AMERICA, “REPORT” SCOPRE L’ACQUA CALDA

 

 (4/06/2007) Se esistesse un premio per il servizio giornalistico più ovvio e scontato – una sorta di IgNobel della stampa – quest’anno se lo aggiudicherebbero certamente Milena Gabanelli e tutta la redazione di “Report” per l’inchiesta “Revolution.com” trasmessa domenica 3 giugno.

Quali clamorose novità emergono infatti dal servizio a firma Manon Loizeau? Che negli Stati Uniti d’America esiste un gran numero di individui, associazioni e fondazioni (dalla Freedom House, fondata da un ex giornalista per difendere nel mondo la libertà di stampa col sostegno del senatore repubblicano John McCain, all’Einstein Institute dell’ex consulente dei servizi segreti militari Robert Helvey, dal “Progetto per le democrazie in transizione” dell’ex dirigente della Lockheed Bruce Jackson al miliardario iscritto al partito democratico George Soros) i quali hanno speso milioni di dollari per creare e sostenere gruppi di opposizione democratica ai regimi tirannici e autocratici del serbo Milosevic, del georgiano Shehevardnaze, dell’ucraino Kuchma e del kirghizo Akayev? Che tutti questi gruppi di opposizione democratica finanziati da individui e associazioni statunitensi hanno seguito le istruzioni contenute in un manuale scritto da uno studioso americano di nome Gene Sharp e intitolato “Dalla dittatura alla democrazia”? Che le hanno seguite così bene, quelle istruzioni, da far crollare in pochi mesi, e senza spargimento di sangue, quattro tirannie in cinque anni (Serbia 2001, Georgia 2003, Ucraina 2004, Kirghizistan 2005)? Che senza i finanziamenti e l’appoggio americano Milosevic sarebbe ancora al potere, e le rivoluzioni “delle rose”, “arancione” e “dei tulipani” sarebbero state un fallimento? Insomma, che gli Stati Uniti d’America odiano la tirannide e amano la democrazia?

Se questo è lo scoop che intendeva realizzare mandando in onda quel servizio, egregia signora (o signorina) Gabanelli, ebbene è in ritardo di almeno 231 anni… Ora, data la sua giovane età, si può comprendere che Lei non abbia vissuto in prima persona, e con una steadycam in spalla, l’esaltante giornata del 4 luglio 1776; ma poiché si presume che, per fare il giornalista, si debba aver conseguito almeno la licenza elementare, non si può assolutamente scusare il fatto che Lei non conservi memoria di aver studiato a scuola la Dichiarazione d’Indipendenza che quel giorno fu sottoscritta a Philadelphia da uomini illustri come Benjamin Franklin, Thomas Jefferson e George Washington; un documento nel quale si proclamava apertamente il principio di diritto naturale e razionale che «tutti gli uomini sono creati da Dio eguali, e sono dotati dal loro Creatore di uguali diritti, fra i quali il diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità», e che «per la difesa di questi diritti sono istituiti governi fra gli uomini», e che pertanto, «qualora un governo, mediante una lunga pratica di malversazioni, arresti illegali e imposizioni fiscali arbitrarie, dimostri di non voler tenere in alcun conto questi diritti, un popolo è legittimato ad opporsi a tale regime, a deporlo e a sostituirlo con un altro di propria scelta».

Questa è la pietra angolare su cui è stato fondato l’edificio della democrazia statunitense, e a questi immortali principi il governo e il popolo degli Stati Uniti d’America sono sempre stati fedeli: quando a metà dell’Ottocento rifiutarono di pagare gli odiosi pedaggi pretesi alle loro navi dai pirati barbareschi del Mediterraneo, e mandarono il corpo dei marines appena costituito sulle spiagge di Libia a liberare quanti erano stati resi schiavi da quei predoni; quando nel 1898 sostennero la lotta per l’indipendenza del popolo cubano contro la retrograda Spagna; quando nel 1917, per dare pace alle anime dei passeggeri del transatlantico Lusitania affondato da un sommergibile tedesco, turisti innocenti che si sentivano cittadini del mondo e al mondo chiedevano solo rispetto per le loro vite e i loro beni, inviarono in Europa centinaia di migliaia di volontari che decretarono la vittoria delle democrazie e la disfatta del militarismo prussiano; quando nel 1941, assaliti a tradimento da chi fingeva di impegnarsi in trattative diplomatiche e non si degnò neppure di consegnare una dichiarazione di guerra, impegnarono tutto il loro potenziale bellico, umano e tecnologico per sconfiggere l’Asse Roma-Berlino-Tokio e salvare il mondo dal genocidio; quando per cinquant’anni difesero metà dell’Europa e del mondo dalla minaccia di un’invasione sovietica, finché la bandiera rossa fu ammainata dalla cima del Cremlino e l’ultimo autocrate Gorbaciov fu sostituito dal mite Eltsin. Ed anche oggi, oggi che il nuovo despota russo, l’uomo del Kgb Vladimir Putin, minaccia di puntare i suoi missili nucleari sulle città d’Europa come ritorsione per il dispiegamento ai confini del suo regno di un sistema di difesa anti-missili balistici che egli accusa contraddittoriamente di essere, insieme, «inutile» e «lesivo dell’equilibrio strategico tra le superpotenze nucleari» (cioè, per dirla con brutale schiettezza, di togliere dalle mani dell’orso russo la pistola che per cinquant’anni ha tenuto puntata alla testa dell’Europa, per mantenerla nella schiavitù della paura); oggi che il mondo intero è minacciato di nuove stragi, di infiniti 11 settembre da una piovra fondamentalista islamica che vuole assoggettare l’umanità ad un Califfato mondiale nemico delle donne e della libertà di pensiero; anche oggi il governo e il popolo degli Stati Uniti d’America, siano essi guidati da un presidente repubblicano o democratico, sono sempre alla guida del movimento d’uomini e di donne che opera ogni giorno, con la parola, con la tastiera di un computer o con la canna di un fucile, per abbattere i regimi tirannici, autoritari ed oscurantisti e instaurare nel mondo la vera pace, quella che nasce dal rispetto della libertà e dignità di ogni essere umano.

Questa, signora Gabanelli, è la vera notizia.

 

ANNUIT COEPTIS

 

 

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