La lotta fra Terra e Mare, motore della Storia

 

 

(01/09/2016) Non rientra nella prassi del Partito Mondialista pubblicare recensioni di libri altrui nei nostri editoriali; ma oggi facciamo volentieri un'eccezione, poiché il saggio di Stefano Carloni "Terra contro Mare. Riflessioni sul Nuovo Ordine Mondiale a partire da Carl Schmitt"  merita di essere preso in attenta considerazione da chiunque desideri farsi un'idea priva di preconcetti sull'attuale situazione geopolitica, sul percorso storico che ha condotto ad essa e sul futuro che possiamo ragionevolmente aspettarci.

L'opera, di circa 120 pagine, è divisa in quattro sezioni tematiche.

 

La prima, che occupa circa metà della lunghezza totale, ricostruisce con grande accuratezza genesi e sviluppo del pensiero in materia di diritto internazionale del giurista e politologo tedesco Carl Schmitt, famoso per le sue teorie sulla politica, la dittatura e la sovranità, ma, nota l'autore, non per il suo ruolo come teorico del jus gentium... e a torto. Infatti, partendo dalla sua "autocoscienza di tedesco sconfitto e umiliato dai diktat di Versailles", il Carloni mostra come l'intera produzione intellettuale di Schmitt, e persino la scelta tardiva di iscriversi al partito nazista (dopo che Hitler aveva preso il potere da quattro mesi, e due milioni di tedeschi la famigerata tessera) trovi la sua radice non nel fanatismo antisemita che animava molti adepti della prima ora, bensì in un sentimento radicalmente anglofobo: da qui la creazione, dapprima di una teoria del diritto internazionale fondata sulla divisione del mondo non più in Stati nazionali, ma in "grandi spazi" (Grossraüme) imperiali e multietnici, e poi di una vera e propria filosofia della storia che ha per filo conduttore la rivalità fra Terra e Mare, o meglio fra "popoli di terra" e "popoli di mare". Alla luce di questa bipolarità Schmitt ha letto la storia degli ultimi 500 anni come conseguenza della decisione presa dal popolo inglese di "affrancarsi dalla terra" - il che ha significato ad esempio abbandonare le velleità di conquista territoriale sul continente europeo che avevano condotto gli inglesi a dissanguarsi nella Guerra dei Cent'Anni - e di "volgersi verso il mare", per divenire un popolo di corsari e soprattutto di mercanti, fondatori di un impero reggentesi sul controllo delle rotte oceaniche e prima potenza a inaugurare lo Stato di diritto e la Rivoluzione industriale; questa evoluzione sarebbe stata tutta determinata dalla prima scelta a favore del mare, in quanto da essa sarebbero discesi per necessità logica il primato della borghesia mercantile rispetto al potere sovrano dello Stato, il diritto di questi borghesi di criticare e influenzare le scelte politiche dei governi, la libertà del pensiero e della ricerca in tutti i campi della cultura e delle scienze, l'attività della libera stampa e delle associazioni transnazionali nate in Inghilterra (come la Massoneria) volta a creare una "società civile globale" abbracciante tutti i popoli del pianeta. Una evoluzione che Schmitt, sostenitore dell'assoluto potere dello Stato sui cittadini incarnato nella sua Germania, non poteva non vedere come il fumo negli occhi, e contro la quale si batté per tutto il resto della sua lunga vita, auspicando l'avvento di una "terza forza" (Europa, Cina, India o Islam che fosse) in grado di rompere il duopolio russo-americano - entrambe, ai suoi occhi, potenze universaliste - e avviare una nuova ricomposizione-suddivisione del mondo secondo una pluralità di "grandi spazi" a base razziale.

 

Nella seconda parte, invece, l'autore espone quelle che, a suo parere, sono le basi filosofiche della contrapposizione storica Terra/Mare tracciata da Carl Schmitt. Dietro le figure dei "popoli di terra" e dei "popoli di mare" si celerebbe infatti secondo il Carloni (il quale si mostra in questo seguace del filosofo cattolico Sergio Cotta e della sua "ontologia relazionale") una tensione, presente nella stessa natura umana, tra la dimensione del finito - che spinge gli uomini a formare legami sociali "chiusi" come quelli politici, basati per principio sulla discriminazione tra chi è "dentro" e chi "fuori" un determinato confine, e quindi inevitabilmente forieri di guerre e persecuzioni - e la dimensione opposta dell'infinito che al contrario induce gli esseri umani a stringere relazioni "aperte" come quelle giuridiche, basate solo sulla comune appartenenza al genere umano e pertanto non discriminanti di principio nessuno.

 

Nella terza sezione viene tentata l'ardua impresa di prevedere il cammino futuro dell'umanità a partire dall'attuale momento storico, segnato dalla fine della breve stagione dell'unipolarismo americano post-1989 e dall'emergere di un Asse composto da Russia, Cina e Islam cementato dalla comune avversione nei confronti del liberalismo occidentale e del suo primato dell'individuo sul collettivo. A dispetto delle tante sirene che vorrebbero indurre l'Occidente a deporre le armi e ad arrendersi senza combattere, l'autore mostra che l'intera storia del genere umano, dai grandi imperi della Mesopotamia fino ai giorni nostri, è caratterizzata da un doppio movimento, fisico e spirituale insieme: uno spostamento delle grandi civiltà egemoni (la translatio imperii) da Est a Ovest, e contemporaneamente uno sviluppo delle relazioni fra gli esseri umani in senso sempre più universalizzante, dalle primitive tribù agli Stati etno-nazionali sorti dalla rivoluzione francese fino alle grandi alleanze continentali odierne. Su questa base l'autore abbandona il terreno della storia come "storiografia", ricostruzione del passato (Historie) per avventurarsi su quello della storia come "profezia razionale" (Geschichte = destino): così come per Kant la rivoluzione francese era stata il segno anticipatore di un futuro Stato cosmopolitico nel quale la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra sarebbe stata avvertita, quasi un'onda sismica, in tutti gli altri punti del globo, allo stesso modo per il Carloni la globalizzazione dei commerci e dell'informazione da un lato, e i sentimenti di sdegno e pietà che hanno percorso il genere umano dopo gli orribili attentati dell'11 settembre e la brutale repressione della protesta dei giovani iraniani, dall'altro, fanno intuire la direzione verso cui è incamminata la Storia: la fine di Babele e la ri-unificazione del genere umano in un solo Stato mondiale di diritto, anticipazione terrena della piena unità di tutte le creature nel "grande mare di Dio" la cui visione immaginifica chiude il saggio.

 

In conclusione, il Partito Mondialista giudica molto positivamente la pubblicazione di "Terra e Mare. Riflessioni sul Nuovo Ordine Mondiale a partire da Carl Schmitt", sia per la sua analisi storico-concettuale della Modernità scevra dai preconcetti che purtroppo allignano in moltissime opere contemporanee, sia perché il pregevole lavoro di Stefano Carloni è la dimostrazione di quanto noi mondililsti abbiamo sempre affermato fin dall'inizio: cioè che il Mondialismo è l'espressione dell'eterna aspirazione della ragione e del cuore umano a superare ogni barriera, ogni discriminazione di territorio, sesso, razza o religione, per fondare uno Stato universale, il solo capace di soddisfare il desiderio di infinito che alberga in ogni uomo e donna. Un desiderio che oggi inizia a essere riconosciuto anche nelle "torri d'avorio" del sapere.

 

Sigillum Triplex

Advenit Novus Ordo Seclorum

Annuit Coeptis

 

 

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