benedetto XVi all'onu enuncia ottimi principi,

ma non ne trae le conseguenze

 

(19/4/2008) Il discorso pronunciato ieri da papa Benedetto XVI all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite passerà certamente alla storia per il suo (giusto) richiamo alla «legge naturale iscritta nel cuore dell'uomo e presente nelle diverse culture e civiltà» come fondamento primo dei diritti umani, e per la sua (giustissima) critica nei confronti di alcune recenti applicazioni della scienza contemporanea - in particolare nel campo biologico - che rappresentano «una chiara violazione dell'ordine della creazione». E tuttavia, quando è sceso sul terreno più propriamente politico, l'argomentare di Joseph Ratzinger ha inanellato una serie di contraddizioni fra principi  teorici e conseguenze pratiche che testimoniano come la Chiesa cattolica sia affetta da un grande timore: il timore di apparire troppo mondialista.

Bene ha fatto, ad esempio, il Pontefice a ricordare come «il riconoscimento dell'unità della famiglia umana e l'attenzione per l'innata dignità di ogni uomo e donna trovano oggi una rinnovata accentuazione nel principio della responsabilità di proteggere», per il quale «ogni Stato ha il dovere primario di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani» e che «se gli Stati non sono in grado di garantire simile protezione, la comunità internazionale deve intervenire», come pure ad ammonire che l'azione della comunità internazionale «non deve mai essere interpretata come un'imposizione indesiderata e una limitazione di sovranità», in quanto «è l'indifferenza o la mancanza di intervento che recano danno reale» alle popolazioni. Ma poi, inspiegabilmente, egli limita la portata rivoluzionaria di tale principio affermando che «ciò di cui vi è bisogno è una ricerca più profonda di modi di prevenire e controllare i conflitti, esplorando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione ed incoraggiamento anche ai più flebili segni di dialogo o di desiderio di riconciliazione».

Eppure l'ottimo filosofo Joseph Ratzinger, che in gioventù ha conosciuto nella propria carne la violenza del nazismo, sa bene che limitare l'intervento della comunità internazionale nei confronti degli "stati canaglia" ad uno stucchevole fervorino diplomatico, ad un invito alla moderazione non supportato dalla minaccia di un intervento militare, finisce per togliere a tali interventi ogni credibilità e per indurre nei tiranni la convinzione di poter fare i propri comodi, pagando solo il ridicolo prezzo di subire un biasimo morale che non fa loro né caldo né freddo. È stata la tiepidezza dei suoi rimbrotti a far sì che l'Onu, salutata alla sua nascita come baluardo della pace per i popoli stremati dal totalitarismo nazifascista e dalla seconda guerra mondiale, sia oggi priva di ogni legittimità a porsi come istanza sopraordinata agli Stati e come contraltare all'«unilateralismo» degli Stati Uniti d'America: gli Usa, non l'Onu, hanno liberato il Kuwait invaso da Saddam Hussein; gli Usa, non l'Onu, hanno salvato dal genocidio croati, bosniaci e kossovari; e ancora gli Usa, non l'Onu, hanno preso l'iniziativa di liberare il popolo afghano dalla spietata dittatura talebana e l'Iraq dal regime di Saddam che per decenni aveva gasato milioni di suoi concittadini. Di fronte ad ognuna delle crisi umanitarie che hanno funestato il mondo dopo la caduta del muro di Berlino le Nazioni Unite hanno tenuto proprio quell'«approccio pragmatico, limitato a determinare "un terreno comune", minimale nei contenuti e debole nei suoi effetti» che Benedetto XVI ha duramente stigmatizzato nel suo discorso.

