Una fatina mondialista

 

 

(15/12/2016) Mentre lavoriamo dietro le quinte per impedire al tiranno filoislamico Barack Hussein Obama di invalidare l'elezione di Donald Trump a nuovo Commander in Chief degli Stati Uniti d'America (o peggio di eliminarlo), noi mondialisti approfittiamo, come nostro solito, delle ormai imminenti festività natalizie per sollevare lo sguardo dalle cronache di guerre, attentati e complotti veri o presunti verso un cielo più alto e più puro: il cielo delle idee, che sembrano leggere come l'aria, ma che quando si muovono tutte insieme, come l'aria quando si fa vento o tempesta, possono muovere i velieri, abbattere le montagne. Per tale motivo sottoponiamo qui alla vostra attenzione un romanzo di Stefano Carloni, autore che qualcuno di voi forse già conosce per aver noi recensito un suo recente saggio filosofico sulla lotta fra popoli di terra e popoli di mare come motore della Storia.

Il racconto, intitolato "Glitter, avventure di una fatina", è costruito come un "romanzo di formazione" sullo stile di Oliver Twist e David Copperfield: esso narra infatti la vita plurisecolare di Fata delle Rose, una fata alta solo tre pollici (7,5 centimetri), che ai primi dell'800 decide di lasciare il suo popolo, e la pigra e noiosa vita nella foresta natia, per esplorare il mondo. Conosce così un bambino di nome Charles Dickens (appunto!) il quale diventa il suo primo amico umano, il suo mentore e una sorta di amante; da lui riceve il nome Glitter e un decisivo imprinting culturale, sentimentale e morale. Dopo la morte di "Charlie" Glitter si coinvolge sempre più profondamente nelle vicende degli esseri umani: prima partecipa alla Grande Guerra al fianco degli Inglesi, poi vaga per anni attraverso la Germania; quando Hitler prende il potere, si illude che i comunisti possano costituire un valido antagonista ai nazisti, salvo scoprire con orrore che la ferocia è comune a sinistra come a destra, e decidere perciò di cadere in letargo fino al 1943, quando il fischio di un treno diretto ad Auschwitz la porta fin dentro la camera a gas, dove rimane stordita dallo Ziklon B e viene catturata dai nazisti. Liberata dopo inenarrabili torture, usa i poteri di manipolazione degli elementi che scopre di possedere per aiutare il maggior numero di persone possibile. Dopo la guerra, rimane a vivere per più di settant'anni in Italia, in un piccolo paese della Valtellina i cui abitanti, riconoscenti di essere stati salvati dallo sterminio per mano dei Tedeschi in ritirata, la proteggono con il loro silenzio; finché nel 2015 un sogno premonitore la spinge a tornare in Inghilterra per sventare un attentato terroristico islamico contro un summit internazionale e impedire lo scoppio della Terza Guerra Mondiale.

Apparentemente, dunque, sembrerebbe trattarsi di una semplice favola, magari per adolescenti anziché per bambini (le descrizioni di violenza e di sesso sono poche, ma significative). Leggendola più attentamente, tuttavia, si possono scoprire tutti i risvolti filosofici, a volte profondi, che l'autore ha voluto inserirvi: il desiderio della piccola protagonista, vero Ulisse in sedicesimo, di seguire «virtute e canoscenza»; la convinzione da lei nutrita intorno alla netta superiorità dell'uomo sugli altri esseri viventi («Era ammirata dalle fontane di acciaio fuso viste nella Ruhr, da quei Flegetonti che mani callose lavoravano con perizia; e amava la musica, che sembrava avesse il potere di placare il suo animo... Davvero gli umani erano le creature più affascinanti al mondo»); la confutazione delle tante, troppe teorie pan-animalistiche purtroppo oggi in voga («Si intratteneva con gli animali, ma se ne stancava presto: avevano una mente semplice, dominata da bisogni primari, mangiare-bere-difendersi-procreare»); la fede in una Provvidenza benigna che richiama il detto heideggeriano «dove cresce il pericolo, là cresce anche ciò che salva» - peraltro già utilizzato dal Carloni nella sua prima prova letteraria, il racconto breve "The Teacher - Il professore", nel quale, come in "Glitter", l'eroe scopre di avere in sé la Forza, o la Sapienza, proprio quando ne ha più bisogno -; la condanna degli esperimenti su esseri dotati di intelligenza e libero arbitrio, pur volti ai più nobili fini, se compiuti nel disprezzo della dignità personale delle "cavie" (durante la prigionia in un istituto di ricerca del Terzo Reich Glitter viene letteralmente vivisezionata sotto gli occhi del lettore, e senza anestesia); e soprattutto, il rifiuto di ogni fanatismo politico, sociale o religioso che spinga a instaurare discriminazioni fra gli esseri umani.

