da kiev a bishkek, il gioco sporco di putin

 

 

(9/4/2010) Quanto avvenuto negli ultimi tre giorni nella piccola e povera repubblica centroasiatica del Kirghizistan dimostra senza ombra di dubbio, a chi guardi la scena del mondo senza paraocchi ideologici, che la Russia di Vladimir Putin, primo ministro per legge e dominus di fatto, ha deciso di giocare nel modo più "sporco" e cinico possibile la sua partita contro gli Stati Uniti d'America avente ad oggetto l'egemonia sull'Eurasia.

Il 7 aprile la popolazione del Nord del Kirghizistan si è sollevata contro il governo del presidente Kurmanbek Bakiev, che era salito al potere nel 2005, con il sostegno del Sud del paese, dopo che la "rivoluzione dei tulipani" aveva spazzato via il regime corrotto e nepotistico del comunista Askar Akayev, ed era stato per due volte legittimato da libere elezioni. Bakiev è stato costretto a lasciare la capitale Bishkek e a trovare rifugio nel Sud del Kirghizistan a lui ancora fedele, da dove sta guidando la resistenza, mentre i suoi oppositori hanno nominato primo ministro «provvisorio»  la socialdemocratica Roza Otunbayeva, ex professoressa di marxismo ed ex dirigente del Pcus locale, la quale ha subito ottenuto da Putin un riconoscimento esplicito e la promessa di aiuti economici, insieme a un contingente di 150 paracadutisti mandati a "proteggere" la base militare russa di Kant e alla richiesta di chiudere la base americana di Manas, distante una decina di chilometri dall'altra, importantissimo snodo di passaggio per le truppe statunitensi dirette in Afghanistan. All'origine della rivolta ci sono da un lato le rivalità fra le tribù kirghise del Sud, fedeli a Bakiev, e quelle del Nord a lui avverse, dall'altro, e soprattutto, l'aumento del prezzo della benzina causato dalla decisione di Mosca di alzare i dazi sull'esportazione di prodotti petroliferi nel Kirghizistan, che dipende interamente dalla Russia per il proprio approvvigionamento energetico.

Ognuno può vedere come si stia ripetendo in quel paese il medesimo copione andato in scena negli ultimi anni in Ucraina. Anche lì un regime comunista e filosovietico, quello di Viktor Yanukovich, era stato rovesciato nel 2004 da una "rivoluzione arancione" che aveva mandato al governo il democratico e filo-occidentale Viktor Yushchenko, il quale, dopo esser scampato miracolosamente a un avvelenamento a base di diossina in stile Kgb che gli ha sfigurato il volto, aveva avviato proficui negoziati per l'ingresso del suo paese nella Nato; anche allora Putin aveva gridato inviperito al complotto, accusando non meglio precisate "fondazioni ed organizzazioni non governative americane" di aver finanziato la rivolta del popolo ucraino e l'ascesa di Yushchenko, come pure quella di Bakiev in Kirghizistan l'anno seguente; anche contro l'Ucraina Mosca ha usato la carta del ricatto energetico, aumentando anno dopo anno il prezzo del gas metano venduto a quel paese dal monopolista statale Gazprom controllato dai fedelissimi di Putin; e anche l'Ucraina, stremata da un lungo inverno trascorso al gelo, ha riconsegnato alle elezioni dello sorso febbraio il potere al filorusso Yanukovich.

La strategia del Cremlino appare dunque chiarissima: stabilire il monopolio energetico della Russia su tutto il continente eurasiatico, allo scopo di assoggettarlo e di estrometterne gli Stati Uniti d'America. In quest'ottica si spiegano sia le pressioni di Mosca sull'Unione Europea affinché blocchi ogni finanziamento al progetto Nabucco (il gasdotto che nelle intenzioni di Washington dovrebbe portare metano dall'Asia Centrale all'Europa attraverso Georgia e Turchia) e acceleri piuttosto la costruzione del South Stream, la condotta che dovrebbe passare in territorio russo, sia i legami sempre più stretti fra la Russia e l'Iran (con Mosca che fornisce a Teheran benzina, sistemi missilistici e tecnologie nucleari in cambio di petrolio greggio), sia l'alleanza trilaterale fra Mosca, l'Iran e la Cina comunista, in cui Teheran con i missili e la Bomba made in Russia costituirebbe il braccio armato di  Putin in Eurasia e Pechino, in cambio di rifornimenti petroliferi, userebbe il suo potere di veto all'Onu per bloccare qualsiasi iniziativa americana volta a impedire agli ayatollah di eseguire il loro folle piano di distruggere Israele.

Per tutti questi motivi è necessario ed urgente che gli Stati Uniti d'America recuperino e riaffermino con forza la loro leadership sul mondo libero d'Occidente, guidino una coalizione di paesi democratici contro l'Iran teocratico e pedofilo per abbattere il sanguinario regime degli ayatollah e liberare il popolo persiano dalla sua dura schiavitù, e successivamente sostengano con denaro e con le armi il passaggio delle repubbliche ex-sovietiche dell'Asia Centrale dalla sudditanza a Mosca al consesso dei popoli liberi e democratici, al fine di stringere un anello intorno alla Russia, provocare il crollo di Putin, e infine circondare la Cina comunista e la Corea del Nord da Oriente (con il Giappone e la Corea del Sud) e da Occidente (con la Russia e gli "Stan" democratizzati) così da ottenere il passaggio di quel grande paese alla democrazia liberale e al rispetto dei diritti umani, e privare del loro appoggio i dittatorelli birmani, africani e sudamericani; a quel punto sarebbe stato abbattuto ogni ostacolo alla creazione dell'Impero mondiale che costituisce il progetto di noi mondialisti, uno Stato universale in cui siano rispettati i diritti inviolabili di ogni individuo umano.

Purtroppo gli Stati Uniti d'America sono oggi un gigante addormentato e indebolito dagli incantesimi retorici e dai sorrisi del dialogante e mellifluo Barack Hussein Obama; per questo la sua rimozione dalla Casa Bianca costituisce per l'Associazione Internazionale "New Atlantis for a World Empire" e per il Partito Mondialista, suo ramo esecutivo, una priorità assoluta.

Il prossimo 5 novembre si svolgeranno le elezioni di "medio termine", con le quali si rinnoveranno la Camera dei Rappresentanti, un terzo del Senato e moltissimi governatori americani; se il popolo degli Stati Uniti d'America manderà a Obama un chiarissimo messaggio, "VATTENE!", allora si comincerà a vedere una luce in fondo al tunnel oscuro nel quale l'umanità attualmente si trova. Noi lavoreremo per questo obiettivo.

 

annuit coeptis

 

 

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