IL GENERALE SVELA LE MENZOGNE DEGLI EURASISTI

 

 

(4/7/2010) Il mondialismo, questo possente movimento d'uomini e di idee il cui scopo è l'unificazione del genere umano in un solo Impero mondiale per far cessare le discriminazioni, le persecuzioni e le guerre storicamente causate dalla divisione dell'umanità in gruppi o Stati etnicamente e religiosamente omogenei, ha sempre trovato sulla propria strada ostacoli posti da quanti in queste divisioni fratricide trovavano l'occasione per ricavare profitti in termini di denaro o di potere; profitti generalmente inconfessabili e perciò bisognosi del manto protettivo ipocrita di qualche ideologia che facesse apparire, di volta in volta, cosa necessaria o addirittura "buona" distinguere gli esseri umani fra chi è "dentro" e chi "fuori" rispetto a un particolare confine. Così ad esempio il poeta greco Euripide afferma in una sua tragedia che «governare sui Barbari agli Elleni ben s'addice», e Aristotele distingueva dagli "stranieri" (Greci di un'altra città che beneficiavano della sacra legge dell'ospitalità) i "barbari", considerati appartenenti a un'altra specie d'uomini per natura rozzi e violenti, dunque inferiori e meritevoli d'essere combattuti con ogni mezzo, fino alla riduzione in schiavitù o all'annientamento. Nell'Ottocento, l'eclissi dello spirito cristiano che per mille e trecento anni aveva insegnato l'uguaglianza naturale di tutti gli uomini portò al sorgere di un nazionalismo esasperato, espresso particolarmente da filosofi tedeschi come Herder che proclamarono come fatto naturale la divisione del genere umano in popoli e culture diversi, e bollarono ogni tentativo di unificazione come un attentato alla pluralità degli usi e dei costumi. In entrambi i casi dietro queste affermazioni si vede chiaramente l'interesse dei membri di un gruppo a dominare su quanti a quel gruppo non appartengono, gli antichi Greci nei confronti dei non-Greci, i Tedeschi nei confronti degli Slavi e degli altri popoli d'Europa.

Nell'attuale Terzo Millennio il nemico più insidioso del mondialismo è rappresentato dagli eurasisti o eurasiatisti. L'ideologia eurasista inizia ponendo come verità indiscutibile che esista da sempre una fondamentale unità culturale, sociale e religiosa fra tutti i popoli che dalla preistoria hanno abitato la vasta porzione di superficie terrestre compresa tra le coste portoghesi, l'Estremo Oriente, l'Artico e l'Oceano Indiano che essi chiamano "Eurasia": una cultura unitaria fondata sui tre pilastri della Terra intesa come Grande Madre che reca su di sé, nei confini, il segno della divisione dell'umanità in vari popoli, del Lavoro manuale come unica fonte di ricchezza, e di un Sacro visto in senso panteistico come identità fra Dio e mondo. A questa presunta cultura eurasiatica si contrapporrebbe, nella visione degli eurasisti, la cultura anglosassone - storicamente incarnatasi prima nella Gran Bretagna e poi negli Stati Uniti d'America - che sarebbe invece fondata sul Mare inteso come assenza di confini e dunque di legge, luogo informe di pirati-mercanti, sul Commercio e sulla Finanza come mezzi per depredare "pacificamente" gli altri popoli, e su una Tecnica atea e materialistica che, mirando al dominio sull'ambiente, metterebbe in pericolo la sopravvivenza dell'umanità. Gli eurasisti si propongono di agire come una lobby attraverso riviste come "Eurasia", siti Internet e agenti infiltrati in scuole, università, nei media e nelle istituzioni politiche per instillare nelle menti e nei cuori degli abitanti dell'Eurasia la coscienza di appartenere a un'unica civiltà, e di costruire una grande alleanza fra la Russia, che per essi dovrebbe assumere il ruolo di popolo-guida in virtù delle sue immense riserve di petrolio e gas naturale, la Cina che apporterebbe le risorse finanziarie, l'India che fornirebbe manodopera specializzata in informatica e a basso costo, e un Iran dotato dell'arma atomica, al fine di espellere dal continente eurasiatico la talassocrazia a stelle e strisce - l'«eterna Cartagine» che dal 1989 starebbe tentando di conquistare l'Asia Centrale ricca di risorse naturali, il "cuore della terra" (Heartland) contrapposto alla "mezzaluna interna" (Europa, India ed Estremo Oriente) e alla "mezzaluna esterna" (Gran Bretagna, America e Oceania) nella terminologia del geografo inglese Halford Mackinder -, di distruggere l'«entità sionista» (cioè lo Stato di Israele, che gli eurasisti considerano un volgare avamposto coloniale dell'Occidente e di cui negano persino l'ebraicità) e di fondare un impero in cui lo Stato prevalga sull'individuo, l'appartenenza etnica costituisca legittima fonte di discriminazione fra gli uomini, e i diritti "liberali" alla vita, alla libertà di pensiero e di impresa, e alla proprietà siano subordinati a un non meglio precisato "interesse collettivo della Comunità".

