SCOOP DI WIKILEAKS: L'AMERICA NON VUOLE VINCERE IN AFGHANISTAN

 

 

(29/7/2010) Sgombriamo subito il campo da una colossale bugia che in questi giorni circola sui media di tutto il pianeta: non è stato il soldato di prima classe Bradley Manning a trasmettere al sito Wikileaks i 92.000 files classificati sulle operazioni militari condotte dagli Stati Uniti d'America e dai loro alleati in Afghanistan dal 2004 al 2009. Chi ha appena un po' di cervello, del resto, avrà già capito che un ragazzone di 22 anni, seppur analista d'intelligence, non avrebbe mai potuto avere accesso da solo a una così gran mole di documenti sensibili, e tantomeno farla uscire dai segretissimi computers del Pentagono senza che la sua colpevolezza fosse subito evidente "al di là di ogni ragionevole dubbio"; se così non fosse, non lo avrebbero tenuto confinato in un carcere militare in Kuwait per due mesi prima di formulare l'accusa contro di lui. Quanti si stanno mobilitando per difenderlo stiano dunque tranquilli, il ragazzo è solo un capro espiatorio e se la caverà con poco o niente: dal Pentagono in su sanno benissimo che si è trattato di un eccellente lavoro di squadra (e compasso...). Quanto a Wikileaks, ha agito sulla base di quell'antica e perenne repulsione verso la segretezza nella politica estera e nella diplomazia che caratterizza il popolo americano dai tempi della Dichiarazione d'Indipendenza e che è un aspetto del suo rifiuto di uno Stato "pesante" e oppressivo (lo stesso rifiuto su cui si fonda il divieto costituzionale di restrizioni al porto d'armi da parte dei cittadini «essendo necessaria una milizia ben regolata per la sicurezza di uno Stato libero»).

Detto questo, cosa c'è di sconvolgente nei famigerati "warlogs"? Che le truppe americane hanno passato per le armi alcuni capi talebani appena catturati senza un regolare processo? Parafrasando Bill Clinton potremmo rispondere: "it's the war, stupid!". Il "regolare processo", questo portento dello Stato di diritto liberale e borghese, non è stato inventato per accertare la responsabilità degli indagati, ma per difenderli da arresti e carcerazioni arbitrarie da parte del sovrano, e quindi è storicamente nato e si è affermato nel presupposto e sotto la condizione che tra lo Stato accusatore e l'accusato esistesse una comunanza di fondo, data dall'appartenenza al medesimo popolo e dalla volontà di preservarne l'esistenza e il bene comune, tale da consentire che fra di essi si instaurasse un duello ad armi pari; nei confronti di nemici esterni e traditori catturati nel corso di un conflitto bellico le garanzie processuali non sono mai state ritenute applicabili. Forse suscitano orrore le stragi di civili "insabbiate"? Dovrebbero suscitare maggior orrore gli attentati con gas tossici compiuti dai talebani contro bambine colpevoli solo di andare a scuola, gli sgozzamenti di musicisti di strada, i kamikaze che si fanno saltare in aria fra la gente che va al mercato a comprare un po' di cibo; ma i pacifinti occidentali tacciono pudicamente di fronte a queste atrocità quotidiane. Oppure ci si indigna perché i governi impegnati in Afghanistan si dicevano "irritati" dall'attività di alcune Ong come Emergency? Allora indignatevi anche contro noi mondialisti, che in tempi non sospetti abbiamo denunciato le collusioni di Gino Strada e dei suoi collaboratori locali con gli assassini dei giusti Sayed e Adjmal, guida e interprete del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, per la cui liberazione il governo di Prodheini e Dalemah aveva vergognosamente fatto pressioni sul presidente Karzai affinché liberasse cinque pericolosissimi capi talebani, salvo poi lavarsi le mani dal sangue dei due "pezzenti" afghani trucidati al suo posto.

Ciò che di veramente scandaloso emerge dai files di Wikileaks, e su cui i media italiani hanno abilmente sorvolato, è il fatto che gli Stati Uniti d'America, a partire da George Walker Bush per continuare con Barack Hussein Obama, abbiano elargito miliardi di dollari a un Paese, il Pakistan, di cui conoscevano bene il doppio gioco; che abbiano fornito montagne di denaro e di armi al suo esercito e ai suoi servizi segreti, sapendo che quel denaro e quelle armi venivano usati per uccidere soldati americani e alleati, ragazzi del Kentucky e della California, inglesi e italiani, polacchi ed estoni che hanno lasciato casa e famiglia non soltanto per una buona paga, ma soprattutto per difendere la loro patria dalla minaccia di un nuovo 11 settembre e per diffondere nel mondo libertà e democrazia. Non si può liquidare tutto ciò con considerazioni di opportunità strategica relative alle molte testate nucleari di Islamabad e al rischio che finiscano nelle mani di Al Qaeda, perché quel regime è già legato a doppio filo al network del terrore. Ciò che è veramente scandaloso è che, ad onta delle proclamazioni ufficiali, la classe dirigente di Washington non vuole vincere davvero in Afghanistan.

Se volesse vincere, capirebbe che deve prima ottenere il controllo del territorio afghano, e che per ottenere il controllo del territorio non si può annunciare in anticipo la data del proprio ritiro, né usare il contagocce quando il generale McChrystal chiede 100.000 uomini in più; si devono mettere in campo tutte le truppe e le armi necessarie affinché gli afghani abbiano più paura di schierarsi contro gli USA che contro i tagliagole di Bin Laden, e si deve essere pronti a lasciarli sul posto per decenni, a costo di sostituire i corrotti governanti, capitribù e signori della guerra locali con governatori a stelle e strisce. Se volesse vincere, smetterebbe di finanziare il regime doppiogiochista pakistano e penserebbe piuttosto a bombardare i santuari talebani nelle zone di confine, a inviare i reparti speciali a Quetta per catturare Bin Laden che, è arcinoto, si nasconde lì col beneplacito dei servizi segreti pakistani, e, se proprio si ha paura delle testate nucleari, si dovrebbe avere il coraggio di requisirle a forza e di "commissariare" l'intero Pakistan e qualsiasi altro Paese complice dei terroristi.

Se volesse vincere, capirebbe che in questa epoca di globalizzazione e di frontiere aperte l'unico modo per difendere la libertà, la sicurezza e la stessa esistenza degli Stati Uniti d'America è assumersi l'onere e l'onore di combattere senza quartiere, in prima persona, i terroristi e i loro sostenitori in ogni parte del pianeta, senza affidarsi a esecutori locali più che discutibili. Se volesse vincere, capirebbe che per vincere in Afghanistan è necessario vincere nell'Iraq che è nuovamente sprofondato nel caos, nell'Iran khomeinista che arma i terroristi, nel Sudamerica che vende petrolio agli ayatollah in cambio di sostegno anti-yankees, nella Russia che fornisce missili e centrifughe nucleari a Ahmadinejad affinché tenga sotto scacco l'Eurasia per suo conto, nella Vecchia Europa che elargisce ogni anno milioni di euro a ong filopalestinesi e terzomondiste.

Se volesse vincere, capirebbe che la Guerra al terrore finirà solo quando gli Stati Uniti d'America unificheranno tutto il pianeta in un Impero mondiale che garantisca a ogni essere umano il rispetto degli immortali diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità. Finché non capiranno tutto ciò, gli Stati Uniti d'America sono destinati a subire ancora infiniti scandali, infiniti lutti, infiniti Vietnam.

annuit coeptis

 

 

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