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Diritto d'asilo "universale" e sovranità degli Stati: un ossimoro

 

 

(20/05/2017) Molto scalpore e molte polemiche ha suscitato l'affermazione della dirigente del Partito Democratico italiano Debora Serracchiani secondo cui lo stupro commesso da un immigrato richiedente asilo sarebbe un crimine "più odioso" di quello commesso da un cittadino, in quanto l'immigrato richiedente asilo con ciò tradirebbe il "patto di fiducia e accoglienza" che egli avrebbe stipulato con il popolo che lo ha accolto.

La Serracchiani è stata accusata, dai membri della sua stessa fazione politica, di "sessismo" - in quanto, secondo i suoi accusatori, avrebbe teorizzato una differenza in dignità fra "donne alfa" da tutelare in quanto appartenenti al gruppo (maschile) dominante in un Paese, e "donne beta" immigrate buone per essere stuprate o, al più, adibite a lavori di cura di bambini e anziani, evidentemente considerati umilianti - e di "razzismo" - in quanto avrebbe sostenuto che il diritto di asilo non sarebbe un diritto che spetta a ogni essere umano in quanto umano, ma un diritto che gli "uomini alfa", gli indigeni, potrebbero concedere o negare agli "uomini beta", gli immigrati -.

Ora, lungi da noi il voler difendere un'esponente della Sinistra da livori frutto della propaganda che la stessa Sinistra italiana, europea e occidentale ha seminato a piene mani per anni nelle menti di tanti fanciulli e giovani, divenuti oggi dei "vecchi mal vissuti" naturalmente restii a vedere i propri capi abbandonare l'ideologia in cui essi sono stati allevati come carne da cannone e da cabina elettorale. Se insomma la questione si riducesse a un problema di coerenza fra "teoria" e "prassi" all'interno di un determinato gruppo - sia esso un partito come il Pd, o una chiesa, o uno Stato o il "marxismo internazionale" - noi mondialisti potremmo cavarcela con una scrollata di spalle dicendo alla povera Serracchiani: "Chi semina vento, raccoglie tempesta"...

Si dà il caso, però, che la questione sia molto più complessa e profonda: essa non attiene soltanto a uno scontro generazionale sull'applicazione pratica di una determinata visione del mondo, ma coinvolge l'essenza stessa dell'essere umano, in ogni luogo e in ogni tempo. In altre parole: esiste o no un diritto "universale" a immigrare, cioè a trasferirsi dal territorio in cui si è nati in un altro territorio?

Messa così, la domanda merita una sola risposta, chiara e netta: NO, NON ESISTE UN DIRITTO "UNIVERSALE" A IMMIGRARE. Non esiste, perché dall'alba della Storia il genere umano è stato ed è tuttora diviso in centinaia, migliaia di gruppi - si chiamino essi tribù, clan, nazioni o Stati - ciascuno dei quali ha sempre rivendicato gelosamente, armi in pugno, il diritto di risiedere in modo esclusivo su una porzione determinata della superficie terrestre, grande o piccola che fosse; per conseguenza, ogni gruppo umano, grande come un impero o piccolo come una tribù africana, ha sempre rivendicato, come attributo imprescindibile della propria sovranità su un determinato territorio, il potere di decidere arbitrariamente chi potesse entrare in esso, chi potesse uscire da esso, e chi potesse risiedere in esso.

Persino la Bibbia, il Libro dei libri, ce ne dà testimonianza, quando narra che Abramo, in procinto di rifugiarsi in Egitto per scampare a una carestia, decise di far passare la moglie Sara come sua sorella per non essere ucciso dal Faraone invaghitosi della donna, e quando il Signore, per punire il sovrano lascivo, colpì l'Egitto con una pestilenza, Abramo e sua moglie vennero scacciati dal Paese senza tanti complimenti, in barba a qualunque "diritto umano" derivante dalla fame o dalla carestia; e quando, molti secoli dopo, i figli di Giacobbe cercarono di entrare in Egitto per comprare grano a causa di un'ennesima carestia, il fratello Giuseppe, che aveva fatto fortuna alla corte del Faraone, li accusò di essere spie straniere venute a saggiare la forza del Paese e li fece imprigionare; segno che già a quell'epoca era ben chiaro a tutti come il potere dei governanti di un territorio si esplicasse soprattutto nel vagliare l'opportunità o meno di lasciar entrare nel territorio stesso determinati gruppi o categorie di persone a seconda del loro sesso, della loro etnia o della loro religione, o addirittura di discriminare, all'interno di una categoria, quali specifici individui far entrare e quali no.

