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solo l'impero mondiale può risolvere il problema dei rom

 

 

(18/9/2010) In questi ultimi giorni la decisione presa dal Presidente francese Nicolas Sarkozy di procedere allo smantellamento dei campi nomadi non autorizzati presenti sul territorio della République e al rimpatrio forzoso dei rom colà giunti da Romania e Bulgaria a partire dalla caduta dei rispettivi regimi comunisti nel 1989 e dall'apertura delle frontiere della Unione Europea ha sollevato aspre critiche nei palazzi di Bruxelles abituati a fare la carità con i soldi e le case d'altri (giustamente Sarkò ha risposto alle accuse della commissaria lussemburghese Reding invitandola ad accogliere gli espulsi nel poco popolato e ricco Principato), nelle cancellerie di Italia e Germania preoccupate di un'ulteriore invasione di massa e negli ambienti della sinistra "al caviale" che ha rimproverato alla Francia di aver abiurato alla sua fama di patria della fraternité e della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. In verità tali accuse rivelano, a chi non abbia gli occhi della mente accecati da pregiudiziali ideologiche, l'esistenza in seno alle società occidentali di un conflitto tra due visioni del mondo completamente opposte l'una all'altra: lo statalismo nazionalista, da un lato, e l'universalismo mondialista, dall'altro.

Lo statalismo nazionalista ha avuto origine di fatto proprio in Francia, quando Giovanna d'Arco contestò il diritto, sancito dalle leggi di successione ereditaria, di Enrico VI a unire nella sua persona i due regni di Inghilterra e Francia al grido «La Francia ai Francesi!»; tuttavia la sua origine come principio giuridico risale al 1648, quando il trattato di Vestfalia pose fine alla sanguinosa Guerra dei Trent'Anni tra l'Impero romano-germanico, cattolico, e la coalizione formata dai principi tedeschi protestanti appoggiati da Francia e Svezia, stabilendo l'uguale sovranità di ogni Stato d'Europa, grande o piccolo che fosse. In tal modo si affermò per tre secoli l'idea che ogni Stato, in quanto rappresentante della propria comunità nazionale considerata, volente o nolente, omogenea per razza, lingua, religione e cultura, avesse il potere insindacabile di regolare quanto accadeva all'interno dei propri confini, e all'inverso che i cittadini di uno Stato - cioè coloro che avevano con un certo territorio un rapporto privilegiato derivante dalla più o meno antica residenza degli antenati - godessero nei confronti dell'autorità governante di maggiori diritti rispetto agli "stranieri", cioè a quanti in quel territorio fossero ospiti per motivi di affari, di studio o perché emigrati per sfuggire alla miseria o a persecuzioni.

Il passaggio dalle monarchie assolute alla democrazia conseguente alle rivoluzioni del 1789 e del 1848, sebbene avvenuto in nome dei diritti dell'uomo, nel consegnare il potere statale nelle mani delle masse popolari ha fatto dell'appartenenza alla nazione il segno distintivo di coloro che avevano il diritto politico di eleggere i governanti, di farsi eleggere e di entrare nella pubblica amministrazione, abolendo così anche le pur minime possibilità di carriera militare, amministrativa e intellettuale godute dagli stranieri nell'Antico Regime in forza del beneplacito regio; è per questo che nell'Europa degli Stati-nazione ottocenteschi si sviluppano contemporaneamente sia l'odio verso gli stranieri e il desiderio di unificare imperialisticamente tutti i popoli considerati come appartenenti alla stessa nazione - il revanscismo in Francia dopo la sconfitta del 1870 ad opera della Prussia, il pangermanesimo, il panslavismo in Russia - sia un crescente antisemitismo diffuso che si manifesta nell'accusa di tradimento all'ufficiale ebreo-alsaziano Alfred Dreyfus e nei pogrom che in Russia, tra la fine del XIX secolo e l'inizio del Novecento, provocano la morte di migliaia di ebrei e la fuga di molti altri verso gli Stati Uniti d'America. Insomma, nella Vecchia Europa i diritti, proclamati come "dell'uomo", sono in realtà i diritti "del cittadino", e di un cittadino che si identifica e si distingue dagli stranieri per la razza, la lingua, la religione e la cultura, in una parola per l'appartenenza o l'estraneità a una determinata nazione. Nessuna meraviglia, dunque, se queste nazioni l'una contro l'altra armate si siano prima gettate nell'orribile massacro della prima guerra mondiale (che fu essenzialmente una guerra civile europea) e vent'anni dopo siano state funestate dal tentativo nazista di sottomettere l'intero continente e di cancellare il popolo di Israele. Né può suscitare scandalo, da questo punto di vista, che i popoli del Terzo Mondo, liberatisi dal dominio coloniale degli Europei, ma imbevuti della stessa ideologia nazionalista, si siano abbandonati per decenni a guerre tribali e a massacri indiscriminati come in Ruanda, e che i musulmani disprezzino, perseguitino e uccidano cristiani, ebrei, induisti e animisti dall'Algeria all'Indonesia: essi stanno semplicemente applicando con coerenza il principio per cui gli esseri umani hanno più o meno diritti, o nessuno, a seconda che siano dentro o fuori la Umma, la nazione islamica, lo stesso principio che l'attuale Papa difende inconsapevolmente quando tuona contro ogni tentativo di fondare un Nuovo Ordine Mondiale che contempli anche l'uso della forza contro terroristi e Stati-canaglia.