Ma non basta: gli eurasisti mirano altresì a fare dell'Africa una miniera di petrolio e minerali a disposizione dell'Eurasia in cambio della non ingerenza negli affari interni dei suoi regimi corrotti e tirannici, e a sollevare contro gli Stati Uniti i popoli dell'America meridionale (che essi chiamano "indiolatina") sull'esempio di dittatori e demagoghi come Chavez, Morales e Lula che negli ultimi dieci anni hanno stretto solidi legami con Mosca, Pechino e Teheran, offrendo accesso a giacimenti petroliferi in cambio di forniture di armamenti e centrali nucleari allo scopo di ottenere anch'essi la Bomba. Il sogno finale degli eurasisti è la distruzione dell'odiata "superpotenza oceanica" secondo la "profezia" di Igor Panarin, un analista del Kgb che nel 1998 previde una seconda guerra civile americana causata dalla crisi economica e dalla rivolta degli Stati più ricchi contro la crescente pressione fiscale di Washington, cui dovrebbe seguire lo smembramento degli Stati Uniti d'America in cinque parti, con l'Alaska che tornerebbe alla Russia (la quale l'aveva acquisita nel '700 e poi venduta agli USA nel 1867), le Hawaii e la California annesse dalla Cina o dal Giappone, il Middlewest dal Canada, il Texas e gli altri Stati del Sud con una ingente popolazione di latinos che si consegnerebbero al Messico e quelli della costa atlantica che sceglierebbero di unirsi all'Unione Europea...

Alle menzogne degli eurasisti si potrebbe rispondere con dovizia di argomentazioni razionali e storiche. Si potrebbe ad esempio ricordare che i popoli abitanti nel continente eurasiatico non hanno mai condiviso una medesima concezione religiosa: per Indiani, Cinesi e Giapponesi il Sacro, la Divinità coincide con il mondo, mentre a partire dall'Ebraismo e dal Cristianesimo fino all'Islam si afferma il principio della distinzione fra un Dio Creatore e l'universo inteso quale Creazione. Oppure si potrebbe contestare la definizione svalutativa degli Stati Uniti d'America come «eterna Cartagine», facendo notare agli ignoranti eurasisti che i Romani, contrariamente a quanto afferma la tradizione, avevano maturato una solida esperienza marinara ben prima di affrontare i Cartaginesi, e che pertanto l'equazione Roma = Terra sulla quale essi basano le loro elucubrazioni è una patente falsità.

Ma la smentita più forte alle menzogne eurasiste arriva proprio da uno dei loro supporters più accreditati: il generale Fabio Mini, ex comandante della missione NATO Kfor in Kossovo fra il 2002 e il 2003, il quale attualmente collabora con riviste di punta della lobby eurasista come "Limes" e la succitata "Eurasia". A lui è stata recentemente commissionata la prefazione di un libro del redattore di "Eurasia" Daniele Scalea intitolato "La sfida totale. Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali", che costituisce il tentativo degli eurasisti di assicurare una parvenza di scientificità alla loro ideologia mediante il ricorso alle dottrine di vari esponenti della cosiddetta geopolitica, la scienza (o presunta tale) che si propone di studiare e prevedere i rapporti di forza e le dinamiche di ascesa e caduta di Stati e imperi sulla base della conformazione geografica dei territori. Ebbene il generale Mini, contrariamente alle aspettative dei suoi committenti che desideravano da lui una recensione "in ginocchio", ha esposto nella prefazione a "La sfida totale" una serie di «avvertenze per l'uso» che si possono riassumere in due critiche al lavoro di Scalea:

