SENZA IMPERO NON C'È CHIESA

 

(14/01/2007) «È necessario che avvengano scandali», dice il Vangelo; e certamente il clamore suscitato dalla nomina ad arcivescovo di Varsavia e primate di Polonia – la Polonia di Karol Wojtyla, strenuo oppositore del comunismo! – di quello Stanislaw Wielgus che i documenti strappati agli archivi dei servizi segreti e consegnati all’opera di divulgazione dell’Istituto Nazionale per la Memoria indicavano come informatore del regime, dalle sue menzognere negazioni iniziali, dalla sua successiva confessione e dalle finali dimissioni su pressione del Vaticano, una funzione positiva e altamente meritoria per la vita della Chiesa l’avrà. Non solo come “conferma, di certo paradossale, di quanto la sua storia sia fino in fondo, nel bene e nel male, la storia di questo Continente”, l’Europa, oppresso per sessanta anni dalla più sanguinaria e pervasiva forma di totalitarismo mai conosciuta dall’umanità, secondo le parole dell’articolo di Ernesto Galli Della Loggia pubblicato oggi dal Corriere della Sera. E neppure perché ci mette in guardia nel caso, fra dieci o vent’anni, scoprissimo che c’erano sacerdoti-missionari francesi e vescovi palestinesi a libro paga di Saddam Hussein o di Yasser Arafat (ogni riferimento ai nomi di Jean-Marie Benjamin e Michel Sabbah è puramente intenzionale). Ma soprattutto per aver ricordato ai cristiani, e soprattutto a certi uomini di Curia, che essa non può pretendere di adagiarsi in una beata autarchia, di essere l’unica istituzione universale necessaria e sufficiente in un mondo lacerato tra più di 150 Stati e staterelli; che al di là della Chiesa, e perfino prima di essa, c’è l’Impero.

Quando la Chiesa teneva in pregio ragione e filosofia, quando si faceva la fila per assistere a una lezione di Tommaso d’Aquino, nei sacri palazzi tutti conoscevano a memoria la massima formulata nel V secolo da papa Gelasio sulle «due autorità create da Dio per il governo degli uomini in questo mondo: quella sacra dei Pontefici per la salvezza delle anime, e quella regale degli Imperatori per una vita pacifica e sicura in questo mondo», e tutti ne comprendevano il significato profondo: come cioè non fosse neppur concepibile un’opera di evangelizzazione e di elevazione spirituale della società a prescindere dall’esistenza di quell’entità politica multietnica e soprannazionale – l’Impero – che sola era in grado di amministrare le cose di Cesare (la moneta e la spada) per assicurare le condizioni indispensabili alla pace.

Senza legioni per sedare tumulti nelle città, senza pattuglie a sorvegliare le strade e a proteggere le carovane dai briganti, senza eserciti per respingere gli invasori, senza uno standard di sicurezza comune che sollevasse gli uomini dalla difesa personale della vita e dei beni, in una parola del corpo, come avrebbe potuto la Chiesa svolgere il suo ministero per la salvezza delle anime? Per questo già durante le persecuzioni i cristiani pregavano per la buona salute degli imperatori, affinché avessero dalla loro parte un Senato fedele, un popolo ubbidiente e un esercito vittorioso; per questo anche nel 1500, in piena Riforma protestante, quando gli eretici anabattisti conquistarono la città tedesca di Münster costringendo gli abitanti, sotto pena di morte, a compiere cose riprovevoli come l’accoppiarsi con le proprie figlie al modo degli antichi patriarchi ebrei, soltanto l’intervento dell’esercito imperiale fece sì che quei fanatici venissero sconfitti e il vescovo-conte di Münster potesse riprendere possesso del suo feudo.

Solo quando l’aquila del potere abbandonò la reggia di Aquisgrana e, sorvolate senza sostarvi le pianure galliche, si posò dapprima sul Big Ben e, un secolo dopo, sulla Casa Bianca, l’eurocentrismo della Chiesa di Roma condusse i pontefici ad arroccarsi in una ambigua neutralità che, mentre riconosceva formalmente uguale dignità ad ogni Stato grande o piccolissimo e ad ogni sovrano l’immunità da ogni interferenza esterna, nella sostanza li ricompensava con gli interessi innalzandoli quali reggitori dell’unica realtà multinazionale rimasta sulla terra. Tanto profonda era la cecità della Chiesa nel disconoscere la nuova incarnazione dell’Impero da indurre Pio IX nel 1863, con la guerra civile americana all’apice dell’incertezza, ad assecondare le correnti più retrive dell’episcopato cattolico statunitense – per le quali gli schiavi erano impreparati alla libertà e l’Atto di emancipazione del presidente Lincoln un “atroce proclama” – e a prendere partito per gli schiavisti del Sud, indirizzando una missiva “all’illustre e onorabile Jefferson Davis” e riconoscendolo quale “presidente degli Stati confederati d’America”, col risultato di coprirsi d’infamia presso l’opinione pubblica mondiale e di consegnare per due secoli ai protestanti la bandiera del progresso e della difesa dei diritti umani.

Doveva la Storia, maestra di vita, mettere un altro Pio, il dodicesimo, di fronte ai genocidi nazifascisti per costringerlo ad abbandonare il gelido indifferentismo dei suoi predecessori e a proclamare, nel radiomessaggio di Natale del 1942, la sintonia fra la Chiesa e le democrazie liberali guidate dagli Stati Uniti d’America; così come quarant’anni dopo fu il terrore rosso che opprimeva la sua amata Polonia a spingere Giovanni Paolo II ad allearsi con un altro presidente americano, Ronald Reagan, per stringere il regime sovietico nella doppia tenaglia di una opposizione spirituale e di una controffensiva economico-politico-militare che doveva condurre quel colosso dai piedi d’argilla alla sua fine miserevole nel glorioso 1989.

Nell’attuale frangente storico, con l’Occidente minacciato dall’esterno dall’«asse del male» islamo-russo-cinese e dall’interno dal fascio dei movimenti neocomunisti, comunitaristi, tradizionalisti e antiglobalisti, se la Chiesa non vuole rinchiudersi in un vuoto fideismo dimentico del mondo e della sorte degli uomini; se essa non vuole ridursi ad ossequiare i dittatori in cambio del piatto di lenticchie di una libertas confinata nelle sacrestie; se essa vuole preservare quel patrimonio di valori nato dalle tre fonti della filosofia greca, del diritto romano e della fede ebraico-cristiana che ha fatto dell’Occidente la prima e più grande civiltà della terra, la Chiesa ha di fronte a sé una sola scelta: stringere una nuova alleanza con gli Stati Uniti d’America, terra di libertà, e con i suoi alleati nel mondo – a cominciare dal popolo d’Israele, avamposto della democrazia in un Medio Oriente soggiogato e sedotto da tiranni e demagoghi – per combattere, divisi nei ruoli ma uniti nello scopo, la buona battaglia per la creazione di un nuovo Impero mondiale che abbatta finalmente ogni divisione di etnia, sesso, classe o religione fra gli uomini e assicuri pace, libertà e giustizia per tutti. Nella fedeltà al mandato del suo Signore, per il quale (come ricorda l’apostolo Paolo) «non c’è più né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina; perché tutti sono uno»; un messaggio, proprio in quanto cristiano, pienamente mondialista, e viceversa.

 

ANNUIT COEPTIS

 

 

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