LA CHIESA HA TRADITO GESÙ CRISTO? NO,

MA ALCUNI CATTOLICI...

 

(25/8/2006) I venditori di ciambelle di salvataggio stanno facendo affari d’oro. La pubblicazione sul “Giornale” del 23 agosto di un editoriale intitolato "La nostra civiltà destinata alla morte", nel quale la sociologa Ida Magli accusa la Chiesa di aver «tradito Gesù Cristo» per allearsi con l’Islam, ha sollevato uno tsunami di risposte polemiche da parte del mondo cattolico italiano, a riprova di come questo paese sia divenuto, dalla caduta del Muro della vergogna di Berlino, la frontiera avanzata in Europa della lotta tra mondialismo e antimondialismo. La nostra casella postale è stata sommersa da messaggi di religiosi e laici il cui comun denominatore si può così riassumere: la Chiesa non è un’autorità politica ma spirituale, non ha né può arrogarsi il compito di disarmare i contendenti, la sua missione è (secondo un’opinione diffusa) «annunciare la civiltà dell’amore che è al di sopra della legge, al di sopra di ogni ragione o torto». Noi dell’Associazione Internazionale “New Atlantis for a World Empire” siamo stati inoltre, e abbondantemente, accusati di ateismo, anticlericalismo, odio verso la Chiesa e laicismo (oltre che, come al solito, di razzismo, imperialismo, servilismo all’America, a Bush, alla Nike o alla Coca-cola; ma a questo siamo abituati...). Riteniamo pertanto opportuno utilizzare questo spazio per una messa a punto concettuale.

In primo luogo, ogni associazione umana ha una sua “bussola”, un insieme di princìpi e valori che ne determinano la posizione rispetto al resto dell’umanità, ne orientano l’agire e fungono da termine di verifica circa la “fedeltà” o “infedeltà” del gruppo al proprio spirito costitutivo. In questo senso la Chiesa ha come bussola Gesù Cristo, le sue parole e azioni così come tramandate dagli apostoli e dai loro successori. La nostra bussola è il Manifesto del Partito Mondialista, redatto a conclusione del Convegno di Roma del 3 aprile 2005, ed esso afferma con la massima chiarezza che nessuna società aperta, complessa e differenziata al suo interno può esistere senza un consenso di fondo su principi e valori strutturanti la convivenza; che tali principi e valori sono propri di tutti gli uomini come individui, ma solo il Cristianesimo come religione organizzata li ha fatti emergere alla luce della consapevolezza e innalzati a pilastri angolari di una civiltà universale; che perciò il mondialista non sarà mai un ateo ignorante, un libertino senza cervello, un maiale sazio e annoiato. Ribadiamo inoltre quanto già affermato nel Manifesto e nelle precedenti news, che cioè noi consideriamo il Cristianesimo (e l’Ebraismo da cui discende) padre e mallevadore del mondialismo per aver contribuito alla desacralizzazione della natura, liberando gli uomini dal timor pànico verso di essa e aprendola alla loro inventività sotto la garanzia delle leggi eterne di un Dio fedele, e per aver rovesciato il rapporto pagano fra individuo e comunità di appartenenza, proclamando il valore infinito della persona umana ritta davanti a Dio e l’uguaglianza di tutti gli uomini al di là di ogni distinzione di razza, religione o di qualsivoglia confine o “recinto” dentro o fuori dei quali le diverse culture hanno preteso di chiuderli. Questo primo punto sia dunque pacifico: noi non siamo né atei, né irreligiosi, né anticlericali o laicisti o materialisti.

Fatta questa doverosa premessa, riteniamo che la fonte delle divergenze fra la nostra interpretazione (o quella della Magli, a parte le differenze stilistiche) e quella dei nostri detrattori in merito alla posizione della Santa Sede nei rapporti con Israele e con il mondo islamico consista soprattutto nel fatto che dalle due sponde della polemica si utilizzi la stessa parola per indicare “cose” diverse e al limite opposte. Detto in altri termini, se il problema è la fedeltà o meno della Chiesa a Gesù Cristo bisogna chiedersi preliminarmente: cos’è Gesù Cristo per i cattolici italiani,  cos’è per la Magli, cos’è per noi?

Come hanno fatto notare Gaspare Barbiellini Amidei ("Brescia, la carità illegale", Corriere della Sera 22/8/2006) e Gianni Baget Bozzo ("La carità sbagliata", Il Giornale 24/8/2006) a commento del barbaro assassinio di Hina Saleem (ragazza pakistana sgozzata dai maschi della sua famiglia per aver scelto di vivere all’occidentale), molti cattolici italiani hanno una concezione della carità cristiana del tutto avulsa da qualsiasi riferimento alle leggi, civili e penali, del paese in cui essa dovrebbe esplicarsi. In realtà si tratta di un atteggiamento diffuso in gran parte del Vecchio Continente, se si ricorda la durissima opposizione condotta anni or sono da alcuni prelati della Chiesa di Francia contro la decisione governativa di espulsione nei confronti di migliaia di immigrati irregolari (i cosiddetti sans-papiers), fino alla decisione di ospitare i clandestini nelle chiese. È una concezione che discende dalla riduzione romanticistica del Cristianesimo a “religione dell’amore” ad opera di autori come Dostoevskij (il principe Myskin de “L’idiota” e il mite Alioscia dei “Fratelli Karamazov” come modelli del buon cristiano) che hanno tentato di eliminare ogni riferimento dottrinale, ogni accenno al modello di uomo e di società che per 1.800 anni è stato distillato dai Libri sacri. Tutto il lavoro di generazioni di teologi e filosofi sulla distinzione tra sfera religiosa e sfera secolare, sui giusti doveri del cristiano nei confronti dell’autorità statale e sui connessi obblighi di questa verso il popolo, sulla distinzione fra guerra giusta e ingiusta, sulla liceità del tirannicidio, che pure aveva animato la meritoria opposizione alla barbarie nazifascista e al totalitarismo comunista, è stato buttato a mare in nome di un malinteso pacifismo che bolla ogni atto di forza come “violenza” e che ritiene possibile opporsi al Male con una testimonianza disarmata, dimenticando che se la difesa di se stessi può essere una facoltà rinunciabile, la difesa dei propri simili è un obbligo morale e giuridico cui non ci si può sottrarre.