1) «Alla pari di qualsiasi teoria politica, la geopolitica non è mai obiettiva, asettica o imparziale... Le teorie geopolitiche sono sempre strumentali: servono a prendere parte alla competizione, a spiegarla, ma anche a incitarla, alimentarla e perfino a farla degenerare... Ed anche ammettendo che le teorie siano frutto di elaborazioni scientifiche, la loro applicazione ed interpretazione è sempre a supporto di un'idea, una fede, o soltanto un interesse» (pp. 9-10). Con queste frasi brevi e icastiche Mini assesta un colpo mortale alla pretesa "scientificità" delle teorie eurasiste secondo cui la Russia sarebbe naturalmente destinata a dominare il continente eurasiatico in grazia della vastità del suo territorio e delle sue ricchezze minerarie, ignorando ipocritamente fattori bloccanti come l'alcolismo diffuso, il pessimo sistema sanitario, l'alta mortalità infantile, la scarsa aspettativa di vita e il profondissimo crollo demografico che procede dall'epoca sovietica al ritmo di 700.000 anime in meno all'anno e nel 2010 spingerà la popolazione russa sotto i 140 milioni. Anche la condanna di Israele e della sua politica verso i palestinesi - i quali, come ha fatto notare acutamente la studiosa ebraico-inglese Bat Ye'Or nel suo saggio "Eurabia", non possono neppure essere chiamati nazione e tantomeno popolo, dal momento che dal 1948 fino alla Guerra dei Sei Giorni e alla conquista israeliana del 1967 i territori della Giudea e Samaria (o Cisgiordania che dir si voglia) erano stati occupati dal regno di Giordania, così come la Striscia di Gaza era stata occupata dall'Egitto, ed entrambi erano stati in precedenza parti dell'impero ottomano senza alcuna velleità di indipendenza nazionale - secondo il generale «non può negare il passato del popolo ebraico, la Shoa, lo sterminio subito» (p. 10), come pretendono invece gli eurasisti adoratori del folle Ahmadinejad e del suo progetto di cancellare l'odiata «entità sionista» dalle carte geografiche. A proposito dell'Iran, che per Scalea e i suoi sodali sarebbe una delle chiavi di volta della geopolitica, «non bisogna dimenticare che il regime continua ad essere spietato e che non concede nulla, né al diritto della gente, né alle opposizioni istituzionalizzate» (p. 11).

Quanto allo smembramento della Jugoslavia e alla guerra del Kossovo, il generale Mini ha buon gioco nel ricordare agli eurasisti che il serbo Slobodan Milosevic, il musulmano bosniaco Alja Itzbegovic e il croato Franjo Tudjman non erano delle anime belle, che essi «hanno commesso tutti i crimini di cui sono stati accusati e altri che nessuno vuole ricordare» e che dunque «non si può puntare il dito contro gli Stati Uniti senza considerare chi fossero quei personaggi e cosa avessero fatto ai rispettivi popoli», così come la forza dell?UCK «non veniva soltanto dagli aiuti innegabili dei servizi segreti tedeschi, britannici e americani o dai traffici illegali» ma anche e soprattutto «dal supporto di una popolazione che per dieci anni è stata dimenticata dalla comunità internazionale e lasciata alla mercè di un sistema che Milosevic, protetto dalla Russia, voleva repressivo e discriminatorio» (p. 12). Proprio così: la Russia, la "grande madre" degli eurasisti, la patria della buona vita secondo il trinomio Terra-Lavoro-Sacro ha protetto per dieci anni in Serbia un sistema repressivo e discriminatorio nei confronti dei kossovari, parola di Fabio Mini che scrive un giorno sì e l'altro pure su "Eurasia", "Limes" e le altre riviste degli eurasisti!

La stoccata più forte ai suoi committenti il generale Mini la assesta parlando della Cina. Il Paese del Dragone avrà avuto molti meriti, non ultimo quello di aver tratto dall'indigenza 200 milioni di cittadini in meno di vent'anni, ma «dare il merito di questo alla fase "preparatoria" di Mao [come Daniele Scalea fa a p. 110 del suo libro] significa sottovalutare i disastri del "[grande] balzo in avanti" e dimenticare quelli della rivoluzione culturale. Assegnare crediti per una politica di successo senza addebitare gli insuccessi, le repressioni, le persecuzioni e le violazioni dei diritti dei cittadini favorisce l'incomprensione e attenta alla credibilità dell'analisi». In altre parole il prefatore afferma che l'autore del libro di cui sta scrivendo la prefazione ha compiuto una "analisi" non credibile, che egli ha spacciato per verità scientifica i suoi desideri, le sue speranze, i suoi sogni... Un individuo simile si può fregiare solo di un titolo: quello di ciarlatano. La stessa lettura distorta della realtà è contenuta per Mini nei capitoli dedicati all'America "indiolatina" e all'Africa: al di là delle ingerenze e delle "provocazioni" americane - come sarebbe la costituzione dell'Africom, il Comando militare istituito da Washington nel 2007 per portare aiuti umanitari al continente nero e prevenire l'insorgere di conflitti, il quale per Scalea sarebbe solo la dimostrazione della perdita di prestigio degli Stati Uniti e della loro volontà di tener fuori la Cina dall'Africa usando la forza bruta - «quanti paesi», si domanda Mini, «hanno saputo e voluto amministrarsi bene? Castro ha fatto di Cuba un piatto da consumarsi freddo, come la vendetta» e il bolivarismo di Chavez «si oppone allo strapotere e all'arroganza americana, ma non destina nulla alla gente o alla stabilità. Fa solo affari privati, come la peggiore politica americana» (p. 13).

