PER I MILLE KOSSOVO DEL PIANETA

L'UNICA SOLUZIONE È L'IMPERO MONDIALE

 

 

(28/7/2010) Il parere consultivo reso dalla Corte dell'Aja, secondo cui la proclamazione d'indipendenza da parte del Kossovo «non è in contrasto con la legge internazionale», ha suscitato, oltre alla scontata euforia di Pristina e all'altrettanto ovvia irritazione di Belgrado, una serie di reazioni contrastanti in tutto il Vecchio Continente: baschi e catalani hanno visto nel pronunciamento - giuridicamente irrilevante, ma politicamente esplosivo - una legittimazione della loro voglia di secessione dalla Spagna, slovacchi e romeni sono preoccupati per le ricadute che esso potrà avere in regioni come la Transilvania abitate da cospicue minoranze ungheresi, i greco-ciprioti temono una separazione unilaterale della parte dell'isola invasa e occupata da Ankara, Mosca ha difeso la sovranità serba sul Kossovo pensando al proprio caotico Caucaso... per non parlare dell'Irlanda del Nord, che potrebbe rivendicare a favore di una secessione da Londra il fatto di non avere neppure un confine terrestre comune con la Gran Bretagna. Insomma, la geografia politica dell'Europa potrebbe da ora in poi subire uno sconvolgimento terrificante, con la ripresa di fenomeni terroristici che da anni covavano sotto la cenere e lo scoppio di nuove guerre interstatali. Di fronte a un simile scenario apocalittico noi mondialisti sentiamo il dovere di esprimere, umilmente ma fermamente, il nostro punto di vista.

La questione dei mille Kossovo che dilaniano il pianeta, nella sua radice, è la seguente: esiste un diritto umano all'indipendenza? Come è noto, i giuristi distinguono i diritti in tre categorie.: I diritti civili sono quelli proclamati nella "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino" emanata dai rivoluzionari francesi nel 1789 come propri di ogni essere umano, cioè le libertà di pensiero, di religione, di stampa, di immunità da arresti arbitrari. I diritti politici spettano invece ai soli cittadini, e si sostanziano nel diritto di accedere alle cariche pubbliche, di votare ed essere votati. Infine, con il termine diritti sociali si indica il diritto di ogni essere umano a ricevere dallo Stato di residenza una serie di prestazioni monetarie o sotto forma di servizi amministrativi, come l'istruzione pubblica gratuita, l'assistenza sanitaria, sussidi per maternità difficile, invalidità o disoccupazione e così via. Come si può vedere, mentre i diritti "civili" e quelli "sociali" si predicano come attributi di ogni individuo umano, i cosiddetti diritti "politici" sono legati al possesso della qualità di cittadino, vale a dire di membro di un gruppo di uomini organizzato in Stato. Domanda: in quale delle tre categorie rientrerebbe il preteso diritto a rendersi indipendenti da uno Stato già esistente per formarne uno nuovo o unirsi ad un altro Stato? Risposta elementare: IN NESSUNA. I diritti soggettivi, per loro natura, si predicano degli esseri umani in quanto individui; i cosiddetti "diritti collettivi" o "diritti delle minoranze", detti anche "diritti culturali", altro non sono che il diritto dei singoli membri individuali di un gruppo etnico, linguistico, religioso o culturale a una valorizzazione pubblica della propria lingua, religione o cultura all'interno di una comunità statale composta in maggioranza da membri di differente etnia, lingua, religione o cultura. Giuridicamente parlando, non esistono diritti dei gruppi. I gruppi non sono il soggetto del Diritto, ma della Politica.

