iran, l'attacco preventivo è il male minore

 

(8/6/2008) La verità è ormai talmente evidente che le cancellerie della vecchia Europa non hanno neppure tentato di censurarla o di attenuarne la gravità: entro sei mesi l'Iran avrà costruito la sua prima bomba atomica. A dimostrarlo basterebbero, sia pur indirettamente, sia la decisione dell'Aiea (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, organo dell'Onu) di proporre nuove e più dure sanzioni contro il regime degli ayatollah reo di aver coperto agli ispettori il vero scopo del suo programma nucleare - del resto solo un ingenuo poteva sinora credere che un paese così ricco di petrolio avesse bisogno del "nucleare civile" per soddisfare il proprio fabbisogno energetico - sia l'annuncio rilanciato dal fanatico Ahmadinejad al recente vertice Fao di Roma circa l'imminente distruzione dello Stato d'Israele. È chiaro che Ahmadinejad, noto membro di una setta sciita che vede nello sterminio degli Ebrei l'esca per propiziare il ritorno del mitico dodicesimo imam e l'avvento del Giorno del Giudizio, ha ripetuto i proclami incendiari dopo mesi di silenzio perché adesso si sente sicuro di poter realizzare i suoi folli progetti messianici a breve scadenza. Di fronte a questa terribile prospettiva, cosa dovrebbe fare il mondo libero? A questa domanda ha implicitamente risposto lo stesso Ahamadinejad quando ha pubblicamente schernito il presidente uscente degli Stati Uniti d'America, George Walker Bush, il quale secondo il tiranno di Teheran sarà costretto a lasciare la Casa Bianca senza aver potuto condurre un attacco preventivo contro l'Iran.

In verità, nell'attuale contesto geopolitico mondiale che vede un'Europa strangolata dal caro-petrolio, una Russia fornitrice all'Iran di tecnologia nucleare e di missili balistici capaci di colpire non solo Israele, ma anche le città europee - fino a Madrid, per intendersi - e una Cina comunista sostenitrice della sovrana autodeterminazione di ogni Stato disposto a fornirle energia e materie prime, soltanto gli Stati Uniti hanno la capacità militare di sventare il progetto nazislamico di un nuovo Olocausto. Già quattro volte, nell'ultimo secolo, gli Usa hanno deciso l'esito di un conflitto: la prima nel 1917, dopo che la prima guerra mondiale aveva già provocato milioni di vittime civili, sono intervenuti sulla spinta dell'indignazione causata dalla indiscriminata guerra sottomarina scatenata dai Tedeschi contro le navi mercantili e passeggeri dei paesi neutrali in viaggio da e per l'Europa, e hanno determinato il crollo degli Imperi centrali; la seconda nel 1941, ancora per lo sdegno suscitato stavolta dal vile attacco giapponese a Pearl Harbor, hanno salvato l'Europa e l'Asia dal dominio dell'Asse Roma-Berlino-Tokio, ma non hanno potuto o voluto impedire il genocidio di sei milioni di Ebrei (recentemente Bush ha espresso il rimpianto del suo Paese per non aver bombardato Auschwitz); la terza nel 1996, quando hanno fermato la mano del carnefice Milosevic dopo i massacri di Bosnia e il martirio di Sarajevo; e la quarta nel 1999, quando sono intervenuti di nuovo contro la Serbia per fermare la "pulizia etnica" in Kossovo. In tutte queste occasioni gli Stati Uniti d'America sono entrati in guerra solo dopo che atroci massacri erano stati già compiuti; stavolta l'alleato storico, Israele, chiede loro di intraprendere una vera e propria «guerra preventiva», di sparare insomma il primo colpo. Vediamo dunque quali sarebbero le conseguenze nell'uno e nell'altro scenario:

