da un piccolo seme nascerà l'impero mondiale

 

 

(17/6/2012)  Oggi, in tutte le chiese del mondo, il popolo cristiano ha udito le due parabole (analogie, somiglianze) pronunciate da Gesù Cristo sul Regno di Dio che Egli veniva a portare sulla terra:

1) «Il Regno di Dio è simile a un chicco di senape: esso è il seme più piccolo di tutti, ma quando viene seminato cresce e diventa l'albero più grande del giardino, e tutti gli uccelli del cielo vengono a rifugiarsi tra i suoi rami»;

2) «Il Regno di Dio è simile a un uomo che getta il seme nella terra e se ne va. Notte e giorno, dorma o vegli, il seme cresce e fa frutto; come, egli stesso non lo sa. Prima nasce lo stelo, poi la spiga, infine il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è maturo, subito mette mano alla falce, perché viene il tempo della mietitura».

Ebbene, noi mondialisti vogliamo oggi richiamare la vostra attenzione su questo brano del Vangelo perché esso parla, sì, del Regno di Dio che «non è da questo mondo», ma parla anche dell'Impero mondiale che noi stiamo costruendo ogni giorno, con il sacrificio dei nostri beni e delle nostre vite.

In primo luogo, come il Regno di Dio, anche l'Impero mondiale non è una realtà calata dall'alto all'improvviso, già fatta e finita. Come il regno di Dio, anche l'Impero mondiale nasce da un piccolo seme, da un qualcosa che agli occhi superficiali degli stolti appare debole, insignificante, facile da schiacciare. Non era forse così la Chiesa di Cristo duemila anni fa di fronte alla strabordante potenza dell'impero di Roma con le sue legioni, di fronte ai farisei e dottori della Legge di Mosè che deridevano i Dodici (dodici, non dodicimila o dodici milioni!) considerandoli eretici ignoranti? Eppure quel "piccolo resto" di pescatori ignoranti, esattori pentiti e pie donne prive persino del diritto di rendere una testimonianza legale ha dato vita a un popolo di più di un miliardo di credenti, ha rivoluzionato il modo in cui l'Occidente pensa a Dio, all'uomo, alla donna, ai bambini - «Lasciate che i piccoli vengano a me, perché di essi è il regno dei Cieli», mentre fino ad allora, in Grecia e a Roma, essi venivano abortiti, abbandonati, sfruttati economicamente e sessualmente; e ancora oggi ciò avviene nell'Africa tribale, nell'India delle caste e nell'Islam dei mullah pedofili -, alla natura (chi ha costruito i primi ospedali e le prime università, chi ha dato vita a quel progresso scientifico e tecnologico che ha fatto dell'Occidente la più grande civiltà della Storia? Sempre loro, i cristiani), alla politica («Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio»), alla religione, al futuro... Ebbene, anche il Mondialismo oggi può apparire una realtà debole e insignificante, un'utopia da esaltati: che cosa saranno mai, dicono alcuni, un sito Internet semisconosciuto e una pagina Facebook con solo un migliaio di "mi piace"? Eppure, come il Cristianesimo, anche il Mondialismo, che del Cristianesimo e dei suoi princìpi fondamentali - la razionalità del mondo, creato da un Dio che è Logos; la distinzione tra le "cose di Dio" e le "cose di Cesare", tra la sfera sacrale e la sfera secolare; l'uguaglianza di tutti gli individui umani, uomini e donne, feti, bambini, adulti e anziani, di ogni etnia, classe, ceto e religione, in quanto tutti creati da un unico Dio e tutti dotati dal loro Creatore degli stessi diritti immortali e inalienabili alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità - costituisce la logica traduzione sul piano della politica sia "interna" che "globale", è destinato a produrre un grande frutto: l'unificazione di tutto il genere umano in un solo Impero mondiale che abbatterà tiranni e dittatori laici e teocratici e assicurerà pace, prosperità, libertà e giustizia per tutti.

Come il Cristianesimo duemila anni fa appariva "scandalo" ai pagani e "stoltezza" agli Ebrei, anche il Mondialismo oggi appare "scandalo" ai nazionalisti, agli adoratori delle piccole patrie che fanno la danza della morte attorno ai totem degli Stati-nazione, e appare "stoltezza" ai no-global anarchici, a quanti vorrebbero un'umanità trasformata in una melassa indistinta senza governo e senza leggi. Come il Cristianesimo duemila anni fa era accusato dai pagani di voler abbattere la fede nei vecchi déi, di voler scalzare le fondamenta dello Stato e fomentare la disobbedienza civile, così oggi il Mondialismo è accusato di voler abbattere la fede negli idoli falsi e bugiardi delle appartenenze etniche, nel sangue e nel suolo, e con essi di voler erodere le fondamenta degli Stati democratici e instaurare un regime dittatoriale mondiale, come se la democrazia implicasse necessariamente una distinzione fra cittadini e stranieri, fra chi è "dentro" e chi "fuori" dei confini di una qualsiasi etnia...  Credere che il Mondialismo sia una moda elitaria e passeggera destinata a spegnersi presto sarebbe sciocco, come si è rivelato sciocco da parte di pagani ed Ebrei pensare che il Cristianesimo fosse una piccola setta destinata a spegnersi in qualche villaggio della Galilea o nei suburbi di qualche città greco-romana.

Infine, il Vangelo di oggi ci mostra che l'esito finale di una idea, di un progetto, non dipende dall'impegno più o meno fervido di chi li porta avanti, e neppure dalla loro "coerenza" o "incoerenza" fra teoria e pratica, fra gli ideali e la loro applicazione: l'esito finale di una idea, di un progetto dipende esclusivamente dalla sua bontà intrinseca, dalla sua fedeltà alla natura umana così come è stata creata e voluta da Dio. Il Cristianesimo, in questi duemila anni, si è sviluppato e ha prodotto grandi frutti a prescindere dall'impegno personale dei singoli cristiani, a prescindere dalla loro fedeltà o infedeltà alla Parola del Signore Gesù Cristo, a prescindere anche dal buono o cattivo esempio di preti, vescovi e degli stessi Pontefici, perché esso era ed è la sola religione conforme alla natura dell'uomo, alla sua vocazione di dominare il mondo senza farsi atterrire dalle superstizioni, di costruire una società in cui non ci sia «né Giudeo né Greco, né maschio né femmina, né schiavo né libero, perché tutti sono uno in Cristo». Allo stesso modo il Mondialismo è destinato a crescere e a produrre il suo frutto supremo, l'Impero mondiale, a prescindere dall'impegno che i suoi singoli adepti e simpatizzanti metteranno nel diffondere la conoscenza e l'accettazione della causa, perché esso costituisce la risposta alla più profonda aspirazione di ogni individuo umano: vivere in una società aperta, senza barriere, in uno Stato universale per individui universali.

Oggi il Mondialismo appare piccolo, ma la sua è la piccolezza del seme, perché oggi è il tempo della semina; quando verrà il tempo della mietitura, il tempo in cui l'Impero mondiale sarà realizzato in tutta la sua grandezza, i posteri si volgeranno indietro e si meraviglieranno constatando da quale piccolo seme quel grande albero sarà germogliato, proprio come oggi i cristiani, volgendosi indietro a contemplare la storia degli ultimi duemila anni, si meravigliano di quante volte la loro religione sia stata sul punto di scomparire, ed è invece sopravvissuta e si è fortificata. Come, neppure essi sanno dirlo; così sarà anche per l'Impero mondiale.

annuit coeptis

 

 

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