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1919-1991, le occasioni perdute dell'america

 

 

(8/5/2010) In questo giorno nel quale il mondo celebra ufficialmente il 65° anniversario della fine della seconda guerra mondiale (in realtà l'8 maggio 1945 avvenne la resa incondizionata della Germania nazista agli Alleati; le ostilità con il Giappone sarebbero proseguite fino al 16 agosto) noi mondialisti invitiamo i lettori a riflettere sulle due occasioni che nel Novecento gli Stati Uniti d'America hanno avuto tra le mani di ottenere una egemonia democratica sull'Europa, e di conseguenza su tutto il supercontinente eurasiatico; due occasioni che essi, clamorosamente ma non sorprendentemente, si sono lasciati sfuggire.

La prima occasione si aprì nel 1919. Due anni prima il presidente americano Woodrow Wilson aveva dichiarato guerra alla Germania e all'Austria, inviando in pochi mesi un corpo di spedizione ingentissimo - ben 116.000 soldati statunitensi morirono e 204.000 restarono feriti - che, insieme ai rifornimenti di armi e generi alimentari e ai finanziamenti concessi a Inghilterra, Francia e Italia, fu decisivo nello spostare le sorti della prima guerra mondiale a favore delle potenze democratiche. L'entrata in guerra fu determinata da vari fattori: ai primi del '900 gli Stati Uniti d'America erano il primo produttore mondiale di cereali e carne bovina, la loro economia rappresentava il 33% del PIL mondiale, la loro industria aveva superato quella inglese, la loro flotta rivaleggiava con quella britannica, dal 1914 al 1916 le loro esportazioni verso l'Europa erano quadruplicate e le loro banche avevano concesso a Francia e Inghilterra prestiti per un totale di 2 miliardi di dollari che sarebbero andati perduti in caso di vittoria della Triplice Alleanza; inoltre l'opinione pubblica americana, inizialmente neutrale, fu scossa e indignata prima dall'affondamento del transatlantico inglese Lusitania da parte di un sottomarino tedesco il 7 maggio 1915 (sciagura che vide la morte di 1.200 passeggeri, di cui 140 americani, su 2.000), poi dalla pubblicazione nel marzo 1917 del famigerato "telegramma Zimmerman" con il quale la Germania prometteva aiuto militare e finanziario al Messico qualora avesse dichiarato guerra agli Stati Uniti. Da parte sua, Wilson voleva riaffermare i sacri princìpi della libertà del commercio marittimo - insidiata dalla decisione tedesca di condurre una guerra sottomarina indiscriminata contro tutte le navi, anche neutrali, dirette verso i porti dell'Intesa - e del rispetto dei diritti umani e della democrazia, e al termine del conflitto propose agli Stati europei la creazione di una Società delle Nazioni che avrebbe dovuto fungere da arbitro delle questioni internazionali e bandire per sempre la guerra.

Non è esercizio di fantastoria affermare che una Società delle Nazioni guidata da Washington avrebbe potuto stroncare sul nascere il regime nazionalsocialista di Adolf Hitler (eventualmente invadendo la Germania, che a seguito dei trattati di pace nel 1933 era ancora priva di un esercito) e impedirgli di riarmare il Terzo Reich, di far sprofondare il mondo in una guerra ancor più crudele e sanguinosa insieme a Mussolini e Hirohito, di sterminare sei milioni di Ebrei, causare la morte di più di cinquanta milioni di innocenti, ridurre l'Europa a un cimitero di rovine e favorire l'occupazione comunista di metà del Vecchio Continente e di gran parte dell'Asia. Ma gli Stati Uniti d'America ricaddero nella tendenza all'isolazionismo che li aveva caratterizzati sin dalla loro fondazione e il Congresso rifiutò di ratificare l'entrata degli USA nella Società, che fu così privata del suo primo e più importante sponsor e resa di fatto impotente.