Insomma il generale Mini, che pure come si è visto non lesina critiche agli Stati Uniti d'America, paragonandoli addirittura ai «pirati barbareschi» (p. 9), e mette perfino in dubbio il carattere ebraico di Israele (p. 10), ritiene che l'analisi geopolitica degli eurasisti sia «di parte», «ambigua e ingannevole», che essa stia «al servizio di qualcosa e di qualcuno, in senso concettuale di sicuro e forse anche in senso materiale», e senza neppure dichiararlo apertamente (p. 13). Esattamente quanto sosteniamo da sempre noi mondialisti, cioè che i nemici di un Impero mondiale fondato dagli Stati Uniti d'America e orientato secondo il sacro principio dell'uguaglianza di tutti gli esseri umani su cui si basa la grande democrazia americana non sono animati dal desiderio di salvare l'umanità da una dittatura universale o di preservare la varietà dei costumi e delle culture da improbabili "genocidi", ma solo dall'egoistico interesse a mantenere la loro piccola o grande fetta di potere e di "beni al sole", si tratti degli ayatollah pedofili o dell'ex agente del Kgb o dei ducetti africani o dei caudillos sudamericani.

2) La seconda critica che il generale Fabio Mini rivolge a "La sfida totale" è di «privilegiare gli attori tradizionali delle relazioni internazionali» (p. 10), cioè gli Stati nazionali, etnicamente omogenei, che Scalea considera ancora pienamente sovrani ed eguali come al tempo del trattato di Westfalia. In realtà, fa notare Mini, questa idea è stata confutata sia prima del 1648 - dal momento che Francia, Spagna e Svezia erano indipendenti dal Sacro Romano Impero fin dalla morte di Carlo Magno, l'Olanda si era già separata da esso e perfino le città imperiali come Amburgo erano definite "libere" - sia dopo, in quanto l'espansionismo napoleonico, l'internazionalismo comunista, il capitalismo e la globalizzazione «hanno in vario modo alterato il principio di uguaglianza fra nazioni e il principio di sovranità al quale si sono spesso appellati i conservatori (vecchi e nuovi) e i nazionalisti» (p. 14). Ma il colpo più duro al sistema degli Stati, per Mini, viene dalla «nascita di un sistema complesso di flussi internazionali che non fanno più capo agli stati e agli interessi nazionali, ma ad attori non statali, legali e illegali, palesi e occulti». Che valore hanno i confini politici per i trafficanti di esseri umani o di droga o di diamanti che attraversano decine di Stati corrompendo una pletora di piccoli burocrati e guardie di confine? Che importanza hanno le leggi statali per i capi di Al Qaeda che si muovono in tutto il mondo raccogliendo fondi e aprendo siti Internet per insegnare ai nemici dell'Occidente "ateo e materialista" a costruirsi bombe micidiali nella cucina di casa? Per questi flussi di uomini, denaro e risorse naturali, chiosa Mini, «non esiste un "cuore" da difendere o da attaccare, non esistono mezzelune interne e non esistono neppure stati canaglia o stati virtuosi»; la nuova geografia che essi disegnano ha bisogno di una propria geopolitica, di una nuova scienza che «sia in grado di individuare più chiaramente gli interessi globali e gli attori capaci di orientarne i flussi e quindi di guidare l'intero sistema» (pp. 14-16).

Ebbene, questa "nuova geopolitica" che il generale Mini invoca per spiegare il mondo nuovo, il mondo post-nazionale creato dalla globalizzazione e dalla Rete, è proprio quella che sta alla base del Manifesto del Partito Mondialista: è il riconoscimento, tanto moderno quanto antico, del primato dell'individuo su ogni comunità di cui sia parte per nascita o adesione successiva, volontaria o coatta; è la constatazione del fatto innegabile che le collettività statali nascono, crescono, invecchiano e muoiono, e che pertanto nessuna di esse può arrogarsi un primato sui singoli, irripetibili membri dell'unica "collettività" veramente perenne, la specie umana; è la deduzione logica che, in un mondo in cui i confini statali non possono più fermare né i viaggi della speranza degli immigrati clandestini, né i viaggi della morte degli aspiranti kamikaze, soltanto una autorità globale può imporre un ordine, una regola a fenomeni globali. È questo il contenuto dell'«altro libro» che al termine della sua prefazione il generale Fabio Mini augura a Daniele Scalea di scrivere in un prossimo futuro, ma che l'eurasista Scalea, per l'ideologia aberrante che lo muove, non sarà mai capace di scrivere. Quel libro, quell'analisi, quel progetto lo abbiamo scritto noi, e giorno dopo giorno lo stiamo realizzando.

annuit coeptis

 

 

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