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L'Inghilterra è sempre stata "altra" dall'Europa

 

 

(27/06/2016) Nelle ultime settimane, sia prima che dopo la vittoria del Leave nel referendum sulla Brexit, fior di intellettualoidi "impegnati" (impegnati soprattutto a sinistra) hanno profuso il loro acume nel tentare di dimostrare ai colti e incliti lettori che l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea sarebbe stata un danno, anzi una autentica catastrofe, assai più per il popolo britannico che per l'eurocrazia di Bruxelles.

Ad esempio sull'ultimo numero di "Micromega", rivista dell'estremismo rosso diretta dall'ateo giustizialista Paolo Flores d'Arcais, ai primi del mese di giugno Marco D'Eramo scriveva che "un europeismo pragmatico [avrebbe dovuto] esultare per una vittoria della Brexit", in quanto "da quando è dentro l'Unione... il Regno Unito non [avrebbe] fatto altro che remare contro ogni possibilità di ridare slancio al 'sogno europeo'", sogno che per l'ex corrispondente dagli Stati Uniti del Manifesto (una garanzia d'imparzialità!) avrebbe bisogno di quella "sovranità popolare europea", predominante sulle sovranità nazionali, da Londra sempre osteggiata a causa del suo esser parte sia della Nato - e quindi, secondo il comunista D'Eramo, "suddito" dell'Impero USA - sia dell'alleanza non solo militare, ma culturale con Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda chiamata Anglosfera.

Dal canto suo, sul Corriere della Sera di ieri l'ex ambasciatore italiano a Mosca Sergio Romano (un'altra mente perversa) parte dalla descrizione dell'Inghilterra fatta da William Shakespeare nel "Riccardo II" - «isola incoronata, terra di maestà, sede di Marte, un altro Eden, un semi-paradiso, una fortezza costruita dalla Natura contro le infezioni della guerra, una felice culla di uomini, un piccolo mondo, una pietra preziosa incastonata in un argenteo mare che le serve da muraglia contro l’invidia di terre meno felici, una zolla benedetta» - per affermare beffardamente che essa sarebbe sempre stata molto meno "insulare" di quanto desideri apparire, essendo stata conquistata nel 1066 dai Normanni che avrebbero imposto il francese come lingua di corte e avendo poi combattuto per cent'anni al fine di conquistare la Francia, per non parlare dei suoi regnanti di origine europea, da Maria la Sanguinaria figlia della spagnola Caterina d'Aragona a Enrichetta Maria di Borbone, sorella di Luigi XIII e sposa di Carlo I Stuart (non del padre Giacomo, come invece scrive l'ignorante Romano; storico fai da te? Ahi ahi ahi ahi ahi!), dall'olandese Guglielmo d'Orange fino alle dinastie tedesche degli Hannover e dei Sassonia-Coburgo poi anglicizzatisi Windsor; e conclude anch'egli atteggiandosi a profeta e figlio di profeta, vaticinando beffardo che "il giorno dell’indipendenza britannica... potrebbe essere il giorno in cui l’Unione europea è libera di proporsi obiettivi più ambiziosi di quelli graditi a Londra. Mentre il Paese che non è mai stato veramente insulare rischia di essere tale in un mondo in cui soltanto gli Stati continentali o le grandi confederazioni possono affrontare le sfide della globalizzazione". Ovvero: poveri inglesi sciocchi, finirete schiacciati tra Stati Uniti d'America, Russia, Cina e Stati Uniti d'Europa...

 

Chi scrive queste plateali sciocchezze evidentemente non ha mai studiato volentieri la Storia. È vero che gli Inglesi per tutto il Medioevo sono stati un popolo di allevatori di pecore, di cui vendevano la lana sui mercati delle Fiandre (per i profani, l'odierno Belgio); ma la scoperta del Nuovo Mondo li spinse a compiere una scelta epocale, come comprese bene quel nazista non privo d'ingegno di nome Carl Schmitt (per approfondire il cui pensiero può forse esser utile la lettura del suo piccolo ma denso saggio del 1942 Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo; per le implicazioni attuali e future della teoresi schmittiana vedi pure il libro Terra e mare. Riflessioni di geopolitica e geo-diritto a partire da Carl Schmitt): posto di fronte all'alternativa fra un'esistenza terrestre e un'esistenza marittima, il popolo inglese "si decise" per il Mare contro la Terra.