Proprio le tragiche esperienze del secondo conflitto mondiale, risoltosi nella vittoria della democrazia grazie al decisivo intervento del popolo americano (il quale non solo sacrificò i suoi giovani sulle spiagge della Normandia e sui monti dell'Appennino, ma rifornì di armi, petrolio e grano l'Unione Sovietica permettendole di resistere all'invasione tedesca), e la presa di coscienza dell'abisso della Shoah in cui l'Europa era sprofondata a causa dei molti collaborazionisti allo sterminio, determinarono l'affermarsi di un modello di società radicalmente opposto al nazionalismo statalista: il modello cosmopolitico degli Stati Uniti d'America, un Paese nato in un continente-isola libero e "vergine" dall'unione di uomini e donne provenienti da ogni angolo della Vecchia Europa, da perseguitati religiosi, esiliati politici, gente in cerca di una vita migliore. In quel nuovo Paese, liberi dai pregiudizi nazionalistici delle ex-patrie, questi uomini e queste donne si fusero insieme in un nuovo popolo che aveva per segni distintivi solo la fedeltà a Dio, che aveva dato loro quella Terra Promessa, e alla Costituzione, che garantiva loro uguale libertà e dignità. Non per niente il nome di questa nuova forma di società, melting-pot (crogiuolo), venne coniato dall'ebreo Israel Zangwill come titolo di uno spettacolo teatrale da lui scritto nel 1909 in onore del Presidente Theodore Roosevelt: un adattamento di "Romeo e Giulietta" in cui un giovane immigrato ebreo russo si innamora di una immigrata russa cristiana, la lascia sconvolto quando scopre che ella è figlia dell'ufficiale zarista colpevole del pogrom che lo costrinse a fuggire dalla Russia, ma poi si riconcilia con la fanciulla celebrando con la loro unione la grandezza dell'America, «il grande crogiuolo nel quale tutte le razze d'Europa si fondono e si riformano» e in cui «Tedeschi e Francesi, Irlandesi e Inglesi, Ebrei e Russi... tutti loro si uniranno per costruire la Repubblica dell'Uomo e il regno di Dio».

Vediamo così che la politica delle espulsioni varata dalla Francia di Sarkozy e i massacri degli "infedeli" da parte dei seguaci di Allah e Maometto sono entrambi figli della concezione nazionalistica tipica della Vecchia Europa, in cui si proclama sì che «tutti gli uomini sono uguali», ma si agisce come se alcuni, i cittadini, fossero «più uguali degli altri». Per sconfiggere questa visione della società non servono certo i lamenti e le riprovazioni delle anime belle, della sinistra terzomondista o del Vaticano; serve invece inculcare nelle menti e nei cuori degli uomini e delle donne una visione diversa. Solo quando tutti gli uomini e le donne del pianeta avranno compreso di essere membri a ugual titolo di una sola specie, di una sola grande famiglia chiamata Umanità, e costruiranno un Impero mondiale in cui ogni sovranità nazionale sarà abolita e tutti saranno cittadini del mondo, solo allora i rom, i musulmani e tutti gli altri membri di gruppi linguistici, etnici, religiosi o culturali avranno la stessa dignità, potranno vivere e cercare la loro fortuna in qualunque luogo della terra, e se commetteranno dei crimini saranno giudicati come individui e non collettivamente.

Eye of God

annuit coeptis

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