1) L'AMERICA ATTACCA PER PRIMA L'IRAN - L'Iran ha una superficie grosso modo pari a quella dell'Iraq (liberato da Saddam Hussein nel 2003, e da allora sotto il controllo delle forze della Coalizione dei Volenterosi guidata da Washington) e una popolazione di circa 70 milioni di persone. Un attacco preventivo condotto contro gli impianti nucleari - in gran parte situati a molti metri di profondità nel sottosuolo - e contro i centri di potere del regime islamico (caserme dei Pasdaran, impianti petroliferi, basi aeree, navali e missilistiche) richiederebbe, come per l'Iraq, almeno un mese di massicci bombardamenti con missili Cruise lanciati dalle navi situate nell'Oceano Indiano e con bombe ad alta penetrazione lanciate da fortezze volanti in partenza dalla base di Diego Garcia (la più vicina al teatro delle operazioni) che causerebbero circa 20-30.000 morti fra civili e militari iraniani. L'Iran risponderebbe tentando di bloccare il traffico petrolifero nel Golfo Persico (ad esempio lanciando barchini carichi di esplosivo contro le petroliere), il che farebbe schizzare il prezzo del petrolio a più di 200 dollari il barile per almeno sei mesi, finché la flotta americana non avesse ripreso il controllo dello Stretto di Hormuz. Hamas e Hezbollah userebbero il loro arsenale - missili a media gittata di fabbricazione russa forniti da Teheran - per colpire le città israeliane dalla Striscia di Gaza e dal Libano, provocando centinaia di morti. Alla fine del conflitto le capacità nucleari e militari dell'Iran sarebbero state azzerate, ma gli Usa subirebbero la riprovazione della Russia, delle cancellerie europee e dell'opinione pubblica ciecopacifista di tutto il mondo.

2) L'AMERICA ASPETTA CHE L'IRAN SPARI IL PRIMO COLPO - Il "primo colpo" dell'Iran consisterebbe presumibilmente in un attacco nucleare contro Tel Aviv e Haifa, due città che rappresentano un bersaglio ideale per l'odio di Ahmadinejad: sono i maggiori centri economici, commerciali e tecnologici di Israele, e sono abitate per il 96% da ebrei e arabi di religione cristiana, «porci e scimmie» per il Corano (i pochi arabi di religione musulmana hanno cittadinanza israeliana e sono ben integrati nel tessuto sociale, per cui agli occhi degli ayatollah sono più o meno degli apostati indegni di vivere); e, insieme, in un lancio di missili intercontinentali "made in Russia" contro le città europee. I missili iraniani sterminerebbero almeno 400.000 persone in Israele e svariate migliaia in Europa, dopodiché Israele e gli Usa scatenerebbero il proprio arsenale atomico contro le principali città della Persia, diciamo Teheran e Isfahan (entrambe centri economici e industriali). Risultato: almeno 15 milioni di morti iraniani. Alla fine l'Iran tornerebbe all'età della pietra, Israele sarebbe fortemente ridimensionato come potenza regionale del Medio Oriente e Mosca coglierebbe i frutti di una guerra combattuta per interposta persona, stringendo nei suoi tentacoli un'Europa ferita e terrorizzata e divenendo la potenza egemone d'Eurasia.

Se questi sono gli unici scenari possibili, ne segue con necessità assoluta che per gli Stati Uniti d'America, per Israele, per l'Europa e per il mondo intero un attacco preventivo contro l'Iran rappresenta l'opzione migliore, perché determinerebbe il minor numero di vittime da ambo le parti e otterrebbe la fine dell'appoggio iraniano al terrorismo palestinese e quindi, in prospettiva futura, l'evoluzione dell'Iran verso libertà e democrazia, la stabilizzazione dell'area mediorientale, il ribasso del prezzo del petrolio e la fine delle ambizioni egemoniche della Russia. Pertanto noi dell'Associazione Internazionale "New Atlantis for a World Empire" e del Partito Mondialista esortiamo il presidente George Walker Bush a non commettere l'errore di Roosevelt che rifiutò di bombardare Auschwitz e di fermare l'Olocausto; ad attaccare ora, prima che sia troppo tardi.

 

ANNUIT COEPTIS

 

 

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