La seconda occasione è durata dal 1991 al 2000. In quel decennio aperto dal fallito golpe militare contro Gorbaciov che si risolse con l'ascesa al potere di Boris Eltsin e la dissoluzione dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti d'America avrebbero potuto approfittare della vittoria conseguita sullo storico avversario in virtù della loro enorme superiorità economica, tecnologica e soprattutto morale e spirituale. Avrebbero potuto favorire con ogni mezzo la nascita e lo sviluppo in Russia, nell'ex-Unione Sovietica, in Africa e nel Sudamerica di governi democratici, di economie di libero mercato e di società civili aperte e liberali, sollevando centinaia di milioni di esseri umani da situazioni secolari di fame e miseria. Avrebbero potuto incoraggiare un rapido ingresso dell'Europa centro-orientale nella Nato e nell'Unione Europea, mettendo così la Russia nella condizione di non poter rimandare ulteriormente le profonde riforme del sistema economico e delle istituzioni statali necessarie a divenire uno Stato pienamente democratico e occidentale, in grado di associarsi strettamente con l'America e con l'UE in un sistema di sicurezza transatlantico. Avrebbero potuto, in cambio di aiuti economici, insediare nelle nuove repubbliche ex-sovietiche dell'Asia Centrale basi militari che avrebbero permesso loro di accerchiare la Cina e costringere il regime comunista ad abbandonare la sua stretta di ferro sulla società e concedere finalmente al popolo cinese le libertà di religione, di pensiero, di decidere autonomamente il numero di figli e di iniziativa economica che esso chiede dai tempi di Tienanmen. Avrebbero potuto utilizzare il loro immenso potenziale militare per abbattere le dittature laiche e teocratiche del Medio Oriente, risolvere una volta per tutte la questione arabo-israeliana e prevenire l'esplodere del fondamentalismo islamico.

Sappiamo tutti come sono andate le cose. La guerra contro l'Iraq per liberare il piccolo emirato del Kuwait si arrestò quando i carri armati americani erano già sulla strada per Bagdad. Poi a Bush padre succedette Bill Clinton, che nello Studio Ovale preferiva accoppiarsi con le stagiste piuttosto che fare il comandante in capo, e la potenza militare a stelle e strisce fu posta sic et simpliciter al servizio dell'ONU (l'Organizzazione Non Utile, anzi dannosa) e delle sue "operazioni umanitarie". Quando in Somalia la dittatura di Siad Barre crollò e il Paese fu dilaniato dalle lotte fra i vari signori della guerra i soldati dell'esercito più forte del pianeta furono inviati non a sterminare i nemici nel più breve tempo possibile e a trasformare il Corno d'Africa in una testa di ponte per controllare insieme il Continente Nero, il Golfo di Aden (e quindi l'accesso al Mar Rosso e al canale di Suez) e l'Oceano Indiano, ma a fare le crocerossine, a combattere una guerra da operetta senza uccidere nessuno; come era prevedibile molti di loro ci rimisero la pelle, gli altri tornarono in patria con la coda fra le gambe, e per il resto del decennio gli USA si astennero da interventi militari (con le sole eccezioni di un piccolo bombardamento sull'esercito serbo nel 1995, per fermare i massacri in Bosnia, e del più deciso intervento contro Belgrado nel 1999 per fermare la "pulizia etnica" nel Kossovo) e preferirono cogliere i "dividendi della pace": la globalizzazione economica, Internet, un benessere che si reggeva solo sulla volontà pervicace di chiudere gli occhi e disinteressarsi del mondo. La richiesta della Polonia di entrare nella Nato, avanzata nel 1993, fu tenuta nel congelatore per tre anni, e quando fu accettata la Russia di Eltsin si era già riavuta dalla "sbornia" democratica e aveva intrapreso quel processo regressivo che l'avrebbe portata a gettarsi fra le braccia dell'ex agente del Kgb Vladimir Putin. Gli "Stan" centroasiatici furono praticamente abbandonati a loro stessi e ricaddero, uno dopo l'altro, sotto il controllo di Mosca. Quanto al fondamentalismo islamico, poté espandersi senza ostacoli: il lancio di un paio di missili su una fabbrica di armi chimiche in Sudan e su un campo di addestramento di al-Qaeda in Afghanistan non poteva avere che un valore simbolico. Così l'America dovette subire gli attentati dell'11 settembre 2001 e uno stillicidio quotidiano di morti in Iraq e Afghanistan, e oggi si trova a fronteggiare contemporaneamente: una coalizione Russia-Cina-Iran che ha egemonizzato l'Asia Centrale e si propone di tenerne fuori gli USA; un riavvicinamento fra Cina e Giappone fondato sulla contrapposizione tra confucianesimo e "valori occidentali", con il nuovo primo ministro nipponico, il socialdemocratico Yukio Hatoyama, che ha messo in discussione la permanenza delle basi militari statunitensi nel Paese; e un asse Parigi-Berlino-Mosca cementato dal ricatto energetico di Gazprom, con Sarkozy e la Merkel che si sono adoperati indefessamente a giustificare l'aggressione russa alla Georgia del 2008 e a impedire l'ingresso di Tbilisi e Kiev nell'Alleanza Atlantica, e che hanno accolto «con interesse» la proposta di Dimitri Mevedev, il fantoccio pro-tempore di Putin al Cremlino, per la creazione di un sistema di sicurezza esteso da Lisbona a Vladivostok che escluda gli Stati Uniti d'America dall'Eurasia.

