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contro la fame, cambia i regimi

 

(16/10/2007) La Giornata Mondiale per l'Alimentazione celebrata oggi ha visto il presidente della Fao Jacques Diouf ripetere ancora una volta una notizia scomoda per le cassandre dell'ecocatastrofismo e i soloni della "bomba demografica": la Terra produce da decenni cibo sufficiente, per quantità e qualità, a sfamare ben più dei 6 miliardi di esseri umani che la popolano attualmente. Perché mai, allora, 840 milioni di essi soffrono per fame cronica, e altre centinaia di milioni di denutrizione più o meno grave? Nessun giornale, nessun telegiornale italiano si è curato di rispondere a questa domanda dettata dal buon senso, limitandosi a rivolgere agli abitanti dell'Occidente "sazio e disperato" il solito fervorino peloso alla solidarietà verso i popoli del Terzo Mondo.

La verità è molto più complessa e impegnativa: i paesi in cui regnano fame, malattie e povertà sono gli stessi che all'indomani della seconda guerra mondiale combatterono e vinsero sanguinose guerre di "liberazione" dal dominio coloniale delle potenze europee (Inghilterra, Francia, Belgio, Portogallo e Italia) in nome di un preteso «diritto all'autodeterminazione dei popoli», e che, ottenuta l'indipendenza, hanno adottato forme di governo e di organizzazione dell'economia e della società di tipo marxista-leninista e collettivista sorrette dalle forze armate, che hanno represso ferocemente il dissenso interno e scatenato conflitti interminabili con i vicini.

Basti pensare a quanto accaduto nel subcontinente indiano dopo la cacciata degli Inglesi: lotte tra indù e musulmani, separazione fra India e Pakistan (dal quale successivamente si è staccato il Bangladesh), migrazioni forzate e massacri per milioni di innocenti, una rivalità che dura tuttora per il controllo della regione del Kashmir; e sebbene l'India, abbandonati i sogni socialisti di Nehru, sia oggi una democrazia di tipo occidentale e vanti un numero sempre crescente di giovani laureati in informatica e altre discipline scientifiche, la maggior parte di quel miliardo di persone (in particolare la popolazione rurale) vive ancora in condizioni di miseria materiale e spirituale, utilizzando gli apparecchi ecografici per uccidere centinaia di migliaia di bambine con l'aborto selettivo anziché affogandole nei fiumi e mantenendo in piedi antiquate discriminazioni contro i fuori-casta e le minoranze etniche. O ancora si guardi alle guerre fra Etiopia, Eritrea e Somalia, paesi dominati per decenni da tiranni comunisti come Amin, Mengistu e Siad Barre; alle guerre civili in Angola e Mozambico, fomentate dall'Urss di Breznev e da Fidel Castro; ai conflitti tribali in Ruanda e Burundi, a quelli religiosi tra musulmani e cristiani-animisti in Sudan e Nigeria; alla sorte del Vietnam dopo la vergognosa fuga degli americani nel 1975, alle mattanze di Pol Pot in Cambogia (due milioni di abitanti su sei sterminati), al regime "socialista" che ha ridotto in miseria la Birmania...

In tutta l'Africa e l'Asia la decolonizzazione, lungi dal portare benessere e felicità alle nazioni, ha dilapidato quel poco o tanto di infrastrutture tecnologiche, di istruzione e di modernizzazione dei costumi, in una parola di civiltà, che l'uomo bianco vi aveva portato dalla seconda metà dell'Ottocento; e i regimi comunisti di ieri e islamisti di oggi hanno fatto ancor peggio, imponendo forme di coltivazione della terra inefficienti e orientando la produzione industriale verso l'incremento della potenza militare anziché verso il benessere dei propri cittadini-sudditi. In quindici anni le guerre combattute da 23 paesi africani sono costate più di 300 miliardi di dollari in scuole, ospedali e infrastrutture distrutti, per non parlare dei costi sostenuti dai paesi confinanti per dare ospitalità ai profughi; nel solo Sudafrica le violenze scatenate da bande di neri dopo la fine dell'apartheid provocano la perdita di 22 milioni di dollari l'anno per il ridotto ingresso di turisti. Perfino l'Iran, che pure è ricco di petrolio e gas, è costretto a importare gran parte della benzina consumata da automobili e camion obsoleti (e superinquinanti) a causa della politica dissennata condotta dal Ahmadinejad e dalla cricca di ayatollah che lo sostiene, interessata soltanto ad acquisire tecnologie missilistiche e nucleari nella sua folle ossessione di distruggere Israele e di accelerare il Giorno del Giudizio che dovrebbe sancire la beatitudine eterna per i muslim e la dannazione per "infedeli" e "apostati".

Se quindi si vuol trarre una lezione dai discorsi pronunciati in questa giornata, si deve in primo luogo riconoscere la menzogna di quanti (anche in Europa) hanno agitato per decenni la bandiera dell'autodeterminazione dei popoli a scapito dei ben più concreti diritti degli individui alla libertà di religione, di pensiero e di iniziativa economica che hanno determinato la prosperità e il primato materiale e spirituale dell'Occidente su tutte le altre culture della storia; e di qui prendere atto che un autentico riscatto del Terzo Mondo dalla fame e dalla povertà non potrà avvenire senza un previo radicale cambio di regime, con la deposizione di tiranni e dittatori laici e religiosi e l'imposizione di governi rispettosi dei diritti inviolabili di ogni essere umano. Un cambio di regime che soltanto un Occidente consapevole del proprio primato e del connesso dovere di esportare la civiltà è in grado di realizzare utilizzando non solo le arti della diplomazia, ma anche la forza delle armi che spesso è l'unico linguaggio compreso da quei popoli e da quei regimi.

La fame scomparirà dalla faccia della terra, in ultima analisi, solo quando tutti i popoli avranno abdicato ad una sovranità nazionale storicamente apportatrice di lutti e miserie e si saranno uniti in un solo Impero mondiale, senza più discriminazioni di sesso, razza, lingua o religione. A questo traguardo, in ottemperanza al programma tracciato nel Manifesto del 3 aprile 2005, noi dell'Associazione Internazionale "New Atlantis for a World Empire" e del Partito Mondialista lavoriamo, affinché ci siano finalmente pane, libertà e giustizia per tutti.

 

Eye of God

ANNUIT COEPTIS

 

 

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