescevano industria, commercio, navigazione, ferrovie si sviluppava anche la borghesia. Ed essa accresceva i suoi capitali e metteva in ombra tutte le classi di origine medievale.

La borghesia ha rivelato come la brutale esibizione di forza, quella caratteristica del Medioevo che tanto piace agli antimoderni, abbia trovato il suo congruo complemento nella più inerte pigrizia. Solo la borghesia ha dimostrato che cosa l'attività umana può produrre. Essa ha realizzato meraviglie ben diverse dalle piramidi egizie, dagli acquedotti romani e dalle cattedrali gotiche, si è lanciata in ben altre avventure che non le migrazioni dei popoli e le crociate.

La necessità di uno sbocco sempre più vasto per i suoi prodotti lanciò la borghesia alla conquista dell'intera sfera terrestre. Bisognava annidarsi dappertutto, dovunque occorreva consolidarsi e stabilire collegamenti.

Esportata dagli Europei, compagna di viaggio dei missionari e dei commercianti, la borghesia ha messo radici in tutto il mondo, e ovunque ha sovvertito il “chiuso” mondo tradizionale. La borghesia ha distrutto i rapporti feudali e patriarcali dovunque abbia preso il potere. Essa ha sostituito al potere, diretto e brutale, dell’uomo sull’uomo un potere impersonale, mediato dal denaro; un potere che non dipendeva più dal sangue o dalla religione, ma solo dal talento e dall’abilità personale. Un potere aperto a tutti, che aboliva le vecchie distinzioni in ceti e caste e proclamava l’uguaglianza di tutti gli uomini.

La borghesia ha strutturato in modo cosmopolitico la produzione e il consumo di tutti i paesi grazie allo sfruttamento del mercato mondiale. Con grande dispiacere dei reazionari essa ha sottratto all'industria il suo fondamento nazionale. Antichissime industrie nazionali sono state distrutte e continuano a esserlo ogni giorno. Nuove industrie le soppiantano, industrie la cui nascita diventa una questione vitale per tutte le nazioni civili, industrie che non lavorano più le materie prime di casa ma quelle provenienti dalle regioni più lontane, e i cui prodotti non vengono utilizzati solo nel paese stesso ma, insieme, in tutte le parti del mondo. Al posto dei vecchi bisogni, soddisfatti dai prodotti nazionali, se ne affermano di nuovi, che per essere soddisfatti esigono i prodotti delle terre e dei climi più lontani. Al posto dell'antica autosufficienza e delimitazione locale e nazionale si sviluppano traffici in tutte le direzioni, si stringe una reciproca interdipendenza universale fra le nazioni. E ciò sia nella produzione materiale che in quella spirituale. Le conquiste spirituali delle singole nazioni divengono bene comune. L'unilateralità e la delimitazione nazionale diventano sempre meno possibili e dalle varie letterature nazionali e locali si costruisce una letteratura mondiale.

La borghesia ha trascinato verso la civiltà persino le nazioni più barbariche, grazie al rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, grazie al continuo progresso delle comunicazioni. I prezzi ben calibrati delle sue merci sono l'artiglieria pesante con cui essa atterra qualsiasi muraglia cinese, con cui essa costringe alla capitolazione financo la più ostinata xenofobia dei barbari. La borghesia costringe tutte le nazioni a far proprio il modo di produzione borghese, se non vogliono affondare; la borghesia le costringe a introdurre esse stesse la cosiddetta civiltà, cioè a diventare borghesi. In una parola, la borghesia si costruisce un mondo a sua immagine e somiglianza.

La borghesia ha sottomesso la campagna al dominio della città. Essa ha creato enormi città, ha notevolmente aumentato la popolazione urbana rispetto a quella delle campagne, strappando così all'idiotismo della vita di campagna una parte importante della popolazione. Come ha reso dipendente la campagna dalla città, così ha reso dipendenti i paesi barbarici o semibarbarici da quelli civilizzati, i popoli contadini da quelli borghesi, l'Oriente dall'Occidente.

La borghesia tende sempre più a superare la frammentazione dei mezzi di produzione, della proprietà e della popolazione. La conseguenza necessaria era la centralizzazione politica. Province indipendenti, quasi solo alleate, con interessi, leggi, governi e dogane differenti, sono state riunite in un'unica nazione, un unico governo, un'unica legge, un unico interesse di classe nazionale, un'unica barriera doganale.

