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libertà per gli uiguri, o andranno con al qaeda

 

 

(27/7/2009) Sono passati poco più di quindici giorni dai sanguinosi scontri fra cinesi Han e Uiguri scoppiati nella regione "autonoma" dello Xinjiang/Turkestan Orientale. Il 5 luglio gli Uiguri, l'etnia maggioritaria (45% della popolazione, contro il 41 di Han, il 7 di Kazaki, il 5 di cinesi Hui, e un 2% circa di Tagiki, Uzbeki, Tartari, Russi, Tibetani, Manchu e altre minoranze) avevano manifestato nella capitale Urumqi per chiedere giustizia dopo l'uccisione di due loro membri, quando sono stati aggrediti dalla polizia di Pechino e da gruppi di Han armati. Il regime comunista ha ripreso il controllo solo dopo una settimana di violenze che hanno lasciato sul terreno più di 600 morti, imponendo il coprifuoco e comminando la pena di morte ai fomentatori degli scontri, ma nessuno, nemmeno nei palazzi del potere rosso, può illudersi che questo sia l'ultimo atto di una crisi che dura praticamente dal 1949, cioè da quando l'esercito di Mao Tse-Tung riprese il controllo della provincia dello Xinjiang, resasi indipendente una decina d'anni prima come Repubblica del Turkestan Orientale dopo il crollo del Celeste Impero.

Forse nessuno di chi ci sta leggendo ha mai sentito parlare dell'esodo dei 60.000 kazaki che nel 1962 varcarono il confine con l'Unione Sovietica per sottrarsi alla pulizia etnica; ma forse qualcuno ricorderà la rivolta di Baren del 1990 che finì con 50 vittime, o quella di Ghulja del 1997 in cui un migliaio di Uiguri si scontrarono con la polizia militare, o gli attentati sui bus di Urumqi di quello stesso anno. Organizzazioni al di sopra di ogni sospetto, come Amnesty International e Human Rights Watch, hanno acceso da tempo i riflettori sulla sistematica violazione dei diritti umani operata dal regime cinese a danno dell'etnia uigura, come pure hanno fatto i sostenitori dell'indipendenza esuli negli Stati Uniti d'America; una comunità guidata non da estremisti fanatici, come vorrebbe far credere Pechino per legare la sua repressione al carro della Guerra al Terrore dichiarata da Washington dopo l'11 settembre, bensì da una imprenditrice di successo e deputata all'Assemblea del Popolo... finché non pronunciò un durissimo discorso a porte chiuse accusando i mandarini del Partito di "genocidio culturale", cosa che le costò il carcere e l'esilio.

Guarda caso, di genocidio culturale ha parlato anche il Dalai Lama a proposito della politica di repressione e stravolgimento demografico che si sta compiendo in Tibet. In entrambe le regioni il regime sta procedendo da decenni a trasferire, sia coattivamente che con incentivi economici, centinaia di migliaia di Han ritenuti più fedeli a Pechino; in entrambe le regioni gli Han detengono il controllo delle industrie, dei commerci, della burocrazia e delle forze armate, mentre Uiguri e Tibetani sono ridotti alla fame e alla miseria più nera, privati persino della possibilità di coltivare la propria cultura o di ascoltare le loro musiche tradizionali. Non è dunque casuale che nello Xinjiang/Turkestan Orientale, come nel Tibet, si siano verificati rivolte e scontri interetnici che i comunisti tentano di delegittimare bollandoli come "terrorismo".

Ora, noi dell'Associazione Internazionale "New Atlantis for a World Empire" abbiamo esplicitamente affermato nel capitolo 2 del Manifesto fondativo del Partito Mondialista di essere fermamente, assolutamente contrari a un tradizionalismo pregiudiziale e cieco che in nome del passato pretende di innalzare barriere tra gli uomini; ma non possiamo non condannare con altrettanta durezza ogni tentativo di sradicare culture da parte di un potere, come quello comunista della Cina continentale, che non persegue il bene comune di tutti i suoi cittadini, nella libertà e nella democrazia, ma soltanto l'accrescimento della propria potenza e la conservazione di privilegi per qualche milione di mandarini di partito e funzionari corrotti. Siamo inoltre ben consapevoli che la repressione delle legittime aspirazioni del popolo uiguro - come di quello tibetano - alla libera espressione della propria cultura e religione, e la conseguente disperazione, rischiano di spingere un islamismo moderato e tollerante, come è sempre stato quello turcomanno, nelle braccia di Al Qaeda, i cui capi non aspettano altro per mettere a ferro e fuoco l'intera Asia Centrale. Si consideri infine che il Turkestan/Xinjiang, così come i vari "stan" che lo affiancano ai confini, è ricchissimo di minerali e soprattutto di petrolio e gas, il cui sfruttamento è vitale sia per un'Europa che voglia affrancarsi dai ricatti del cekista Putin, sia per una Cina affamata di energia e già alle prese con i primi black-out nell'erogazione di energia elettrica alle floride regioni orientali, e che stringere accordi commerciali con questi Paesi non vuol dire solo posare un tubo d'acciaio da Astana o Urumqi fino a Vienna: vuol dire soprattutto aprire l'Heartland, il cuore dell'Eurasia, e in definitiva la Russia al vento della civilizzazione, con i benefici effetti che chiunque può immaginare sul tenore di vita e sulla tonalità spirituale di un popolo prostrato dal crollo demografico e dalla tirannide del nuovo padrone del Cremlino.

È dunque assolutamente necessario che l'Occidente, a partire dagli Stati Uniti d'America, si risvegli dal sonno obamiano e metta in campo ogni mezzo di pressione, dalle sanzioni economiche alla forza militare, per costringere Pechino a concedere libertà, democrazia e rispetto di leggi certe e uguali per tutti, dall'ultimo contadino ai detentori del potere. Solo in questo modo saranno liberate le risorse finora represse della società civile cinese, e tutti i suoi cittadini, a qualunque etnia appartengano, potranno crescere e prosperare nella vera pace, quella che nasce dalla difesa e promozione dei diritti immortali e inalienabili di ogni essere umano.

Eye of God

annuit coeptis

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