"Decidersi per il Mare" significò non soltanto abbandonare la vita da pecorai per divenire corsari che arrembavano i galeoni spagnoli di ritorno dalle Americhe carichi d'oro, no di certo; significò anche abbandonare i sogni di conquiste territoriali sul continente europeo, quelle smanie espansionistiche le quali condussero per secoli francesi e tedeschi a disputarsi Alsazia e Lorena e prussiani, polacchi e svedesi a combattere guerre sanguinose per il possesso della Pomerania - la Pomerania, una landa desolata affacciata sul Baltico in cui non crescono neppure le patate! -.

Soprattutto, "decidersi per il Mare" significò per gli Inglesi diminuire il prestigio e il potere dell'aristocrazia fondiaria a favore della borghesia mercantile che finanziava la costruzione delle navi e pagava gli equipaggi per scambiare i prodotti agricoli e minerari amerindi con stoffe, vasellame e altri oggetti pregiati prodotti in patria; significò dunque evitare la trappola dell'assolutismo in cui caddero le monarchie del Continente, togliendo al re il controllo sugli affari dello Stato per affidarlo a ministri dipendenti dalla fiducia di un Parlamento nel quale i borghesi divennero progressivamente maggioritari; significò di conseguenza, per la borghesia, conquistare prima e poi garantire la libertà di criticare e influenzare le decisioni del governo, la libertà di professare qualsiasi idea su Dio, sull'uomo e sul mondo, anche se sgradita alla maggioranza della popolazione; significò pertanto coltivare e promuovere lo sviluppo della ricerca scientifica sulla Natura e delle sue applicazioni tecnologiche, quella scienza e quella tecnica che i tradizionalisti e i reazionari - a cominciare dai Tedeschi - hanno sempre bollato come "materialiste", "empiriste", "prive di anima", "atee", ma che purtuttavia hanno portato gli Anglosassoni a inventare i vaccini che hanno salvato la vita a milioni di persone, a creare la prima rete ferroviaria, a dare il via alla Rivoluzione Industriale che ha fatto uscire l'Occidente dalla "trappola malthusiana" di una agricoltura di pura sussistenza, ad accrescere la popolazione umana di sette volte in meno di cento anni, a rendere il mondo un posto migliore.

Noi mondialisti sappiamo bene che le cose sono andate così, perché siamo stati noi a determinare, in gran parte, il corso della Storia degli ultimi cinque secoli.

Noi abbiamo incoraggiato il popolo inglese a scegliere la via degli oceani, grazie alle conoscenze nell'arte della navigazione acquisite dai nostri padri Templari al tempo in cui sfruttavano le miniere d'argento dello Yucatan per divenire i primi banchieri d'Europa; noi abbiamo indotto Enrico VIII a revocare il divieto di stanziamento per gli Ebrei che durava dal 1219, permettendo ai mercanti e cambiavalute israeliti di investire il loro denaro nella costruzione di un'imponente flotta di pace e di guerra; noi abbiamo persuaso i Bacone e i Milton a cantare le lodi di una società tollerante e pluralista contro l'asfittico conformismo secentesco, e quando constatammo che l'Inghilterra aveva dato tutto quel che poteva dare alla nostra causa, promuovemmo la colonizzazione del Nordamerica e la nascita degli Stati Uniti, affinché fossero la città sulla collina, l'ostetrico del parto di un'umanità riunita e in pace. E sempre noi, mediante la Massoneria che avevamo creato per affiliare i non cattolici e poi rigenerato mediante il Rito Scozzese Antico e Accettato contro le degenerazioni franco-tedesche, abbiamo guidato la politica estera britannica secondo il principio del balance of power, facendo alleare il Regno Unito ora con i francesi contro gli austriaci, ora con i prussiani contro Napoleone; prima con i russi per sedare la tabe giacobina, poi con Cavour e Garibaldi per creare una media potenza a contraltare dell'impero austro-ungarico, sempre tenendo la barra dritta allo scopo di impedire a qualsiasi Stato europeo di assumere l'egemonia sull'intero continente e da lì, dopo aver conquistato o cooptato Russia e Cina, di imporre su tutta la massa eurasiatica un potere illiberale e totalitario.