E ancora: giustamente il Papa ha sottolineato che recidere il legame dei diritti umani con la legge naturale - e con l'universalità della persona, che di quei diritti è il soggetto - «significherebbe restringere il loro ambito e cedere ad una concezione relativistica, secondo la quale il significato e l'interpretazione dei diritti potrebbero variare e la loro universalità verrebbe negata in nome di contesti culturali, politici, sociali e persino religiosi differenti». Ma poi, inspiegabilmente, egli sembra non voler riconoscere che, nell'attuale scenario internazionale, gli Stati Uniti d'America sono l'unico paese a sostenere una concezione "assolutistica" dei diritti umani, secondo la quale il loro significato e la loro interpretazione devono essere uguali in ogni contesto culturale, politico, sociale e persino religioso. Del resto la Chiesa cattolica continua ancor oggi ad essere contraria alla missione liberatrice e civilizzatrice che il popolo americano sta svolgendo in Iraq col sacrificio di tanti suoi bravi ragazzi, pur invocando da essi protezione per i cristiani, laici, sacerdoti e religiosi di quella terra contro le stragi fondamentaliste. Eppure l'attuale Papa sa bene, come ha ribadito egli stesso nell'intervista rilasciata durante il viaggio (Sandro Magister, "Benedetto XVI indica l'America come modello per l'Europa"), che gli Stati Uniti d'America sono il solo baluardo dell'universalità della persona umana che ancora resiste all'attacco sferrato dagli stati-canaglia in nome di concezioni comunitaristiche (e quindi, queste sì, relativistiche) le quali pretendono, in nome della superiorità di una razza, di una religione, di un partito o di una classe sociale, di discriminare gli uomini e differenziare i loro diritti a seconda che siano "dentro" o "fuori" al gruppo dominante.

Papa Ratzinger ha poi pienamente ragione quando sostiene che «la promozione dei diritti umani rimane la strategia più efficace per eliminare le disuguaglianze fra Paesi e gruppi sociali, come pure per un aumento della sicurezza»; ma sbaglia clamorosamente quando afferma che «le vittime degli stenti e della disperazione, la cui dignità umana viene violata impunemente, divengono facile preda del richiamo alla violenza e possono diventare in prima persona violatrici della pace», come pure quando richiama l'attenzione su «quei Paesi dell'Africa e di altre parti del mondo che rimangono ai margini di un autentico sviluppo integrale, e sono perciò a rischio di sperimentare solo gli effetti negativi della globalizzazione». In questo modo Benedetto XVI rischia di giustificare involontariamente il terrorismo islamico quale espressione di una sacrosanta rivolta del Terzo Mondo contro la spoliazione delle proprie risorse naturali da parte del solito Occidente "avido e materialista". Eppure il Papa, esperto conoscitore della realtà umana e pastore di una Chiesa che si proclama "esperta in umanità", sa bene che lo stato di miseria materiale e spirituale in cui versano l'Africa e il Medio Oriente, come pure gran parte del'Asia e dell'America Latina, sono la conseguenza della mancanza di libertà e dell'oppressione sociale che caratterizzano quelle comunità chiuse, asfittiche, e che le rendono incapaci di realizzare un miglioramento delle condizioni di vita neppur lontanamente paragonabile a quello conosciuto dall'Occidente. E certamente egli comprende che il motivo per cui milioni di esseri umani cercano ogni anno di fuggire da quelle terre di dolore per venire a vivere in Occidente, e in particolare negli Stati Uniti d'America, sta proprio nel fatto che in Occidente, e in particolare negli Stati Uniti d'America, terra di libertà, essi hanno trovato e trovano quelle condizioni di tutela della dignità e libertà di ogni individuo umano che non sono mai esistite nella Cina prima feudale e poi comunista, nell'Africa lacerata dai conflitti tribali e dall'avanzata del fondamentalismo islamico, nel Sudamerica che si balocca da cent'anni con il sogno di una "liberazione" dagli odiati yankee mentre la gente muore di fame nelle favelas.