È questo, ci sembra, il messaggio più importante di questo vero conte philosophique: la proclamazione dell'uguaglianza di tutti gli uomini e le donne, di qualsiasi popolo, condizione economica o religione, espressa dall'autore attraverso l'infiammata filippica che la fatina rivolge al Führer sullo stile del monologo di Shylock ne Il Mercante di Venezia:

«Ma la smetta, una buona volta!» sbottò Glitter. «Sono vent’anni che dice un mucchio di sciocchezze. “Fatti in un altro modo”? Io vi osservo da molto tempo, e posso giurare su tutti i libri sacri di questo mondo che voi umani siete fatti tutti allo stesso modo. Nascete, crescete, vi accoppiate e partorite allo stesso modo; se vi ubriacate, whisky, vino o birra che sia, sragionate allo stesso modo; se vi picchiano o vi feriscono, sanguinate e vi lamentate allo stesso modo; ridete, piangete, gioite, soffrite, invecchiate e morite tutti allo stesso modo! Che avrebbero dovuto fare i poveri ebrei, morire di fame pur di non svolgere i lavori che voi avete sempre disprezzato? Non sono tutti cattivi come Fagin…»

E non è dunque un caso che, fra tutti gli esseri umani incontrati dalla piccola Glitter in quasi duecento anni, quelli che assumono un "peso" maggiore siano ebrei: dal soldato tedesco-israelita incontrato nel 1917, il cui sacrificio fa uscire la fatina dalla spirale d’odio in cui era caduta a causa della propaganda di guerra, fino all'haredi (ebreo ultraortodosso) ch'ella salva dal linciaggio ad opera di un branco di musulmani per le strade di Londra ai giorni nostri. Anche qui, come già prima in "The Teacher" e poi in "Terra contro Mare", Stefano Carloni non si limita a riconoscere la straordinaria, unica funzione civilizzatrice svolta dal popolo d'Israele nella storia del genere umano, ma ne individua la fonte nel primato dell'individuo-persona sulla comunità, su qualsiasi comunità in cui esso si trovi casualmente a nascere; e per conseguenza, nella prospettiva cosmo-storica e cosmo-politica da cui gli Ebrei guardano il mondo: non come storia di popoli legati a una determinata terra, a una determinata epoca, ma come storia comune di tutto il genere umano, in tutto l'arco della sua esistenza, da Adamo al Giudizio Finale.

Ne sono testimonianze efficaci, da un lato il comportamento paradossale (ma molto umano) di Fata dei Gigli, madrina e amica di Fata delle Rose fin dalla nascita, tanto angosciata al pensiero che la protagonista possa dimenticare la propria identità fatesca e la loro amicizia «mescolandosi» (sic) con gli umani, da risolversi a volgerle le spalle preventivamente; dall'altro la motivazione con cui, nella finzione romanzesca, un gracchiante Hitler condanna a morte la fatina: «Tu pensi da giudea, tu parli da giudea, perciò tu sei una giudea!». Vi è qui un chiaro riferimento polemico a quanto il filosofo nazista Martin Heidegger scriveva nei suoi Quaderni neri (che certo non devono essere ignoti al Nostro): ovvero che la «questione dell'ebraismo mondiale» non aveva - e non ha - a che fare con la razza, ma con un «modo di vivere» (oggi diremmo: un way of life), il modo di vivere seguito dagli Ebrei nella diaspora, ma anche dagli ex-coloni britannici nel Nuovo Mondo. Un modo di vivere che i nazisti di ieri, ma anche i nazi-islamo-comunisti di oggi, consideravano e considerano "sradicato", non legato - se per scelta o per costrizione, non importa - a un territorio limitato, non strutturato in una gerarchia immutabile di ceti o caste alla maniera indù, e per questo capace di "contagiare" tutti i popoli della Terra, di "sradicarli" uno dopo l'altro dal loro rapporto ancestrale con il suolo di origine, di abbattere ogni granitica gerarchia piramidale per sostituirla con una società fluida, con quella "società liquida" che tanto impaurisce gli Zygmunt Bauman e i Gianni Vattimo così come impauriva il controrivoluzionario cattolico Donoso Cortés e il comunista ateo Karl Marx, che dai lati opposti delle barricate ideologiche rimpiangevano entrambi il vecchio ordine feudale (in cui il rapporto servo-padrone era fissato una volta per sempre) rispetto alla società capitalistica che dà a ogni individuo, qualunque sia la sua origine, la possibilità di salire o di scendere la scala del successo e del potere. Una società di uomini e donne liberi, tenuta insieme non dalle catene del sangue, del suolo, del genere o della religione, ma dalla libera scelta dei cittadini di condividere il bene della loro unione; una società universale per individui universali.

Per questi motivi "Glitter, avventure di una fatina" va considerato come una inconsapevole, ma veridica, trasposizione letteraria del nostro Manifesto programmatico: perché in esso traluce la medesima certezza nell'uguaglianza di tutti gli esseri umani; nell'uguale possesso da parte di ognuno degli stessi immortali, inalienabili diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità; nel comune cammino di tutto il genere umano dalla dispersione di Babele alla riunificazione (quando Glitter parla, ogni uomo o animale la intende nella propria lingua, come gli Apostoli a Pentecoste), dalla moltitudine di nazioni in guerra l'una contro l'altra all'unico popolo riunito in un solo Stato mondiale che assicurerà pace, prosperità, libertà e giustizia per tutti. L'augurio perfetto per il Natale alle porte: Ut unum sint, che tutti siano Uno.

 

Sigillum Triplex

Advenit Novus Ordo Seclorum

Annuit Coeptis

 

 

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