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turchia, dal genocidio armeno al golpe islamico

 

 

(5/3/2010) Nel 1922, quando depose l'ultimo sultano di Costantinopoli e instaurò la repubblica, Mustafa Kemal detto poi Atatürk (padre dei Turchi) considerava l'occidentalizzazione della Turchia un evento non solo possibile, ma anche altamente desiderabile. Per questo oltre a introdurre l'alfabeto latino, il sistema metrico decimale e il calendario gregoriano (che prende il nome da un Pontefice) abolì il califfato, laicizzò le istituzioni statali, riconobbe la parità dei sessi, proibì l'uso del velo per le donne e istituì il suffragio universale. Non casualmente egli era stato membro della loggia massonica "Machedonia resorta et Veritas" di Salonicco e aveva appreso dalla Massoneria - cioè da noi Templari - il rispetto degli immortali princìpi dell'uguaglianza di ogni essere umano e del diritto di ogni uomo alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità, che sono patrimonio inalienabile e perenne di ogni individuo e di ogni popolo nella Storia, ma che solo il Cristianesimo, come religione organizzata, ha portato alla luce della consapevolezza razionale; e del resto, di secondo piano fu il suo ruolo nel movimento dei "Giovani Turchi" che governò l'impero ottomano durante la prima guerra mondiale e che si rese colpevole del genocidio di almeno 1.300.000 Armeni pianificato ed eseguito con spietata scientificità nel 1915. Grazie a lui l'Islam, religione professata dal 97 per cento della popolazione, assunse in Turchia un carattere aperto e moderato. Purtroppo non ebbe il coraggio, o forse la possibilità, di occidentalizzare il Paese fino in fondo: instaurò infatti un regime autoritario a partito unico, negò la libertà di stampa e di espressione, represse le minoranze curda e greca, e soprattutto rifiutò ufficialmente, in nome di un esasperato nazionalismo, di riconoscere la responsabilità del popolo turco e la stessa esistenza storica del genocidio armeno, la cui negazione rimane tuttora una sorta di "religione secolare".

Dopo la morte di Atatürk nel 1938 la sua eredità spirituale fu raccolta dall'élite intellettuale, dalla magistratura e soprattutto dall'esercito, che si assunse il difficile compito di preservare la laicità e l'occidentalità della Turchia. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale e l'apertura al multipartitismo, le forze armate intervennero quattro volte per deporre governi che avevano sì riscosso la maggioranza dei voti del popolo, ma per l'adesione ai dogmi del maxismo-leninismo o alla legge coranica erano incompatibili con il mantenimento del "kemalismo". Ultimamente però il controllo dei militari sulla vita politica del Paese, già fortemente ridotto da una serie di riforme costituzionali, è stato messo in pericolo dall'attuale partito di governo AKP, il "Partito della Giustizia e del Progresso" che ha insediato alla presidenza della repubblica Abdullah Gul e alla carica di primo ministro Recep Tayyp Erdogan, due islamici i quali non hanno alcuna vergogna di costringere le loro mogli a mostrarsi in pubblico velate.

Il governo Erdogan, dopo aver abolito il divieto per le donne di portare il velo negli uffici e incarichi pubblici, ha proceduto a una sistematica persecuzione nei confronti degli intellettuali moderati, inquisendo per attività antipatriottica il famoso scrittore Orhan Pamuk che aveva "osato" violare il tabù del genocidio armeno e schiacciando i giornali dell'opposizione con imposizioni fiscali assurdamente elevate. Ma il fondo della nequizia Erdogan lo ha toccato arrestando e facendo processare più di trecento persone - fra cui, nelle ultime settimane, più di 40 alti ufficiali ed ex-capi dell'Esercito, della Marina e dell'Aviazione - con l'accusa di aver costituito una fantomatica associazione segreta chiamata "Ergenekon" (il nome della mitica valle sede originaria del popolo turco) con lo scopo di rovesciare il governo "democraticamente" eletto. Un'accusa assolutamente falsa e ridicola, se solo si considera che una richiesta di adesione della Turchia è da anni oggetto di esame da parte dell'Unione Europea e che un golpe militare segnerebbe per Ankara e per le sue forze armate la fine del sogno di entrare in Europa e di completare il processo di apertura all'Occidente e alla modernità.

La verità è che stiamo assistendo sì ad un golpe, ma ordito da un partito islamico che diventa ogni giorno più radicale, che sta conducendo in Medio Oriente una politica pan-turchista strizzando l'occhio all'Iran del folle Ahmandinejad e alla Siria del suo vassallo Assad, che ha interrotto la collaborazione politica e militare con Israele dopo esser stato per cinquant'anni l'unico Paese islamico alleato dello Stato ebraico, e che adesso, dopo l'approvazione da parte del Congresso degli Stati Uniti d'America di una risoluzione che invita Obama (il quale, per non smentirsi, aveva tentato fino all'ultimo di bloccarla) a riconoscere ufficialmente il genocidio armeno del 1915 e a esortare la Turchia a fare i conti onestamente con la propria storia, ha richiamato il proprio ambasciatore da Washington e portato in piazza migliaia di fanatici urlanti "morte all'America".

Per questo noi mondialisti esortiamo tutti gli uomini e le donne turchi amanti della libertà e della democrazia, la vera libertà e la vera democrazia che nascono soltanto dal rispetto dell'uguaglianza di tutti gli esseri umani al di là del loro sesso, della loro fede e della loro nazionalità, a unirsi e a lottare per rovesciare il regime illiberale e antidemocratico di Erdogan e Gul, per riconoscere finalmente la responsabilità storica del popolo turco per il genocidio del popolo armeno, al fine di espiare le proprie colpe e giungere finalmente a una riconciliazione che permetta alla Turchia di gettarsi alle spalle il fardello mortale del passato ottomano e di camminare verso un futuro di integrazione cosmopolitica degli uomini e dei popoli in un solo Impero mondiale. Lungo il sentiero tracciato da Atatürk, oltre gli errori e le contraddizioni di Atatürk.

 

Eye of God

annuit coeptis

 

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