tra kossovo e Ossezia la democrazia fa la differenza

(10/8/2008) La guerra scoppiata tre giorni fa nel Caucaso, con l'occupazione della piccola e pacifica repubblica di Georgia da parte dell'imponente armata russa in risposta ad una operazione di Tbilisi diretta a riportare sotto la legittima sovranità georgiana le regioni dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud, ha scatenato sui mezzi di comunicazione italiani la solita litania di intellettualoidi filorussi come l'ineffabile Sergio Romano, ai quali non è parso vero di dare addosso ad un Paese che, dopo la "rivoluzione delle rose",  ha il torto inescusabile di aver voltato le spalle a Mosca e di essersi schierato con l'Occidente, fino a chiedere l'ammissione nell'Unione Europea e, orrore!, nella Nato. La principale obiezione rivolta da queste quinte colonne di Putin in Italia a chi, come il presidente degli Stati Uniti George Walker Bush, ha condannato l'invasione russa di uno Stato sovrano come riedizione di quanto avvenuto a Budapest nel 1956 e a Praga nel 1968, e ammonito la Russia a restaurare quanto prima l'integrità territoriale della Georgia, è stata la stessa usata dal tiranno Putin e dal suo fantoccio Medvedev: con quale coerenza i paesi occidentali protestano contro il tentativo di secessione dalla Georgia di due regioni a maggioranza russofona, quando pochi mesi fa essi hanno riconosciuto l'indipendenza dalla Serbia del Kossovo, solo perché regione a maggioranza albanese? Sfortunatamente per Putin e per i suoi manutengoli, però, l'analogia non regge.

Non regge perché gli albanesi del Kossovo sono stati vittime di una sanguinosa operazione di "pulizia etnica" da parte della Serbia di Milosevic, ovvero di arresti arbitrari, massacri, proibizione di usare la propria lingua e di coltivare la propria cultura, mentre sudosseti e abkhazi hanno goduto fin dalla proclamazione d'indipendenza della Georgia, nel 1991, di speciali statuti di autonomia. Non solo, il presidente georgiano Mikhail Saakashvili aveva lealmente offerto al leader separatista abkhazo Bagapsh la carica di vicepresidente, che questi ha rifiutato perché il suo padrone al Cremlino mirava a ben altro: a mettere le mani sull'oleodotto che da Baku, capitale dell'Azerbaigian, attraversa il territorio georgiano per giungere sulla costa turca, e che attualmente è l'unica via di fornitura all'Europa del petrolio proveniente dal Caspio la quale non passi per la Russia e non sia perciò sotto il controllo di Gazprom.

Non regge, inoltre, perché la Serbia sotto il regime di Milosevic era un paese totalitario i cui cittadini erano privati di ogni libertà, da quella di pensiero e di religione a quella di iniziativa economica, mentre la Georgia, dopo la cacciata del corrotto ex ministro sovietico Shevardnaze e l'elezione di Saakashvili, ha avviato profonde riforme volte a migliorare la situazione economica della popolazione e ad attirare investimenti stranieri. Anche in Serbia, del resto, la proclamazione d'indipendenza del Kossovo ha concorso a determinare l'elezione di un presidente e di un governo filo-occidentali, e i frutti si son visti subito: grandi imprese occidentali - come l'italiana Fiat - hanno iniziato a investire nel Paese, e Radovan Karadzic, il massacratore dei bosniaci, è stato consegnato al Tribunale per i crimini nella ex-Jugoslavia dopo aver goduto per anni di una impunità garantita dalla copertura delle alte sfere di Belgrado.

Insomma, se si può con ragione sostenere l'esistenza di un diritto alla secessione di una parte del popolo soggetto ad uno Stato antidemocratico, al fine di conseguire una vita migliore sotto il profilo materiale e spirituale, non si può attribuire lo stesso diritto ai cittadini di uno Stato democratico per innalzare muri di ostilità tra gli uomini e attuare discriminazioni odiose. Che le istanze secessioniste di abkhazi e sudosseti siano sostenute con le armi da un paese come la Russia, in cui la quasi totalità della popolazione vive in condizioni miserevoli, e la ricchezza è concentrata nelle mani dei fedelissimi di un ex agente del Kgb che ha fatto uccidere centinaia di giornalisti scomodi e rinchiudere gli oppositori in prigioni siberiane, infine, è la prova regina di quale scelta l'Occidente debba compiere: difendere la libertà della Georgia, e con essa la libertà dell'Europa e di tutta l'umanità. Alla faccia di Sergio Romano e di tutti i suoi cloni, meschini adoratori di tiranni e dittatori, destinati a finire con essi nella polvere.

ANNUIT COEPTIS

 

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