Per finire: il Pontefice ha giustamente affermato che il principio della "responsabilità di proteggere" è «una caratteristica che per natura appartiene alla famiglia, dove i membri più forti si prendono cura di quelli più deboli». Era auspicabile che la Chiesa cattolica, per bocca del suo pastore universale, riconoscesse che la messa in pratica di tale principio richiede necessariamente l'assunzione da parte del Paese oggi più libero, democratico e prospero - gli Stati Uniti d'America -, in quanto membro più forte della famiglia umana che deve prendersi cura dei suoi fratelli più deboli e fragili (anche quando tali debolezze e fragilità derivino non dall'accidentalità delle circostanze, ma da un loro cattivo carattere), dell'arduo e nobile compito di legare a sé, con un vincolo più stretto di una semplice alleanza, le altre liberaldemocrazie dell'Occidente,  di costruire un Impero mondiale che assicuri finalmente libertà, giustizia e prosperità per tutti; e che, di conseguenza, essa si schierasse decisamente a favore di tale alta e nobile iniziativa, spronando il popolo americano ad assumersi decisamente e coerentemente tale compito e invitando tutti gli uomini e i popoli del pianeta ad accettare la leadership morale e materiale dell'America quale potenza liberatrice dell'umanità da tutte le guerre, le tirannie e la miseria che l'hanno afflitta dalla sua origine. Ma così non è stato.

In conclusione, la nostra opinione è che nella Chiesa cattolica persista, non solo ai massimi livelli ma anche fra le realtà ecclesiali e laicali "di base", un atteggiamento di superiore indifferenza tra democrazia e tirannide, quasi che i cristiani possano convivere con qualsivoglia regime disposto ad assicurarle libertà di culto; eppure l'opzione per libertà e democrazia, come ammoniva al termine del secondo conflitto mondiale il grande filosofo cattolico Jacques Maritain, discende direttamente dal'essenza dell'annuncio di Cristo.

Forse la Santa Sede teme che la nascita di un Impero mondiale la privi del ruolo attualmente riconosciutole (sia pur implicitamente) di unica istanza sovranazionale in grado di fungere da arbitro nei conflitti tra i popoli; eppure nei Sacri Palazzi conoscono bene la storia, e sanno che la Chiesa e l'umanità non hanno mai avuto nulla da guadagnare nelle epoche travagliate da guerre e violenze, e che i periodi più felici per il genere umano sono stati quelli in cui un impero forte e tollerante ha unificato una pluralità di nazioni in un'area di libero commercio, di prosperità e di pace: così è stato ai tempi di Augusto, di Carlo Magno e della regina Vittoria "imperatrice delle Indie".

Forse la Chiesa teme il sorgere di un nuovo cesaropapismo di stampo bizantino-russo, in cui il successore di Pietro sia ridotto a essere il primo cappellano dell'Impero; eppure Papa Ratzinger sa bene che la storia dell'Occidente è stata caratterizzata non dalla sottomissione dell'altare al trono o viceversa, ma da una feconda collaborazione tra sfera sacra e sfera secolare, e che proprio questa separazione fra le "cose di Cesare" e le "cose di Dio" ha favorito il progresso scientifico, economico e morale e ha dato all'Occidente il primato su tutte le altre culture della terra. Ed egli stesso non ha mancato l'occasione, proprio in questo viaggio, per esaltare gli Stati Uniti d'America come «modello di laicità positiva», in cui la separazione a livello istituzionale fra Stato e Chiesa non deprime, ma esalta lo spirito religioso della società civile (Sandro Magister, "Benedetto XVI esalta l'America, modello di laicità positiva").

Forse alla Chiesa servirà ancora qualche decennio per riflettere sulla cieca violenza che oggi funesta il mondo in nome della pretesa superiorità del Corano o dei vari nazionalismi, per comprendere la necessità e la bontà di un superamento dell'attuale Babele etno-tribalistica e di una riunificazione di tutte le nazioni della terra in un solo Impero mondiale che estenda a tutti gli uomini i benefici già apportati a molte generazioni dall'impero romano, dal Sacro Romano Impero e dal Commonwealth britannico, e per i quali la stessa Chiesa prega ed opera: libertà, prosperità, giustizia e pace. Noi dell'Associazione Internazionale "New Atlantis for a World Empire" e del Partito Mondialista abbiamo molta pazienza. Aspetteremo.

 

ANNUIT COEPTIS

 

 

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