Passando poi dalla storia sacra a quella profana, è noto a tutti che gli Stati Uniti d'America, considerati ingenuamente come il Paese "aperto" per eccellenza, abbiano selezionato per decenni gli immigrati che bussavano ai loro confini, rifiutando di far entrare, a seconda delle epoche e dei governi al potere, a volte i cattolici, a volte i cinesi, a volte gli slavi, a volte gli ebrei (perfino quando essi erano in pericolo di vita, a causa delle persecuzioni naziste), e molto spesso i troppo poveri, i malati, chiunque ritenessero "indesiderato" in un certo momento storico.

Noi possiamo anche giudicare moralmente ingiusto tutto ciò; ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che questo nostro giudizio negativo sarebbe basato su una morale "individualistica", su una morale dell'uomo "cittadino del mondo", che non è la morale su cui si basa la divisone del genere umano in centinaia, migliaia di tribù, clan, nazioni e Stati, la quale è invece la morale dell'uomo "politico", dell'uomo cittadino di questo o quell'altro Stato, nazione, clan o tribù. Dell'uomo che pertanto, ha di fatto dei diritti se nasce e vive in un determinato territorio, e non li ha se nasce e vive in un altro territorio; dell'uomo che nel proprio territorio può permettersi di fare cose che non può fare in un altro territorio, come ad es. picchiare e sfregiare con l'acido la propria moglie se si è un uomo che vive in un Paese musulmano, oppure girare per strada senza il burqa se si è una donna che vive in un Paese occidentale.

Nei giorni scorsi un giudice italiano, nel confermare la condanna ad un immigrato sikh che voleva portare in pubblico un coltello giustificandosi con gli obblighi della sua religione (e non era un gingillo innocuo, ma un coltellone con una lama di 18 centimetri), ha sentenziato che gli immigrati hanno il dovere di conformare la propria condotta ai valori del Paese che li accoglie, e quel giudice ha semplicemente detto un'ovvietà. Se non lo comprendete, provate ad andare in giro mano nella mano con vostra moglie per le strade di Teheran, o a indossare una felpa o un berretto con la bandiera a stelle e strisce in una piazza di Islamabad o anche solo del Cairo: come minimo sareste sbattuti in galera per alcuni giorni, multati pesantemente ed espulsi a forza, altrimenti potreste anche essere uccisi da una folla inferocita senza che la polizia muova un dito per salvarvi.

In conclusione, fin quando il genere umano sarà diviso in tanti gruppi, grandi, piccoli e piccolissimi, ma ciascuno ferocemente geloso della propria specificità, della propria diversità (sia essa fondata sul sesso, sulla razza o sulla religione), sarà purtroppo inevitabile che i governanti di ciascun gruppo, di ciascuno Stato, decidano a proprio arbitrio quali "stranieri" lasciar entrare nei propri confini, per quanto tempo e a quali condizioni, e quali invece lasciare fuori nonostante fuggano da guerre, dittature, malattie o povertà. L'unico modo per rendere il diritto di immigrare un diritto "umano", un diritto "universale", è abbattere tutti i vetusti Stati etno-nazionali, tutte le nazioni, i clan e le tribù in cui è diviso il genere umano; è cancellare ogni discriminazione fra gli esseri umani fondata sul sesso, sulla razza o sulla religione; è unire tutto il genere umano in un solo Stato o Impero mondiale, federale e liberaldemocratico, che assicuri pace, prosperità, libertà e giustizia per tutti.

Questo è il Grande Progetto che noi mondialisti perseguiamo da settecentodieci anni, da quando i nostri padri Templari furono messi al bando da un'empia alleanza fra un re avido e un papa debole: abbattere i falsi idoli delle sovranità nazionali, idoli fatti di fede e di lingua, di sangue e di suolo, e costruire uno Stato rispettoso di tutti gli individui umani, di tutte le religioni, usanze e opinioni che accettino a loro volta di rispettare le religioni, le usanze e le opinioni altrui. Uno Stato che abbracci tutta la Terra, nel quale ogni uomo e donna possa decidere liberamente dove vivere senza timore di subire persecuzioni; uno Stato globale per individui globali.

 

Sigillum Triplex

Advenit Novus Ordo Seclorum

Annuit Coeptis

 

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