La borghesia ha prodotto, nel corso del suo tricentenario dominio di classe, forze produttive più massicce e colossali di tutte le altre generazioni messe insieme. Controllo delle forze della natura, macchine, impiego della chimica nell'industria e nell'agricoltura, navigazione a vapore, ferrovie, telegrafi elettrici, dissodamento di interi continenti, navigabilità dei fiumi, popolazioni intere fatte nascere dal nulla: quale secolo passato sospettava che tali forze produttive giacessero nel grembo del lavoro sociale?

La borghesia ha distrutto, in Europa e in tutti i territori popolati dagli Europei, ogni parvenza del vecchio modo di vita “chiuso” e comunitario che era tipico delle popolazioni patriarcali, dagli Incas alle comunità di villaggio indiane. Anche quando gli squilibri di una crescita economica improvvisa e disomogenea hanno spinto interi popoli ad abbracciare ideologie reazionarie, che pretendevano di sostituire il “freddo” rapporto economico, mediato dal denaro, con i più caldi rapporti del sangue e del suolo, della classe e dell’antagonismo fra le classi, la borghesia ha trovato il modo di annientare i suoi nemici; prima con i superiori mezzi bellici approntati dall’economia di mercato, e senza che ne risentisse il benessere dei civili – mentre la Germania nazista e l’Italietta fascista si trasformavano in caserme, povere di armi e di pane –, poi vincendo la gara con l’Unione Sovietica per assicurare alle grandi masse un tenore di vita crescente, la libertà dalle malattie e dalla povertà. Dopo settant’anni la bandiera rossa è stata ammainata dal Cremlino, e la borghesia ha trionfato.

Per dieci anni è parso a tutti gli osservatori che la borghesia, il mercato che ne alimenta la ricchezza e il potere, e la democrazia liberale che ne costituisce l’espressione politica, avessero preso il sopravvento su tutto il pianeta. La sconfitta di Saddam Hussein nella grande guerra del Golfo, con la liberazione del piccolo Stato del Kuwait, e la disfatta del tiranno Milosevic sembrarono sancire la nascita di un Nuovo Ordine Mondiale, regno di pace e di benessere, regno di libertà e giustizia per tutti. A infrangere questo idillico quadretto provvide fin da subito il genocidio nel Ruanda: la colpevole inerzia delle Nazioni Unite, la loro incapacità d’impedire la colossale mattanza furono la spia evidente della loro inadeguatezza a farsi garanti della pace da tutti agognata. Nello stesso tempo, approfittando dell’ambiguo programma “Oil for Food”, il segretario generale dell’Onu, Kofi Annan e suo figlio si arricchivano scandalosamente intascando le regalie del tiranno baathista. Infine, il sorgere di un movimento integralista islamico, pronto a usare i mezzi più vili e abietti per esorcizzare il secolare complesso d’inferiorità dell’Islam nei confronti dell’Occidente, e attuare il folle progetto di un califfato mondiale sotto le insegne del falso profeta e vero assassino bin Laden, ha prodotto un crescendo di attentati terroristici che ha avuto il suo tragico Golgota nell’infame distruzione delle Torri Gemelle di New York e del Pentagono di Washington.

Contro questo nuovo pericolo l’Onu si è rivelato tragicamente impotente; peggio, si è comicamente spaccato tra filoamericani e antiamericani, si è coperto di ridicolo dando la medesima attenzione a rappresentanti di governi liberali e democratici, rispettosi dei diritti umani, e a messi di regimi corrotti e sanguinari, che hanno fatto della menzogna la loro diplomazia e del terrore la loro politica.

Di fronte a questo immane pericolo, a questa alleanza di nazionalisti, orfani del comunismo e seguaci della mezzaluna contro l’Occidente e i suoi difensori (l’America e Israele), diviene urgente chiarire la natura del movimento storico di cui la borghesia europea si è fatta storicamente portatrice e ostetrica; un movimento d’uomini e d’idee che supera i confini ristretti dell’Europa e della modernità, che affonda le sue radici nel passato e si proietta con decisione verso il futuro: il mondialismo.

 

 

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