Se così stanno le cose - e non possono che essere così, se la forza degli argomenti che abbiamo portato ha un valore - che senso ha l'affermazione della Corte olandese di "non contrarietà alla legge internazionale" di una proclamazione d'indipendenza coma quella kossovara? In realtà essa discende dalla teoria della uguale sovranità di tutti gli Stati proclamata nel trattato di Vestfalia del 1648, con il quale le potenze europee dell'epoca (il Sacro Romano Impero germanico, la Francia, l'Olanda, la Prussia e la Svezia) misero fine a una trentennale guerra di religione fra cattolici e protestanti; una teoria funzionale alla seconda affermazione fondamentale di quell'antico documento, quella dell'obbligo dei sudditi di uno Stato di scegliere tra l'adeguarsi alla religione del loro sovrano oppure emigrare in un altro Stato (cuius regio, illius religio), e che in pratica non è mai stata osservata né prima di allora né dopo, ddal momento che in ogni epoca storica gli Stati più potenti dal punto di vista militare ed economico hanno esercitato sugli Stati meno ricchi e meno forti un'influenza più o meno palese, se non altro nelle loro decisioni di politica estera, ovvero nello scegliere se considerare un terzo Stato come "amico" o come "nemico", secondo l'insegnamento del politologo nazista Carl Schmitt (le cui abiette scelte politiche non inficiano, purtroppo, la correttezza delle sue più celebri affermazioni teoriche). Del resto, nel Ventesimo secolo appena trascorso abbiamo potuto constatare la violazione del dogma vestfaliano nella forma dell'esistenza di due grandi coalizioni di Stati, l'una guidata da Washington e l'altra da Mosca, in cui l'ideologia del "paese-guida" informava tanto le scelte di politica estera dei "vassalli" quanto la struttura economica, sociale e culturale al loro interno. Insomma, come scrisse il grande filosofo tedesco Hegel, i trattati obbligano gli Stati soltanto rebus sic stantibus, ovvero finché ad essi conviene, e pertanto non sono da considerare propriamente atti giuridici, bensì atti politici.

In conclusione, non esiste, giuridicamente parlando, un diritto umano, e tantomeno "naturale", di un gruppo di uomini a farsi Stato e ad essere riconosciuto da altri gruppi umani come indipendente e sovrano. Su queste materie l'unico criterio risolutore, dall'alba dei tempi fino al Giorno del Giudizio, è stato, è e sarà la forza (militare, economica o culturale) comparata dei vari Stati. Né si può biasimare moralisticamente il fatto che esistano Stati pienamente sovrani e Stati a sovranità limitata, protettorati o addirittura colonie: l'Impero di Roma assicurò pace, ordine e prosperità dalla Britannia all'Eufrate per cinquecento anni, e i popoli sottomessi scoprirono presto che la sudditanza a Cesare era abbondantemente ripagata da un sistema amministrativo non esoso, da legioni efficienti, da un sistema di norme che assicuravano uguali diritti civili a tutti e da imponenti spese per la costruzione di acquedotti, terme e altri edifici pubblici che hanno sfidato i secoli; e identico discorso può esser fatto per l'Impero britannico, che da Londra irradiò la civiltà su metà delle terre emerse e su metà della popolazione mondiale, sradicando pratiche vergognose - come il rogo delle vedove indiane sulle pire dei mariti - e lasciando alle ex-colonie la preziosa eredità della common law. Anche la sovranità limitata dei membri del Patto di Varsavia, sancita col sangue degli insorti di Budapest e Praga, non era esecrabile in sé, ma per l'ingiustizia radicale dell'ideologia comunista che si rivelava anche nel modo di gestire il dissenso dei "vassalli": gli Stati Uniti d'America, paese-guida dell'Occidente libero, democratico e prospero, affrontarono e risolsero i medesimi problemi in modo ben diverso dall'Unione Sovietica, utilizzando più la loro superiorità culturale ed economica che quella militare, e con ben diverso esito, come dimostra il crollo di questa e la vittoria di quelli.

Di conseguenza l'unico mezzo per impedire ai mille Kossovo del pianeta di esplodere, l'unico mezzo per fermare la scia di sangue provocata dalle rivendicazioni indipendentistiche da Pristina a Belfast e dal Daghestan alla Cisgiordania è l'unificazione del mondo sotto il potere militare, economico e culturale di un solo Stato. Solo in un Impero mondiale, che noi auspichiamo sorga un giorno sotto la guida degli Stati Uniti d'America, "dolce terra dei liberi", tutti gli individui umani potranno godere dei medesimi diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità, come pure del diritto ad essere assistiti dallo Stato in situazioni di difficoltà economica o sociale. Purtroppo al momento il popolo americano è prostrato da una crisi economico-finanziaria che dura ormai da tre anni, e subisce ancora il fascino perverso dell'incantatore Barack Hussein Obama. Ma noi mondialisti siamo fiduciosi: lavoriamo sulla scala dei secoli, non sulla scaletta elettorale degli inquilini pro-tempore della Casa Bianca. E comunque le elezioni di mid-term sono alle porte, e allora tutti i nodi - dalla liberalizzazione dell'aborto e della sperimentazione sugli embrioni, fino al servilismo pro-islamista e alla fallimentare conduzione delle guerre in Iraq e Afghanistan - verranno al pettine.

 

annuit coeptis

 

 

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