Per lo stesso motivo il nostro figlio devoto Winston Churchill si oppose tanto all'espansionismo nazista quanto all'aggressione sovietica; e sempre su nostra ispirazione, dopo di lui, la Gran Bretagna decise dapprima di contrastare l'incipiente Comunità europea - che noi mondialisti sapevamo bene infettata dal virus comunista portato da Altiero Spinelli - contrapponendole nel 1960 un'area di libero scambio con Danimarca, Svezia, Norvegia, Portogallo, Svizzera e Austria (l'Efta, European Free Tade Association, alla quale nel 1970 si unì anche l'Islanda), e in seguito, nel 1972, di associarsi alla CEE per impedire la sua sovietizzazione e poi, dopo il crollo dell'Urss, la sua trasformazione in un superstato antimondialista.

 

Così dunque, l'odierna decisione assunta dalla maggioranza del popolo britannico di uscire dall'Unione Europea non deve sorprendere chi conosca le lezioni della magistra vitae: essa è la logica e naturale conseguenza dell'opposizione, sanamente da noi creata e costantemente alimentata, ma consustanziale all'indole degli Inglesi e alla loro cultura ancora profondamente cristiana, nei confronti di una Vecchia Europa burocratica, statalista, collettivista, pianificatrice, che pretende di controllare tutto, dal colore delle fragole alle valvole dei termosifoni, ma che insieme non controlla affatto, anzi favorisce in tutti i modi e con tutti i mezzi più abietti - dalla strumentalizzazione del Vangelo alla minaccia di tagliare i finanziamenti comunitari - la penetrazione di milioni di profughi-terroristi, l'islamizzazione di ogni Paese membro, quasi fosse ansiosa di suicidarsi trasformandosi in Eurabia, in un'appendice della Ummah.

E non a caso abbiamo scritto che sono in primo luogo gli Inglesi, e non i "britannici" in astratto, a opporsi all'invasione islamica; poiché fin dal Cinquecento fu l'Inghilterra a mostrarsi ricettiva alle nostre spinte liberalizzanti e modernizzatrici, mentre Scozia e Irlanda, per i loro legami con la monarchia francese e la loro struttura sociale terrigna e antiquata, furono sempre ostili al Mondialismo e destinate a esser trascinate dal vento della Storia più che a cavalcarne l'onda; e non per caso la percentuale più alta di filoeuropeisti si è registrata proprio in Scozia e nelle contee nordirlandesi rurali a maggioranza cattolica (oltre che in una Londra ormai asservita agli islamici che ha scelto come sindaco un musulmano ex-avvocato difensore dei terroristi rinchiusi a Guantanamo), mentre l'Inghilterra "profonda", il Galles e Belfast, in maggioranza abitata da discendenti di immigrati inglesi, hanno scelto coraggiosamente il Leave.

Per questo noi mondialisti ringraziamo a gran voce l'Altissimo per aver dato al popolo inglese il coraggio di uscire dal nuovo Egitto, dalla terra della schiavitù, e di intraprendere un cammino di libertà; un nuovo Esodo che sarà aspro e difficile, che farà rimpiangere a molti le "cipolle di Bruxelles", ma che in futuro - un futuro forse non troppo lontano, se il Signore consentirà la felice riuscita del nostro piano per portare Donald Trump alla Casa Bianca e sventare così la triste profezia giuntaci dal futuro - rappresenterà la base per creare quella federazione fra Gran Bretagna, Stati Uniti d'America, Canada, Australia e Nuova Zelanda, quella Anglosfera dalla cui progressiva espansione nascerà il futuro Impero mondiale della Libertà, della Democrazia e dei Diritti dell'Uomo.

  Sigillum Triplex

Advenit Novus Ordo Seclorum

Annuit Coeptis

 

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