Non c’è da meravigliarsi, dunque, se chi ritiene che la carità/solidarietà verso gli “ultimi della terra” possa esercitarsi in spregio alla legalità, fino alla copertura e all’agevolazione di quanti commettono reati atroci, di fronte all’aggressione del terrorismo fondamentalista finanziato dagli Stati-canaglia nei confronti del popolo di Israele e di tutto l’Occidente si sente “obbligato” ad accoppiare ad una generica condanna degli attentati suicidi, una ben più emotiva reprimenda nei confronti delle rappresaglie israeliane, e a cercare di giustificare il fanatismo islamico quale espressione di una “rabbia dei poveri” verso i ricchi del pianeta (dimenticando che la maggioranza dei kamikaze sono ricchi o almeno benestanti, come del resto i rivoluzionari comunisti erano figli viziati della borghesia). È come se molti settori della Chiesa cattolica stessero mettendo in atto uno “sganciamento” del Cristianesimo dalla civiltà occidentale, nell’attesa – o forse, per alcuni, nell’auspicio – di una più o meno lontana distruzione di questa da parte dei “nuovi barbari” e di una nuova “inculturazione” di quello in popoli considerati immuni dalla corruzione del Primo Mondo. Chi pensa così non si avvede che quanto passa sotto l’espressione “civiltà occidentale” è il prodotto di quei principi di laicità, primato dell’individuo-persona, uguaglianza e libertà che discendono direttamente dall’insegnamento del Cristo e che non sono stati “inculturati” nel paganesimo, ma hanno completamente sostituito gli anti-valori pagani (primato della comunità sull’individuo, indiscutibilità del potere politico, tradizionalismo, etnicismo discriminante) costruendo letteralmente dal nulla una cultura a propria immagine e somiglianza. Al confronto l’Islam con la sua poligamia, con l’inferiorità della donna rispetto all’uomo e degli “infedeli” rispetto ai muslims, i sottomessi ad Allah e Maometto, è rimasto fermo ad un modello di vita vecchio di tremila anni che vede, giustamente, nel Cristianesimo la radice di tutto ciò che odia, libertà, uguaglianza, autorità come servizio e non come potere, democrazia; pensare che un simile compatto schema di credenze preistoriche possa accogliere l’annuncio del Vangelo, o anche solo tollerarne la presenza accanto a sé, è peccare di criminale ingenuità.

La risposta che va data alla domanda del titolo, «la Chiesa ha tradito Gesù Cristo?» è dunque: No, se con il termine "Chiesa" si intende il vertice della gerarchia cattolica mondiale, il successore di Pietro – e in particolare l’attuale Pontefice, quel Joseph Ratzinger che nel saggio “Senza radici”, ricordando con Marcello Pera il contributo congiunto della filosofia greca, della giurisprudenza romana e della fede ebraico-cristiana all’edificazione dell’Occidente, ha tessuto il più bell’elogio della società statunitense, insieme profondamente religiosa e autenticamente laica; , se si guarda alle parole e ai comportamenti di leaders di movimenti e associazioni, e anche di taluni vescovi “progressisti”, i quali tendono a dissociare la figura storica di Gesù Cristo dalla sua dottrina e dalla civiltà cui essa ha dato vita per farne il profeta di un pacifismo disincarnato e astorico. Non è un caso che a questo atteggiamento irenista corrisponda un crescente senso di sconcerto, di delusione e rifiuto da parte dei “semplici” fedeli, quel popolo di Dio che rispetta le leggi dello Stato e non può accettare che i suoi pastori giustifichino chi le viola, che rispetta le altrui fedi e vite e non può accettare che i suoi pastori giustifichino i seminatori dell’odio e della morte; e non è un caso che al di là dell’Atlantico, terra di legge e ordine, i vescovi siano molto più sensibili alle istanze della “base” e più attenti a rendere a Cesare quel che è di Cesare.

In conclusione, quel che noi, i fedeli cristiani, e probabilmente anche la Magli chiediamo alla Chiesa non è di inviare le guardie svizzere a presidiare la frontiera tra Israele e Libano, non è di fare da stampella all’Onu che ancora straparla e non si accorge di esser morta; è semplicemente di continuare a tutti i livelli e in tutte le sedi, come ha sempre fatto e come fa il suo Capo visibile, a dire la verità opportunamente e inopportunamente, a distinguere fra ragioni e torti senza fare delle marmellate insipide che giovano soltanto ai prevaricatori, a essere fedele sino in fondo al suo Fondatore: «Il tuo parlare sia: sì sì, no no; il di più vien dal demonio». Noi, per parte nostra, continueremo su questa strada, convinti che il bene dell’uomo non si può ricercare per l’eternità, se non sono preventivamente assicurate pace, libertà e sicurezza in questo mondo.

 

ANNUIT COEPTIS

 

 

*****************************************************************************

  

Indietro