PETROLIO E LIBERTÀ

 

(24/12/2006) In questi giorni di festa più consumistica che spirituale, e con i giornali in sciopero permanente effettivo, gli Italiani non hanno forse ancora avuto notizia di un evento che dovrebbe farli riflettere molto, e con loro tutti gli Europei: il colosso energetico russo Gazprom, controllato dallo Stato, ha deciso di adottare una politica tariffaria a doppio binario e secondo un criterio politico. Per dirla in breve, da questo inverno Paesi come Ucraina e Georgia, accusati dal Cremlino di tenere una politica filo-occidentale, pagheranno per il metano fornito da Mosca un prezzo più alto di quello che sarà accordato a regimi "amici" come la Bielorussia.

Dovrebbero riflettere in primo luogo gli Italiani, che già lo scorso anno ebbero a soffrire per una riduzione delle forniture di gas adottata formalmente come ritorsione verso un presunto furto da parte del governo di Kiev, ma in realtà per punire quel popolo "colpevole" di aver abbattuto il regime tirannico e comunista amico della Russia e di aver scelto come presidente quel Viktor Yushchenko che il cekista Putin aveva già tentato di assassinare con la diossina, nello stile tipico del Kgb da cui è stato allevato (ombrelli dalla punta avvelenata e tè al polonio, per intendersi); forse, se lo facessero a fondo e secondo verità, si pentirebbero delle loro recenti scelte elettorali e farebbero a pezzi il loro premier, il placido Prodi che due mesi or sono, ponendo la propria firma su un contratto tra Eni e Gazprom, ha aperto a quest'ultima la possibilità di vendere direttamente metano in Italia, assoggettando così il proprio paese al ricatto energetico.

Ma dovrebbero riflettere anche tutti gli abitanti del Vecchio Continente, dal momento che la mossa del colosso russo si inscrive in una strategia degna di un campione di scacchi: l'intesa con l'Eni, che fa di Gazprom un fornitore privilegiato di tutta l'Unione Europea; l'alleanza con la compagnia algerina Sonantrach, anch'essa sotto il ferreo controllo dello Stato - di quello Stato ex-colonia francese il cui primo leader, Bourghiba, profetizzò che il ventre delle madri islamiche sarebbe stato l'arma decisiva per la riconquista dell'Europa da parte dei seguaci di Allah -, con la Libia di Gheddafi e con l'Uzbekistan ancora sovietizzante; i buoni rapporti fra la Russia del nuovo zar e il regime iraniano, rapporti che si sostanziano nello scambio di petrolio contro tecnologia nucleare per mettere gli ayatollah in condizione di costruirsi la Bomba e missili a lunghissima gittata (anche intercontinentale) affinché possano lanciarla su Tel Aviv, Haifa e magari anche su Atene, Napoli e Roma; tutto questo costituisce la prova evidente dell'esistenza di quell'«asse del male» contro cui il presidente americano George Walker Bush non cessa di suonare l'allarme fin dall'inizio del suo primo mandato, voce che grida nel deserto dell'indifferenza eurocontinentale. Una impura alleanza tra fondamentalisti islamici e nostalgici del comunismo che vuole usare spregiudicatamente le forniture energetiche come strumento di ricatto al fine di zittire la voce degli Europei quando protestano per la violazione dei diritti umani, di riassorbire sotto la tutela dell'orso russo oggi l'Ucraina e la Georgia, domani la Polonia e gli altri paesi che un tempo facevano parte del Patto di Varsavia, e da qui a dieci o vent'anni, di strangolare l'intero continente nella doppia tenaglia dell'energia e dell'immigrazione per creare quell'entità imperiale estesa da Lisbona a Vladivostok che è nei progetti della lobby eurasista: un'alleanza tra Europa, Russia e Islam autosufficiente dal punto di vista economico, autarchica, dominata da una ideologia comunitaristica e razzista e da una religione neopagana, capace di soggiogare l'Africa e l'Asia, di sconfiggere l'odiata America e di cancellare dalla faccia della terra cristiani ed ebrei, seguaci di religioni universalistiche nemiche di un «sano sentimento dell'identità e dell'appartenenza alla propria comunità». Sarebbe la fine della libertà per miliardi di esseri umani.

Se letta in questa prospettiva acquista un barlume di verità anche la tesi, sostenuta da molti no-global, secondo cui le operazioni umanitarie sinora condotte dagli Stati Uniti d'America nel Kossovo, in Afghanistan e in Iraq, e perfino una futura guerra contro l'Iran dei mullah, avrebbero quale scopo nascosto la creazione di governi favorevoli alla costruzione di un immane oleodotto capace di trasportare per migliaia di chilometri, fino in Europa, le ricchissime riserve petrolifere di repubbliche asiatiche come il Turkmenistan, non a caso alleatesi con gli Usa dopo l'11 settembre. La verità è che il petrolio centroasiatico non serve agli Stati Uniti d'America: nel Golfo del Messico e in Alaska ci sono riserve gigantesche ancora non sfruttate. Non serve neppure alla Gran Bretagna, che preferisce approvigionarsi dalle piattaforme nel Mare del Nord. Servirebbe invece moltissimo all'Europa, perché le consentirebbe di liberarsi dal ricatto incrociato di Mosca, Teheran, Algeri e Tripoli e la salverebbe dall'infausto destino di trasformarsi in Eurabia o, peggio ancora, in una succursale dell'Unione Islamo-Sovietica.

Finché il progresso tecnologico non affrancherà l'Occidente dalla dipendenza dai combustibili fossili, finché tutte le case dell'Euro-America non saranno riscaldate dall'energia solare, dalle maree o da un nucleare sicuro, e finché tutte le automobili non saranno alimentate con idrogeno, etanolo o zucchero (non sorridete, sono in corso ricerche sorprendenti anche su questo versante) la parola "libertà" farà sempre rima con "petrolio"; insieme staranno in piedi o cadranno. È bene pensarci, la prossima volta che dallo stomaco salga alle labbra un'imprecazione contro Bush e la sua "cricca" di petrolieri.

ANNUIT COEPTIS

 

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