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UNO STATO GLOBALE PER UNA ECONOMIA GLOBALE

 

 

(28/1/2011) Quando abbiamo aperto questo sito Internet ci siamo dati la regola di non sprecare il nostro tempo e quello dei navigatori della Rete per scrivere e far leggere editoriali a proposito delle vicende interne dell'Italia, a meno che in esse non fosse possibile rintracciare un significato di portata planetaria, una indicazione sul cammino in cui è impegnato l'intero genere umano e sulla meta verso cui è diretto. Per questo motivo, adesso che la polvere delle polemiche sollevate dal "caso Fiat" si è posata, che tutte le parti in causa - l'amministratore delegato Sergio Marchionne che ha dettato le condizioni, i sindacati Cisl e Uil e gli altri che le hanno accettate obtorto collo, la Fiom "pura e dura" che ha rifiutato preventivamente di riconoscere legittimità al risultato del referendum, e la Cgil un po' meno dura e molto meno pura che cerca di tenere insieme la fedeltà ideologica e l'attaccamento alle poltrone - hanno espresso la loro posizione, e che i lavoratori dello stabilimento di Mirafiori hanno votato, abbiamo deciso di analizzare la questione da par nostro.

Il punto centrale della disputa, come è arcinoto, è stato ed è il seguente: una industria di un Paese europeo, ad esempio l'Italia, insidiata da una concorrenza agguerrita proveniente non solo da Francia, Germania e Stati Uniti, ma soprattutto, in prospettiva futura, da Cina, India, Russia e Brasile, decide che l'unico modo per non restare indietro è correre alla stessa velocità dei rivali, adeguarsi ai loro standards produttivi; se la Cina produce molti beni, ad esempio automobili, a prezzi stracciati perché ha a disposizione eserciti di poveri disposti a turni di lavoro massacranti per un salario miserevole (ma comunque migliore che morire di fame nelle campagne) e può contare su uno Stato poliziesco che reprime senza pietà ogni rivendicazione di miglioramento e impedisce persino la creazione di sindacati liberi, allora lo Stato e la società di quel Paese europeo dovranno "fare come in Cina", oppure l'industria in questione approfitterà di quel fenomeno di apertura dei mercati internazionali ai flussi di merci e capitali chiamato "globalizzazione" per "delocalizzare" i propri impianti produttivi, ovvero per trasferirli appunto in Cina, India, Russia, Brasile o in qualsiasi altro Paese disposto a offrirle tali condizioni di favore.

Ci troviamo dunque di fronte a una situazione in cui l'economia ha assunto una dimensione globale, mentre la regolamentazione delle condizioni di lavoro, dei salari e di tutti gli aspetti dell'attività economica in cui si possono determinare ingiuste disparità di forze tra imprenditori e lavoratori, e che pertanto richiedono un intervento regolatore dello Stato per assicurare libertà ai sindacati e rispetto della salute e della dignità dei lavoratori, sono ancora confinate in un ambito locale, nel ristretto confine degli Stati nazionali. La conseguenza di tutto ciò, come era prevedibile, è la discriminazione fra lavoratori che vivono in Occidente e beneficiano di tutele normative avanzate frutto di tre secoli di lotte e di progresso sociale, e lavoratori che producono gli stessi beni in Stati dominati da dittatori laici o teocratici, da partiti unici o da oligarchie sociali che rifiutano di riconoscere loro identici diritti.

Di fronte a questa situazione le soluzioni possibili sono soltanto due: o spezzare l'economia mondiale restringendola forzatamente nei confini dei singoli Stati-nazione, come pretendono i neomarxisti per conservare ai lavoratori occidentali i privilegi acquisiti disinteressandosi della sorte dei loro omologhi stranieri; oppure accettare la sfida dei tempi nuovi e riconoscere che una economia globale richiede uno Stato globale, che soltanto uno Stato di dimensioni planetarie come è oggi l'economia globalizzata potrà imporre a datori di lavoro multinazionali il rispetto di salari adeguati e di condizioni di lavoro salubri in ogni angolo del pianeta, così come nel '900 gli Stati nazionali hanno introdotto per legge condizioni di lavoro e salari uniformi all'interno dei loro confini. È per questo motivo che i lavoratori di ogni Paese, se vogliono tutelare i traguardi raggiunti sinora e conquistarne di nuovi, devono unirsi a noi mondialisti per creare un Impero mondiale che abbatta le ormai superate frontiere fra gli Stati-nazione e imponga a tutta l'umanità una sola legge, per il rispetto degli immortali e inalienabili diritti di ogni lavoratore e di ogni essere umano.

Eye of God

annuit coeptis

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