In conclusione, non si può non concordare con quanto il grande politologo Zbigniew Brzezinski scrisse nel suo saggio "La grande scacchiera" del 1997:

«L'America è troppo democratica in casa per essere autocratica all'estero... Non era mai successo che una democrazia populista conquistasse la supremazia internazionale. Ma la ricerca della potenza non è obiettivo da suscitare passioni popolari, se non in presenza di una minaccia o di una sfida improvvisa a quello che l'opinione pubblica considera il proprio benessere. L'autonegazione economica (ovvero gli stanziamenti alla difesa) e il sacrificio umano (le vittime anche tra i soldati professionisti) richiesti dal raggiungimento di quell'obiettivo non sono congeniali agli istinti democratici. La democrazia è nemica della mobilitazione imperiale».

La Storia mostra che il popolo americano non si è deciso a entrare nel primo conflitto mondiale né per i morti del Lusitania né per la guerra sottomarina dei Tedeschi contro le sue navi mercantili, ma solo quando si è sentito minacciato da una possibile invasione messicana propiziata da Berlino; come non ha preso le armi contro nazismo e fascismo quando migliaia di ebrei hanno cercato nel suo territorio rifugio dalle persecuzioni, e neppure quando Hitler e Mussolini hanno messo a ferro e fuoco l'Europa, ma solo quando il Giappone ha attaccato e distrutto la sua flotta a Pearl Harbor minacciando di espellerlo dall'Asia e dal Pacifico. Così anche oggi, di fronte all'attacco concentrico dell'autocrazia russa, del turbocomunismo cinese e del fondamentalismo sciita-wahabita islamico non ci si deve meravigliare che l'America abbia dato il potere all'imbelle Obama (che già molti chiamano "Obamba"); semplicemente il popolo americano non si sente ancora minacciato nella sua esistenza al punto da affidarsi anima e corpo a un comandante in capo degno di questo nome.

Se le cose stanno così, non bisognerà purtroppo attendere molto perché le cose cambino. Sin dall'epoca dei Padri Pellegrini questo grande Paese è stato la «città sul monte» e la «lucerna posta sul lucerniere» di cui parla il Vangelo; ha sempre avuto gli occhi di tutti puntati addosso, quelli di chi guardava ad esso come a un faro di libertà e quelli di chi lavorava per la sua distruzione. L'unico interrogativo che ci si può porre è: quanti volte dovrà ripetersi l'11 settembre, quante Torri dovranno crollare, quanti innocenti dovranno morire prima che il popolo americano comprenda che l'unico modo per sopravvivere su questo pianeta selvaggio è imporre il proprio dominio universale, che l'unica via per garantire la propria sicurezza e il proprio stile di vita è costruire un Impero mondiale che garantisca la sicurezza, la libertà e la prosperità di tutto il genere umano?

 

Sigillum Triplex

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